ricci/forte: biotici, necessari e mutanti

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Il saggio Per una retorica della trasgressione di Oliviero Ponte di Pino.

Clicca qui per vedere Stefano Ricci che si racconta in #Aula41.

Stefano Ricci e Gianni Forte: questi i nomi dei registi attualmente più discussi, seguiti, alternativi nel panorama del teatro contemporaneo italiano e mondiale. Il segreto del loro successo è probabilmente quello di portare in scena, con un forte impatto visivo, una società che ci circonda e che spesso e volentieri sentiamo molto vicina a noi: violenze fisiche e psicologiche, solitudini corali e sessualità disperate sono la base dalla quale prendono vita spettacoli crudi e diretti; che loro stessi definiscono “biotici, necessari e mutanti”.
Sono proprio la centralità del fisico e la sessualità a costituire un leitmotiv in tutte le opere dei ricci/forte: il corpo emotivo viene utilizzato come mezzo di narrazione per raccontare un disagio, una difficoltà che appartiene all’essere umano, siano essi uomini o donne. Il sesso rappresenta di conseguenza una componente biologica fondamentale, ma è una sessualità meccanica, sporca e sudata; è la fine di un appuntamento iniziato da McDonald’s come rifugio della propria solitudine, come accade in Macadamia Nut Brittle.
Nulla è lasciato alla finzione o all’illusione, tutto ciò che accade in scena è reale: schiaffi, lacrime, lingue passate in zone non convenzionali e perfino calci sulla schiena dall’alto del tacco a punta di uno stivale. Un’operazione sicuramente di grande impatto visivo, ma allo stesso tempo rischiosa e a tratti azzardata: senza l’adeguata comprensione profonda di questi gesti, che trasformano i segni in segnali, si rischia di pensare di assistere ad uno spettacolo in cui la violenza è fine a sé stessa o alla rappresentazione del dramma.
Lo stesso procedimento è innescato in forte richiamo all’arte contemporanea e al mondo del pop, alla cultura trash con riferimenti colti, ma anche a diversi movimenti artistici del Novecento. Lo stesso stivale fetish indossato dagli attori perde la sua funzione primaria nel momento in cui viene traslato in una dimensione più intensa e metaforica: viene così a rappresentare la difficoltà dello stare in piedi a causa delle ingiustizie della vita, del riuscire a camminare con le proprie gambe, e non come molti possono pensare a prima vista la semplice rappresentazione di un travestito.
Tutto ciò è l’unione tra corpo e sentimento, tra una furba esteriorità che arriva a molti e una interiorità di più difficile comprensione, una intimità personale che si fa però apertamente esplorare.
Spettacoli che non sono da intendersi come ciò che si pensa nell’immaginario collettivo: scordiamoci complessi impianti scenici, costumi fedelmente riprodotti o il sipario di velluto rosso che si alza all’inizio della rappresentazione: il palco è spesso spoglio, in diretto contatto col pubblico, arredato da oggetti che ricostruiscono un mondo basato sul consumismo e sull’influenza dei media; una sorta di tempio del pop contemporaneo.
La sala è spesso interamente illuminata, una parità tra pubblico e performer atta ad amplificare il senso drammatico di ciò che si sta portando in scena: uno si rispecchia nell’altro. Ma non solo: è lo spettatore stesso che viene chiamato a compiere un lavoro su sé stesso nel momento stesso in cui lo spettacolo si svolge, abbandonando così il ruolo passivo che solitamente ricopre, per diventare lui stesso regista di ciò che sta vedendo.
L’intento dei due registi è quindi quello di penetrare i tabù della società, mostrarli nella loro essenza senza alcuna edulcorazione o lieto fine, e smuovere nelle persone un atteggiamento di critica: così anche la forma penetra nelle fondamenta del teatro, facendo raccontare la storia agli attori tramite dei monologhi. Monologhi che sembrano dei flussi di coscienza, a tratti istintivi e sagaci, intrisi di termini che sono facilmente comprensibili dalla massa, su una base musicale che tocca con gli accenti giusti i momenti e le situazioni limite. L’impianto dialogico, che nel linguaggio dei corpi è quasi esasperato, viene quindi a mancare in questo ambito, non per incapacità, ma per una precisa volontà registica atta all’epicizzazione dell’elemento narrativo.
Sicuramente i ricci/forte non sono per tutti: per poter comprendere il messaggio lanciato dagli attori, bisogna essere capaci di compiere un gran lavoro interiori su sé stessi.

Di seguito un possibile manifesto che ho realizzato per lo spettacolo Macadamia Nut Brittle

manifesto ricci forte

La copertina...

La copertina…

intanto un video.

STOP HOMOPHOBIA!
STILL LIFE (2013)

https://www.youtube.com/watch?v=ZytZ_8_RxfA

Teatro Carignano_TORINO
17 Giugno 2014 | ore 21h00
18 Giugno 2014 | ore 19h00

http://www.festivaldellecolline.it/edizione/showView/371

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