Fabulamundi. La corsa segreta: Lilli / HEINER Intra-muros di Lucie Depauw 27_05_2014

Teatro La Cucina 22 maggio ore 20.45 | Villa Dolorosa by Rebekka Kricheldorf
traslated by Alessandra Griffoni
directed of extracts of the text by Roberto Rustioni
with Antonio Gargiulo, Milena Costanzo, Roberto Rustioni, rest of the cast to be defined
a project of Associazione Teatro C/R and Olinda

Teatro i 26 maggio 2014 ore 20.00 | Lilli / HEINER Intra-muros by Lucie Depauw
traslated by the students of the University IULM
directed by and with Alberto Astorri and Paola Tintinelli / Teatro i

Clicca qui per vedere Lucie Depauw in video.

Aula 41 27 maggio ore 14.00-17.00 | Incontro con Lucie Depauw

LILLI/HEINER INTRA-MUROS di Lucie Depauw
di Noemi Oliva e Alessandro Marti

Progetto Fabulamundi Milano 2014
26 Maggio 2014
Lilli / HEINER Intra-muros di Lucie Depauw (Francia)
traduzione a cura degli studenti dell’Università IULM
mise en espace di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli / Teatro i

“Lilli Heiner è un caso esemplare. È il resoconto ardente di una mutazione sessuale. È il flusso di un corpo- voce che testimonia maniacalmente e con precisione ciò che accade non solo al corpo ma alla mente e agli stessi sogni quando da donna si diventa uomo. Gli steroidi anabolizzanti, una società sportiva, il vecchio antagonismo tra Germania dell’est e Germania dell’ovest, la costruzione del muro di Berlino fanno da sfondo a questo resoconto della perdita d’identità. Gli incontri che Lilli Heiner farà in questo suo percorso iniziatico sono altrettanto voci di un destino tragico . Siamo già gli alieni di domani, il futuro è un crollo o una protesi dall’interno del nostro organismo. Cercheremo di far risuonare la musica del testo come un lucido resoconto sul bordo di un precipizio. Un precipizio che dà vertigine. Lilli Heiner lotta e resiste allo stesso tempo ma cade nella bocca di una disumanizzazione che nel secolo XX ci ha inghiottiti tutti quanti. Siamo giunti alla questione fondamentale del rapporto tra il soggetto e l’oggetto: se prendiamo una sola delle cose in cui si manifesta l’autoaffermazione organica del divino e la mettiamo sull’orlo di un precipizio e lo facciamo precipitare come si comporterà questa entità nei confronti del centrum gravitazionis e del proprio istinto?”
Alberto Astorri e Paola Tintinelli

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Nell’Aula 41 è venuta a trovarci Lucie Depauw, accompagnata da Paola Tintinelli e due studentesse, nonché traduttrici di francese dell’università IULM di Milano.
Grazie a loro abbiamo potuto conoscere e approfondire la tematica toccata dalla regista sul caso di Lilli/Heiner. Nel periodo del muro di Berlino, in Germania, molte atlete erano costrette dallo stato ad assumere testosterone per poter sostenere con più forza le competizioni. Lo scopo era quello di dopare giovani sportive per poter assicurare la vittoria al paese tedesco. Il problema non si limitava a una cerchia di persone, ma era qualcosa di più grande organizzato da un potere superiore e per tanto difficile da gestire o da poter combattere. Quello che segue racconterà del percorso formativo di Lucie Depauw, della sua ispirazione con approfondimenti e riferimenti allo spettacolo.

Come si diventa autrice di teatro?

La prima cosa che mi veniva in mente a riguardo al teatro, era il teatro classico francese, Molière. Ho sempre amato la scrittura e allo stesso tempo il cinema, quindi avevo più voglia di rifugiarmi all’interno di una sala cinematografica piuttosto che in un teatro. Sono cresciuta con degli elementi cinematografici frequentando l’istituto Lumière a Lione, soprattutto sul cinema in bianco e nero. Un’altra mia fonte di ispirazione è il cinema italiano di Visconti e Fellini. Ho iniziato gli studi cinematografici perché avevo voglia di leggere e di scrivere. Il desiderio era quello di riuscire a fare cinema, ma c’era molto lavoro da fare. Ho incominciato facendo dei cortometraggi e ho lavorato come seconda assistente regista per una trasmissione satirica francese, Têtes de Bois; il mio compito era quello di coordinare l’intero staff per il montaggio delle luci. Ho continuato a scrivere, pensando sempre al cinema. Poi però, ho pensato che tutto potesse trasformarsi in una p.s. teatrale. Quello che mi è piaciuto della scrittura teatrale è che si parla di come la realtà trasformi le persone. Quando sono andata all’università frequentavo un corso che si chiamava “dialoghi delle arti” che mi ha insegnato le basi del cinema. Anche la fotografia mi ha spinto ad avvicinarmi al mondo del teatro. La lettura più libera per scrivere un p.s. teatrale è quella di sognare e poi mettere in scena quello che si vuole rappresentare. La mia passione è nata prima di tutto leggendo e subito dopo ho conosciuto il teatro. I primi testi che leggevo erano quelli di Beckett. Poi mi sono resa conto che il teatro era qualcosa di vivo e di contemporaneo.

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Quindi attraverso la drammaturgia contemporanea si è accorta che il teatro è un linguaggio contemporaneo che parla del presente e al presente.

L’ultima tappa è stata quella di andare a teatro e di andare a vedere quello che ho letto. Uno degli spettacoli che più mi ha entusiasmato è stato “Amleto” di Bob Wilson. Mi sono resa conto che appunto quello che è emozionante e particolare erano gli attoriche mi hanno fatto innamorare del teatro e nonostante fosse in inglese, da me poco comprensibile, la coreografia mi ha colpito moltissimo; anche la luce e la scenografia intera. Dopo questa esperienza ho incominciato a scrivere. Ho scritto cinque p.s. per fare pratica, ma dalla quinta in poi penso di aver trovato la giusta direzione. Il mio stile all’inizio era molto diverso, usavo molto la punteggiatura, punti di sospensione, virgole, ma col tempo ho capito che per scrivere non servivano tanti giri di parole, ma semplicemente andare a capo. Ho capito che potevo scrivere liberamente, quindi scrivere versi liberi.

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Hai parlato della libertà nella scrittura e nel testo, c’è anche la libertà analoga nella struttura della p.s. : i monologhi, i dialoghi, gli atti, le scene, oppure è più libera?

La struttura è molto libera . Ci sono due tipi di stile: lo stile machine e lo stile paesage. Lo stile machine è più drammatico, drammaturgia classica e progressione più drammatica; penso si a più efficace, ma non mi rispecchia. Io voglio parlare del mondo in modi diversi, per questo mi ritrovo di più nello stile paesage. In qualche modo questo rappresenta anche il mio percorso cinematografico. Mi piace proprio il termine ”paesage” e quindi preferisco ricreare una struttura più complessa, più disordinata. Mescolo diversi stili, monologhi e dialoghi cercando di accorparli. Cerco che gli attori parlino tra di loro; nelle p.s. infatti ci sono vari cambi di identità e di comunicazione. Voglio che i corpi dialoghino tra di loro. Penso ci sia una differenza tra la scrittura per il cinema e quella per il teatro, una pellicola cinematografica rimarrà sempre uguale anche con il passare del tempo, mentre il teatro cambia ogni volta che viene messo in scena. Posso dire che la p.s. che ho presentato ieri sera qui a Milano è la stessa rappresentata in Francia ed è stata per me una sorpresa, perché lo spettacolo cambia sempre. Gli elementi fondamentali della scrittura drammaturgica è che si avrà sempre un effetto a sorpresa. Non si saprà mai cosa succede, per esempio capita che la stessa compagnia reciti ogni sera in maniera diversa.

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Da che cosa parti per scrivere i tuoi testi , qual è la scintilla che ti fa venire voglia di scrivere un testo?

Il mio modo di scrivere cambi a seconda dell’ispirazione. Mi sento un’autrice di video, perché in qualche modo voglio rappresentare il mio contemporaneo, per esempio quando ho scritto la p.s. di ieri sera ero tranquillamente al bar, stavo leggendo il giornale quando ho letto un articolo che mi ha colpito. Voglio affrontare ciò che mi prende dentro, voglio rappresentare una cosa che mi fa riflettere e di mettermi in gioco. Qui per esempio quando ho letto di questa donna che voleva diventare uomo ho deciso di mettere in scena una p.s. su questo soggetto. Un’altra p.s. che ho creato è legata all’immagine: quando c’è stata l’esplosione di Chernobyl , ciò che mi è rimasto impresso oltre al paesaggio distrutto è stata una luce verde, allora ho deciso di rappresentare un’epopea su questa sensazione. Un’altra mia idea è stata quella di ricorda attraverso un testo teatrale la partecipazione della Francia in guerra in Afghanistan e in Mali. Ho letto un articolo sui giornali sui soldati che una volta tornati dalla guerra venivano mandati per tre giorni in un hotel a cinque stelle, per riuscire a riprendersi dallo shock causato da essa. La mia interpretazione era quella di ricreare in maniera più sfaccettata una p.s. con aspetti più grotteschi, chiamata “ La mia vacanza in una suite a cinque stelle”. Volevo raccontare le ripercussioni della guerra in maniera diversa, per esempio ci sono diversi personaggi, un soldato che aspetta il ritorno di un suo compagno, lo stesso soldato che parla e comparse che cercano di vendere sex toys alle truppe o cose che potrebbero risultare inutili o decontestualizzate. Secondo me la cosa più importante quando si affronta un tema così pesante è di riuscire ad arrivare al pubblico servendosi di parole molto forti.

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Quello che fa Lucie Depauw è leggere il giornale. Lei trova ispirazione da quello che succede nella vita, guardando anche documentari in tv e legge un sacco di libri, soprattutto di saggistica per capire cosa le succede intorno. Poi si ispira alla realtà senza rimanervi troppo legato, ma concentrarsi in qualche modo sulle torsioni della vita, soffermandosi sugli aspetti più grotteschi, assurdi , di quella che è la nostra esistenza.
Lei si immedesima all’interno della sua storia, nel suo spazio, o si immagina all’esterno della storia?

C’è una differenza tra cinema e teatro, le scritture per il teatro sono più vicine all’analisi psicologica dei personaggi, il cinema fa si che quando il pubblico guarda il film, questo possa immedesimarsi nei personaggi. Invece, nel teatro la persona capisce che l’attore è su un palco; per quanto questo riesca a interpretare al meglio il suo personaggio, riusciamo a comprendere che si tratta di qualcosa di reale, ma allo stesso tempo lo spazio teatrale ci permette di ricordare che quello a cui stiamo assistendo è recitazione.

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Ci sono molte cose nei personaggi interpretati da Paola che risuonano in te, in particolar modo il tema dell’identità. Lei in passato faceva qualche sport?

La società in cui viviamo ci dice di fare sempre sport per stare in salute ed apparire più belli, di mangiare bene, frutta e verdura e che quindi sia una cosa positiva per farci stare meglio. Nella p.s. di ieri sera capiamo come lo sport possa risultare una cosa negativa, perché porta la protagonista a distruggere il proprio corpo, a cambiare la propria identità e soprattutto è qualcosa di imposta dal potere, da qualcosa che sta sopra di noi.

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Il personaggio che tu racconti alla fine della storia soffro molto , ma è contento che è diventato uomo. Pur raccontando una storia tragica alla fine c’è una specie di lieto fine.

Nella p.s. parlo del periodo del muro di Berlino, come il popolo sia stato condizionato da esso e quindi come il muro sia stato costruito e poi è stato distrutto. Chi vive il muro sono anche i personaggi. In questo ho voluto imporre una trasformazione, però c’è sempre un lieto fine, un po’ come il popolo della Germania, che dopo aver subito la costruzione del muro di Berlino, alla fine lo ha visto distruggere. Voglio far capire che si può vivere meglio nelle peggiori delle situazioni. Nel caso di Lilli, è riuscita a costruirsi un’identità.

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Quando scrivi i tuoi testi pensi ad una scenografia, uno spazio o a degli oggetti di scena?

Prima di tutto io non scrivo didascalie o comunque ne scrivo poche. Negli anni non c’era bisogno di scrivere didascalie, il tempo e lo spazio si creavano col processo, creare delle didascalie dipendeva dal testo. Devo dire che per la realizzazione di Lilli si era pensato alla realizzazione di due spazi differenti, a due blocchi distinti, con una sorta di specchio deformante.

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La Corsa Segreta
a cura di Noemi Oliva e Alessandro Marti

Da dove nasce l’ispirazione di Lucie? Da articoli di vita reale, di cronaca, di storia. Molte atlete tedesche, nel periodo del muro, venivano dopate dalle stato.

andreas krieger

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Katrin Krabbe è una delle figure storiche dello sport tedesco, vinse la medaglia d’oro per i 200 metri ai mondiali juniores del 1988. Dopo la caduta del muro di Berlino, divenne un idolo della Germania riunificata. Un giorno però risultò positiva ad un test anti-doping e scoppiò lo scandalo. La storia di Katrin Krabbe è esemplare per capire la riunificazione dello sport in Germania. La fusione dei sistemi sportivi costituisce un caso a parte nel processo di riunificazione delle due Germanie. La Germania dell’Est era indietro in tutti i settori, ma i suoi atleti erano nettamente superiori a quelli dell’Ovest. Ai giochi olimpici di Seoul del 1988, ci furono numerose vittorie per la Germania dell’Est, 102 medaglie, contro le 40 della grande della Germania del’Ovest. La riunificazione aveva scatenato l’euforia: l’est era fiero di mettere a disposizione le sue punte di diamante, l’ovest si rallegrava in anticipo delle grandi vittorie che avrebbero riportato gli atleti dell’est. Alcuni atleti e allenatori erano in complotto con la Stasi e venne a galla il “doping di stato”. Ancora oggi molte vittime del doping organizzato dallo stato si battono per ottenere dei risarcimenti. Ma nonostante questo dei vecchi allenatori sono ancora in attività.

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La storia di Heidi Krieger
Un caso tra i più significativi è quello di Heidi Krieger che vinse la medaglia d’oro nel lancio del peso femminile agli europei di atletica del 1986 a Stoccarda. Oggi la campionessa si chiama Andreas: è diventata un uomo perché il suo allenatore l’aveva riempita di anabolizzanti. Andreas fa parte delle 193 vittime del doping riconosciute dallo stato.Tra il 1974 e il 1989, circa 100 mila atleti furono portati al massimo delle prestazioni bombardati di ormoni maschili. Nel 1991 uscì il libro “Doping-Dokumente” che ha cambiato lo sguardo sulla storia dello sport tedesco. Nello stesso periodo Heidi Krieger abbandonò la carriera sportiva e: cominciò a “sentirsi un uomo”. È solo nel libro che Krieger sente parlare per la prima volta di doping, del “piano 14.25”, dell’“ormone Heidi”: di se stessa. Scopre tra le pagine del libro come i suoi allenatori riuscirono a farla ingrassare. Una volta le diedero per 29 settimane una quantità di testosterone due volte maggiore di quella prodotta da un uomo nello stesso periodo. I processi sono cominciati nel 1998, i tribunali hanno condannato allenatori, medici e scienziati per anni di carcere con la condizionale, cercando di fare giustizia sul caso.

Quattro atlete della DDR

Quattro atlete della DDR

Il piano “ 14.25”
Il piano “14.25” è un nome in codice per indicare il complotto segreto messo in atto dai capi politici, che avevano riunito a Berlino est funzionari e scienziati di diversi ambiti, allo scopo di ricercare nuove tecniche di doping sempre più efficaci. Nessuno era a conoscenza di questo esperimento, soprattutto la Germania dell’Ovest, che era più concentrata ad allenare i suoi atleti con parsimonia e non drogandoli. Il dipartimento di medicina dello doveva far sparire di colpo gli anabolizzanti somministrati nella vecchia Germania dell’Est. Lo stato era complice e di conseguenza gli allenatori accusati hanno deciso di continuare a lavorare liberamente in tutte le discipline sportive.

NOME??

stefan_brecht

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