Qual è il confine tra un lavoro fatto per se stessi e uno fatto il pubblico?

Sabato 7 giugno ho assistito a uno spettacolo di danza contemporanea al Piccolo Teatro, presentato dalla compagnia dell’Aterballeto, che mi ha suscitato questa domanda… Lo spettacolo era intitolato WAM, ovvero Wolfgang Amadeus Mozart, dedicato al celebre compositore, che viene descritto dal coreografo Mauro Bigonzetti come “un viaggio onirico intorno alla musica e al personaggio di Mozart. Un balletto non biografico né narrativo, ma ricco di simboli e rimandi alla vita e all’ambiente familiare del compositore.”

Lo spettacolo si è rivelato per la maggior parte complesso, fastidioso, di difficile lettura e in alcuni punti addirittura noioso, nonostante le melodie fossero familiari, i ballerini bravissimi, i costumi, le luci e le atmosfere di effetto. Io parlo a voce del pubblico (che non ha mancato di far notare il suo dissenso) e da inesperta in fatto di danza. Parlo, appunto, da spettatore medio appassionato di teatro che decide di passare una piacevole serata vedendo qualcosa di nuovo e interessante. Invece ho assistito a uno spettacolo di circa un’ora che per la maggior parte del tempo metteva in scena ballerini singoli che si muovevano senza seguire in alcun modo la musica; le rare parti in coppia o in gruppo, per lo meno, seguivano una loro armonia interna che rendeva piacevole la visione.
Alla fine dello spettacolo, tra il resto del pubblico che freddamente batteva le mani e borbottava opinioni, mi sono chiesta: cosa voleva dire questo spettacolo? Perchè il coreografo ha fatto questa scelta? Cosa voleva comunicare il suo balletto che non sono stata in grado di comprendere?
Altre recensioni lo definiscono come “un testo drammaturgico molto criptico” in cui però “i quadri scorrono lievi e leggeri; un gesto che smuove la razionalità, che sembra scaturire di getto, naturale, spontaneo” un gesto che a me è sembrato casuale e ben poco naturale…
A volte spettacoli di difficile lettura nascondono un significato complesso che arriva alla coscienza solo tempo dopo la loro visione, in questo caso invece non sembrava che il balletto fosse fatto per lasciare qualcosa al pubblico; sembrava solo un lavoro interiore, probabilmente un’interpretazione del coreografo e dei ballerini del pezzo, un lavoro quindi personale che si è scelto di condividere per il solo fatto di portare la propria visione delle cose.
È vero, il balletto non doveva raccontare una storia e i balletti in generale sono fatti per il piacere di essere visti, ma, appunto per questo, nel momento in cui viene meno la bellezza della visione, il piacere dell’accordo tra i movimenti del corpo e una musica, cosa rimane?

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