Un percorso (senz)a tappe verso… il Museo Laboratorio della Mente di Roma

di Rocco Trevisiol

Nell’ex manicomio psichiatrico Santa Maria della Pietà a Roma, dal 2000 c’è un museo che nasce dalla voglia di ripercorrere la storia dell’ex Ospedale e di custodirne il patrimonio storico, documentale e scientifico che questo luogo conserva. Ma chiamarlo museo è decisamente riduttivo.
Quella nella quale mi sono immerso è un esperienza polisensoriale, tra distorsioni visive e sonore, un percorso intimo dove il punto di partenza non è la spettacolarizzazione della malattia, ma la demolizione di quei luoghi comuni e di quell’in-cultura psichiatrica che fino ad oggi ha fatto dei pazienti con disturbi psicologici elementi marginali e pericolosi.
Un viaggio immersivo nella malattia mentale e nelle sue manifestazioni. Un contatto diretto con i fenomeni del disorientamento cognitivo sperimentando sulla propria pelle la disumanità dei vecchi ospedali psichiatrici.
Ma facciamo un passo indietro.

Origine
La sensazione che si ha una volta varcata la soglia di questo (a tutti gli effetti) villaggio di detenzione, è quella di una verde, rigogliosa prigione di cristallo.
In quell’umida e piovosa giornata romana, quello che ha catturato la mia attenzione, almeno inizialmente, è la vastità della struttura.
Così come quell’altro ‘storico’ luogo di detenzione Italiano che è Mombello, troviamo davanti a noi ettari di magnifici giardini, anelli concentrici di viali alberati e quel fascino, probabilmente dovuto alla decadenza e all’abbandono, di padiglioni dall’architettura primi ‘900. Così come a Mombello, il ripristino di questi spazi è pressoché impossibile.
Arrampicato sulla collina di Monte Mario, all’epoca della costruzione isolata dalla città, il complesso venne concepito con lo spirito del manicomio-villaggio e si estendeva su circa centotrenta ettari comprendendo quarantuno edifici ospedalieri, di cui ventiquattro erano padiglioni di degenza.
Gli edifici, immersi nel grande parco di piante a fusto alto e collegati l’un l’altro da una rete stradale di circa sette chilometri complessivi costituivano così il più grande Ospedale Psichiatrico d’Europa con una capacità di più di mille posti letto.
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Tutto ciò ad uno scopo chiarissimo: ‘l’isolamento del pazzo dal contesto sociale e dalla società civile’.
Era, a tutti gli effetti, una piccola città. All’epoca la legge prevedeva il ricovero delle persone sulla base di un certificato attestante uno stato di pericolosità per sé o per gli altri o per atteggiamenti di pubblico scandalo e ben presto si giunse ad un sovraffollamento con oltre duemila ricoveri. Nei casi incerti si decideva la dimissione o l’internamento dopo un periodo di osservazione.
Ogni padiglione era una realtà a se stante: la ripartizione dei malati non veniva fatta in base alle patologie psichiatriche dei malati stessi ma esclusivamente in merito al comportamento che questi manifestavano. Il team degli infermieri, la suora caporeparto e il medico di ogni padiglione si trovavano così a gestire un insieme disomogeneo di degenti altamente diversi per gravità della patologia, terapia ed età. Comuni erano invece l’inattività, l’abbandono e regressione dei pazienti che sviluppavano di conseguenza un carattere aggressivo.

“non c’era diagnosi differenziale, erano tutti schizofrenici … con la schizofrenia coprivano ogni giustificazione per mantenere le persone là dentro e in quel modo”
(Adriano Pallotta, infermiere dal ’55 al ’97)
La vita nel manicomio era principalmente scandita dai pasti e dalle rigide disposizioni del regolamento interno.
Sotto personale responsabilità degli infermieri era l’incolumità di ogni degente, per questo nei turni notturni gli elementi più problematici venivano spesso costretti a letto con fasce di contenzione o sedati con rimedi drastici. Questo contesto segregante e disumanizzante colpiva entrambe le parti:

“ Il lavoro degli infermieri è molto difficile e si mettono in moto meccanismi spontanei di autodifesa psicologica. Si instaura un adeguamento alle regole e, com’è naturale in queste situazioni, si viene inglobati dai meccanismi istituzionali senza rendersene conto, divenendo allo stesso tempo strumento e vittima della repressione manicomiale “
(Adriano Pallotta, infermiere dal ’55 al ’97)

Legge Basaglia

“combattere lo stigma e promuovere la salute mentale”
La Deistituzionalizzazione, la legge Basaglia e quella corrente antipscichiatrica portò, dal 1978 in poi al graduale svuotamento di questi luoghi.
La data di chiusura del Santa Maria della Pietà mostra la forza e i limiti della 180, dal nome dello psichiatra che incarnò la battaglia contro l’«istituzione negata».
La rivoluzione sta nell’avere riconosciuto al malato di mente dei diritti, togliendogli l’etichetta di pericolo per la società, e nell’avere introdotto il principio di volontarietà della cura.
Gli ultimi vent’anni dei manicomi italiani, e in particolare del S.Maria della Pietà, furono segnati da un paradosso di fondo:
è possibile considerare casa ciò che è al di fuori dell’ospedale quando per la maggior parte dei degenti l’unica vera casa è stata il manicomio?
E’ possibile entrare fuori?
Così, non mancano le difficoltà soprattutto per i pazienti con alle spalle un vissuto manicomiale anche ventennale che, abituati alla segregazione, faticano a realizzare la loro nuova vita. Se il guscio, già piccolo e fragile, delle proprie esistenze era stato ‘allevato’ e ‘cresciuto’ all’interno di una bolla,in unacostante alienazione era possibile considerare quel mondo là fuori ‘realtà’?

“ … si fermavano davanti le porte d’uscita dei padiglioni, adesso aperte e non più serrate, e si fermavano sulla soglia. Non riuscivano davvero ad uscire, erano spaventati ed intimoriti“
(Adriano Pallotta, infermiere dal ’55 al ’97)

Museo Laboratorio della Mente
[…] giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
passo dopo passo, disperatamente,
trovavamo la maniera di portare
chi stava dentro fuori
e chi stava fuori dentro.
Franco Basaglia

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Un percorso a tappe
Così, aperto al pubblico nel 2000, l’interno del Padiglione 6 ha visto nel 2008 l’inaugurazione del nuovo allestimento ideato dagli artisti di Studio Azzurro, divenendo quel luogo di memoria, critica al modello manicomiale e sperimentazione di una nuova cultura della salute mentale.

1.entrare fuori/uscire dentro
2.modi del sentire
3. ritratti
4.dimore del corpo
5.inventore di mondi
6. l’istruzione chiusa
7. la fabbrica del cambiamento


1.1 Sguardi
Una volta entrati sulla nostra destra scorgiamo una foto di gruppo di quelli che furono i primi degenti internati.
Gli occhi dei pazienti scrutano attentamente l’ingresso del visitatore. Viene ribaltato il rapporto tra l’oggetto e il soggetto del vedere, introducendoci ad un confronto messo ripetutamente in crisi lungo il percorso museale.
1.2. Il muro
una serie di corpi si lanciano contro la superficie di un muro trasparente e la impattano violentemente.
l’azione di schiantarsi contro una barriera invisibile riporta alla sua doppia natura dell’esclusione fisica e psicologica sottolineando la gravità della violenza subita.  

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2.
Una successione di ambienti rimandano uno all’altro in un gioco misto di alterazioni percettive e preconcetti comuni, perché “ da vicino nessuno è normale”.
2.1. La camera di Ames
avvengono cose strane che non possono essere previste con certezza, distorsioni che obbligano la mente a formulare ipotesi percettive ingannevoli.
la camera di Ames è un elaborazione della stanza progettata da Adelbert Ames jr. nel 1946 per dimostrare come il nostro sistema percettivo possa essere tratto in inganno quando si introducono nell’ambiente delle varianti che alterano gli schemi visivi a cui siamo abituati.
La nostra mente scegliendo un interpretazione della forma più conforme alla nostra esperienza, “preferisce” vedere uomini con altezze bizzarre piuttosto che un ambiente difforme da quello a cui è abituata. E’ lo stesso meccanismo che ci porta involontariamente a stigmatizzare la diversità preferendo ciò che riconosciamo come naturale.
2.2. Parlare, Vedere, Ascoltare
Seguendo il percorso, giungiamo di fronte a tre stanze poste l’una accanto all’altra, con all’interno tre installazioni. Il visitatore può vivere delle esperienze interattive mettendo alla prova i propri sensi e calandosi nella dimensione psicofisica di ‘paziente’: nella prima, si rievoca uno stereotipo tipico del disturbo psichico, quale è il parlare da soli a voce alta; nella seconda, mediante uno specchio che divide in due il riflesso del visitatore, si crea una distorsione temporale che ci restituisce una duplice immagine, un essere contemporaneamente qui e altrove; e nella terza, attraverso degli imbuti elettronici appesi al soffitto che fanno piovere le voci dei visitatori che avevano parlato nella prima stanza, si attiva la percezione di essere assediati da frasi sconnesse che si reiterano e non si possono né fermare né controllare.

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3. Ritratti
4. Dimore del corpo
Attraverso un’esposizione silenziosa di venticinque ritratti, eseguiti negli anni trenta dallo psichiatra Romolo Righetti, si accede alla fase seguente che prevede la simulazione delle posture tipicamente attribuite al disagio psichico. Sedendoci di fronte alla macchina fotografica che veniva utilizzata per schedare il paziente si verrà a propria volta fotografati e schedati, per poi ritrovare la propria foto, insieme a quelle degli ex-pazienti, su una lavagna-monitor su cui si visualizzano brevi racconti.

5. Inventore di mondi
“ Io sono un astronautico ingegnere minerario del sistema mentale, questa è la mia chiave mineraria:
1600 rame rosso, 1700 ottone giallo, 1900 acciaio scuro …”
Fernando O. Nanetti
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Entriamo in quella che era la stanza ricreativa del padiglione, al centro un muro in plexiglas di graffiti. Di fronte alcuni dipinti.
La parete dalla quale ho riportato quello che sembra il testamento di un’astronauta, era la parete della stanza del paziente Fernando Oreste Nanetti nell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, che incise questa ‘costellazione’ di frasi, disegni, racconti di empatia e connessioni galattiche con la fibbia della divisa manicomiale (detta da lui ‘fibbia catodica’) per affermare la sua ‘presenza’ negata.
Così come un astronauta, Fernando galleggiava in quella realtà rarefatta, quell’armonia cosmica dove tutto aveva un suo luogo di collocazione, e dove (forse) tutto era più rassicurante.
«Io di salute mi trovo berne, solo che cercano di anarcotizzarmi»
“Fernando O. Nanetti”

Altra storia riportata è quella di Gianfranco Baieri, che visse nell’ospedale per cinquant’anni, la vita spezzata dal manicomio che attraverso la pittura si tramuta in qualcosa di nuovo. Con il puntinato, dipinge Madonne immerse nei fiori, volti di pazienti e orologi che fissano un’ora eterna e il non-tempo vissuto lì dentro.

6. Istituzione Chiusa
6.1. Luoghi della memoria
Le stanze del manicomio tornano a vivere attraverso la ‘Fagotteria’ in cui i pazienti ricoverati lasciavano in custodia (in un fagotto, appunto) abiti ed averi, la camera di contenzione, le macchine dell’Elettroshock e la Farmacia.
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7. La fabbrica del cambiamento
Lia Traverso
Le prime rivolte interne per i più elementari diritti civili furono intraprese da questa coraggiosa giovane donna genovese, ricoverata nel 1969 a Monte Mario, dove rimase solo tre mesi prima di essere rispedita nell’ospedale di Guidonia, da dove era arrivata e dove morirà a Trentaquattro anni.
Lia Traverso mise in atto uno sciopero della fame volto a reclamare l’uso di forchetta e coltello, perché ai malati in ospedale veniva dato solo il cucchiaio per mangiare.
Si diceva che forchetta e coltello potessero essere pericolosi in mano ad un malato mentale, quindi o cucchiaio o mani.
Nessun oggetto pericoloso: pantaloni senza cinta e scarpe senza lacci, ma quando lavoravano potevano usare martelli, zappe e forbici.

Così tra realtà multisensoriali e multidimensionali il giro finisce, cambiandoci, dalla prima all’ultima stanza.
Il percorso è divenuto una progressiva assunzione ‘fisica’ del disagio mentale e alla fine possiamo dire con certezza che quel superamento, quel percorso di trasformazione istituzionale e culturale, quel processo di cambiamento è lo stesso che ha investito anche noi, anche solo per due ore.

Video del Museo della Mente

Video Santa Maria della pietà, scene di vita quotidiana

Video Santa Maria della pietà, interviste a detenuto e Adriano Pallotta

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