Dopo la prova/Persona [Matteo Resta]

Ivo van Hove, regista naturalizzato olandese, mette in scena al Piccolo due opere ispirate ai film del pluripremiato cineasta svedese Ingmar Bergman.

Sono due opere distinte che però si fondono in una sola grande riflessione sulla realtà contrapposta alla finzione e sull’identità umana, conferendone sfumature che solo la cultura nordeuropea riesce a dare.

Dopo la prova (film del 1984) ruota attorno a Hendrik Vogler (Gijs Scholten van Aschat), regista ormai non più giovane, e alla sua incapacità di condurre una vita al di fuori dal teatro. L’incontro con la giovane e promettente attrice Anna (Gaite Jansen) e la successiva apparizione della madre di lei Rachel (Marieke Heebink) sono il pretesto per analizzare e sviscerare una realtà troppo spesso finta o una finzione pericolosamente reale. Il fantasma di Rachel che si spoglia e si avvinghia ad Hendrik per sedurlo è materico e corporeo, molto lontano dall’effimero ricordo di una persona morta anni prima. Dare corpo all’immaginazione, la quale viene letteralmente a contatto con il protagonista abbatte la sottilissima barriera che separa la realtà dalla finzione in teatro. La scena nella quale si svolge lo spettacolo è una sala da prove che tutti gli attori conoscono: divanetti per studiare la parte, sedie per osservare uno spazio centrale dove provare, sagomatori e mixer. Nulla che non sia un elemento reale ma tutto concreto, ulteriore conferma di come van Hove voglia abbattere ogni barriera ed elemento di finzione. Lo spettatore sa che quello che sta vedendo può capitare a lui, lo spettatore sa che nella ripresa amatoriale che il regista proietta sul pannello non c’è nulla di finto ma accade tutto sotto i suoi occhi, realmente. Dramma assolutamente modernissimo nonostante i suoi 31 anni suonati, non ho potuto non trovare somiglianze con il capolavoro cinematografico di Alejandro González Iñàrritu, Birdman, che proprio quest’anno si è aggiudicato il maggiore riconoscimento artistico vincendo l’Oscar per il Miglior Film del 2015. Entrambi si svolgono totalmente e in teatro e danno uno spaccato di quella che può essere la perdita di cognizione della realtà vivendo continuamente a contatto con la finzione teatrale. Per molti versi la figura del vecchio Hendrik mi ricorda quella del depresso Riggan (magistralmente interpretato da Michael Keaton). Faticano a percepire ciò che è vero da ciò che non lo è, specialmente nel loro confronto con gli attori che mettono in scena. Anna fa credere a Hendrik di essere incinta ma si rivela essere solo una recita: finzione nella finzione. Il labirinto teatrale che la pianosequenza prolungata di Iñàrritu ci fa esplorare altro non è che una realtà intricata, nelle quali le porte che si aprono possono fare entrare personaggi reali, come Anna, oppure solamente false fantasie, come Rachel o l’alter ego narcisista di Riggan, Birdman.

Persona invece, film del 1966, segue la vicenda di due donne: Elisabeth (Marieke Heebink) è un attrice che dopo aver recitato Elettra viene colta da una irrefrenabile risata isterica seguita da un mutismo che la accompagnerà sempre. La giovane infermiera Alma (Gaite Jansen) le viene assegnata come badante per accompagnarla in un periodo di riposo in una pensione in riva al mare.  Si crea tra le due donne un curioso rapporto dove la prima, da figura di aiuto e di conforto, diventa il personaggio al centro e la malata diventa l’ascoltatrice ideale: le due figure invertono quindi i loro ruoli di paziente e dottore. Il rapporto morboso che si è progressivamente creato porta alla trasformazione di un personaggio nell’altro tramite l’indagine sull’animo umano che Bergman riesce a fare durante tutta questa piéce. Questa metamorfosi si riscontra anche nella scenografia: da un ambiente asettico formato da tre pareti del freddo ospedale dove Elisabeth è rinchiusa si passa alla riva del mare. Le pareti vengono abbattute e cadono in una enorme vasca d’acqua. La spettacolarità di questa trasformazione e la successiva tempesta trasportano lo spettatore in un mondo che è quello che Hove vuole farci esplorare, fatto di calma apparente e tempeste improvvise, proprio come l’animo umano.

Complessivamente le spettacolo funziona molto bene e ho trovato azzeccatissime le scelte sia della musica che della scenografia che accompagna lo spettacolo. Nel cast di altissimo livello tra gli attori la giovane Gaite Jansen è forse quella che più di tutti è in grado di cambiare radicalmente ruolo dal primo al secondo spettacolo. La lingua olandese, molto difficile da comprendere per noi, trasmette però sfumature e suoni duri che aiutano lo spettatore a entrare nel mondo spigoloso e difficile che le opere di Bergman vogliono raccontare.

 

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