Fabulamundi. L’imprevedibilità degli altri: provando a entrare nella testa di Lucie Depauw

di Silvia Naruli

Lucie Depauw parte, molto spesso, da eventi di cronaca per realizzare le proprie drammaturgie. Ho voluto provare a fare la stessa cosa, o meglio sono partita da una notizia di cronaca nera per scrivere una storia inventata. Il punto di vista è quello di un poliziotto.
Ho letto degli articoli e delle notizie riguardanti le stragi nelle scuole americane ad opera di giovani studenti. Alcuni sono affetti da disturbi psichiatrici, altri ancora vengono portati all’esasperazione dai propri coetanei e anche dagli insegnanti o adulti in generale, altri probabilmente vogliono provare qualcosa di nuovo.
Ciò che mi chiedo è: “cosa capita nella testa di queste persone?

La sveglia oggi è suonata come ogni giorno. Prima di uscire mi sono vestito e ho mangiato qualcosa trovato sul tavolo. Tutto procede come ogni mattina, ma vi assicuro, qualcosa cambierà.
Questa idea mi è balzata in mente tante volte, ma mi è sempre mancato il coraggio.
Mi bloccava anche il pensiero di mia madre. (…pausa). Lei soffrirà, ma è forte. Sarà un peso in meno.(…pausa).Mi prendete per un assassino?? Non mi interessa. Non sarà più un problema quello che gli altri pensano. Fate come volete. (…pausa)Io sono stanco. (voce più forte)Tutti quelli che mi hanno fatto del male, preso gioco di me, trattato come un demente ora soffriranno. È il mio turno.
Questa è giustizia, quella che non c’è mai stata.
No lascerò lettere o biglietti, solo questa registrazione per far sapere a tutti la verità.
Sono tranquillo, ciò che mi serve è con me.
Sta volta succederà e non mi fermerete. (… lunga pausa)Vinco io.
Ciao dolore, no è stato bello vivere con te. Ora voglio la pace. (… pausa, rumore di passi, si sente una porta che si apre, delle voci).Addio. (detto in modo sussurrato). (Rumore di spari e urla)

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Il sito di Fabulamundi

Era presto quando arrivò la chiamata in centrale. Ero nel corpo della polizia da quasi quindici anni, ma non mi era mai successo di affrontare una situazione simile.
A essere sincero non sapevo cosa fare. Troppe vittime, troppi giovani, troppe famiglie a cui dare la cattiva… ma che cattiva, tragica notizia.
Non sapevo se ne avrei avuto la forza.
Salii in macchina con il mio collega. La scuola distava solo dieci minuti dalla centrale. Furono i dieci minuti più lunghi della mia vita.
Silenzio, non sapevamo cosa dire; forse non c’era nulla da dire. Silenzio. Si sentivano solo le sirene delle pattuglie.
Dieci minuti e saremmo arrivati davanti all’inferno. Il silenzio era la cosa migliore. Ti faceva sperare che tutto fosse un bruttissimo sogno. Ma non mi svegliai. Ero già sveglio.
Arrivammo. C’era una gran confusione. Avevano già iniziato a fare evacuare la scuola.
I ragazzi piangevano, urlavano, erano confusi, non sapevano dove andare o cosa fare e, se devo essere sincero, nemmeno io lo sapevo.
Presi coraggio, scesi dalla macchina e mi diressi verso l’ingresso dell’edificio.
I genitori cominciarono ad arrivare. Ognuno cercava il proprio o i propri figli. Il terrore si leggeva nei loro occhi.
Vidi anche il mio capitano. Era arrivato da qualche minuto. Mi avvicinai e gli chiesi dei chiarimenti, anche se in realtà sapevo tutto.
Una tragedia, ecco.
Entrai, anche se ne avrei fatto volentieri a meno. Non per egoismo, ma non volevo ancora crederci. Vederlo avrebbe reso tutto reale.
Mi presi ancora qualche secondo. Mi guardai intorno e vidi una donna. Non reagiva come gli altri genitori, era ferma, lo sguardo perso. Ognuno reagisce in modo diverso.
Avanzai. C’era un lungo corridoio che portava a una scalinata. Vi era solo un’aula. O forse era la segreteria. Nulla di anomalo.
Mi avvicinai alle scale e cominciai a vedere le prime impronte sporche di sangue. Un brivido mi salì lungo la schiena. Ora era tutto reale.
Arrivai al primo piano. Per terra vidi tanti sacchi neri che coprivano i corpi di quei giovani, giovanissimi adulti, che si erano svegliati come ogni mattina e come ogni giorno erano andati a scuola, dove passavano gran parte delle loro giornate. Quel luogo avrebbe dovuto proteggerli. [Ma non era stato così.]
Uno di loro, un ragazzino di nemmeno sedici anni aveva deciso di far male ai suoi compagni, alle loro famiglie, alla scuola, a sé e ai propri cari. Perché? In quel momento non riuscii a darmi una risposta.
Dovevamo dare un’identità a tutti quei cadaveri. Per alcuni fu semplice, avevamo i documenti nel portafogli. Per altri ci volle più tempo. Erano tanti, sembravano non finire più.
Ancora più numerosi furono i genitori che ci tempestarono di domande appena uscimmo. I più fortunati scoprirono che i figli avevano marinato la scuola.
Agli altri spezzammo il cuore. La loro vita era cambiata per sempre.
Rividi la donna che mi aveva colpito qualche ora prima. Suo figlio non era né nella lista dei vivi, né in quella delle vittime. Suo figlio era il carnefice.
Io e un collega ci avvicinammo a lei e la accompagnammo un po’ più lontano. Trattene la disperazione, aveva capito che non era il caso di condividere il suo dolore con gli altri.
Ci disse che aveva capito subito. Il figlio aveva problemi psichici, ma erano riusciti a tenerli sotto controllo fin da quando era piccolo. L’aveva cresciuto da sola, il marito era morto da tempo. Non era mai stato un ragazzino cattivo. A scuola non eccelleva, ma faceva il possibile. I bulli della scuola l’avevano preso di mira da tempo, e nessuno aveva mai cercato di difenderlo. Il ragazzo non aveva mai reagito. Da qualche mese si era chiuso in se stesso, parlava sempre meno, sembrava depresso. Ma per un adolescente era un comportamento abbastanza normale. La donna si sentiva in colpa e nello stesso momento il dolore la stava stremando. Era confusa. Io stesso lo ero e, nonostante il tempo, lo sono ancora.
Non so cosa possa provare un genitore in una situazione simile. Non posso nemmeno immaginarlo.
C’è una domanda che mi rimbomba nella testa da quel giorno. Cosa è successo nella testa di quel giovane?

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