Riflessioni di un pianista su N.N. Figli di nessuno di Francesca Garolla [Carla Nigro]

Senza preavviso il riflesso nello specchio cadde

sotto i miei occhi

caduto

morto

aldilà dello specchio

e come ci entravo io nello specchio per rianimare quel riflesso dal cuore debole?

Come lo scavalcavo io il vetro per una respirazione bocca a bocca?

Come potevo penetrare io quella lastra riflettente per salvare me stesso?

Lì, impalato,

imbarazzato vedevo il mio corpo senza vita steso.

Non ricordavo di già il mio volto,

La curva del naso e il colore degli occhi

e se mi fossero spuntati i capelli bianchi?

Questo codardo di un riflesso neanche la mia faccia invecchiata mi avrebbe fatto gustare.

Ero morto anche io assieme al mio volto caduto.

Era morto lui, quel riflesso vigliacco ed io respirante per qualche motivo l’avevo seguito per metà.

Come avrei potuto guardare negli occhi una donna senza sapere cosa ella stesse guardando ?

Avevo perso un volto, Avevo perso le voglie,

Uno squalificato in panchina,

un morto che cammina.

Ogni notte quasi fossi un cieco studiavo il mio volto con le mani e tentavo

disperato

di disegnarlo, ma non mi riconoscevo,

mai ero io

mai che quella mina mi accontentasse, mai che mi aiutasse a capire quanto in giù pendesse il mio naso.

Nessuna pietà per i fogli bianchi, nessuna pietà per le mine rotte, per le matite spezzate sotto i denti di un uomo che non può riconoscersi.

Come un folle, ogni notte maniacalmente lo stesso processo ripetuto nella speranza che cambiasse il risultato.

Imprigionato nelle forme sconosciute del mio volto,

Un carcerato che non può vedere le sbarre che lo bloccano.

Un cieco vedente,

vedente il verde degli alberi, il grigio dell’asfalto, il blu degli occhi di una bella lei

ma incapace di vedere il nero, il marrone o il grigio della propria barba.

Una notte come le altre

la guerra e la preghiera alla mina, dichiarate.

Inizio a schizzare i tratti di un volto morto

ed ad un tratto qualcosa si illumina in questi occhi senza colore,

li raccolgo tutti,

tutti quei fogli disseminati in terra,

tutti quegli occhi vuoti, tutte quelle labbra socchiuse e disegnate senza talento e lo vedo,

lo vedo chiaro il contorno.

Il contorno del volto di mio padre,

è lui su tutti i fogli scarabocchiati,

lì in terra, sul letto, sulla scrivania

che mi fissa con sguardo severo.

Corro allo specchio, sono di nuovo lì, io che mi guardo.

La curva del naso

gli occhi castani

la barba incolta

i denti storti

tutto come l’avevo lasciato.

Il mio volto, la casualità dei tratti che mi configurava unico,

nella sua bellezza, nella sua bruttezza, chissà, ma unico nell’essere, questo certamente.

Mio padre è morto due giorni fa e credevo che mi avesse trascinato con lui nella terra vorace.

La bara scoperta

le prefiche urlanti

il sudore freddo lungo la schiena

il collo pesante di mia madre appesa ai piedi del Cristo

e io in fondo, accanto all’uscita

nella speranza che la lontananza lo rendesse meno morto.

L’odore forte dell’incenso.

Spiavo fuori dalla porta e sentivo gli autisti urlare, i cani abbaiare e le donne che si lamentavano del caldo.

Lo vedevo da lì dentro il sole cocente e mi chiedevo proprio perché non si fosse spento. Un uomo era morto e non era mica un uomo qualunque, quell’uomo morto lì sotto, sotto l altare, quel dannato uomo era mio padre, che pensa un po’, anche da morto mi ha strappato via la faccia per innumerevoli notti insonni.

Come si perdona un uomo che per innumerevoli notti insonni ti ha rubato il volto?

La forza per un perdono vero la cercavo sotto le travi di quella chiesa, ma ci scoprivo grigiastri strati di polvere.

Non ti aspetteresti mai che un padre rubi qualcosa di così vitale importanza al proprio figlio ,per giunta da morto, quando non può più prendersi colpe.

Devo ritenermi fortunato a questo punto se non è sparita anche la mia ombra.

L’avrei schiaffeggiato quel ruba-volti dormiente nella bara, uno scherzo simile è di cattivo gusto.

La mia era una rabbia senza un posto giusto, senza una sedia riservata

che si riversava nella bara di un vecchio sino a sgorgare dai bordi, siano ad affogarlo quel morto, sino a ucciderlo di nuovo.

Una rabbia quasi infantile

senza ragione, che pulsava nelle tempie,

la rabbia di un pianista che fissa il suo pianoforte e cerca una nota ottava.

Fissa la distesa di bianchi e neri,

aspettando che appaia.

Io, io sono un pianista senza spartito e una tastiera incompleta.

Priva essa della nota ottava.

Di là il pubblico mi attende, lo sento ansimare

ha pagato per il mio concerto e mi sto già chiedendo come rimborsarlo.

Come lo spiego al mio pubblico che l’ottava nota si è persa o qualcuno l’ha rubata.

Che forse addirittura mio padre potrebbe averla silenziata per sempre.

Si apre il sipario, chiudo il pianoforte, lo guardo negli occhi il mio pubblico pagante e lo dichiaro, lo dichiaro apertamente che io non sono un figlio e quello morto non era un padre e la donna appesa al cristo non era una madre.

Il morto, l’appesa e l’io sono persone.

Mio padre, il morto s’intende, era uno che ci credeva, che ci credeva nel ’68, era uno che: foulard rosso bel annodato e via, giù in piazza a far la guerra agli ingiusti.

Era uno che ci credeva lui.

Mia madre, pure lei era una che ci credeva, una di quelle che si arrampicava sui vecchi monumenti e urlava in nome di una qualche libertà.

Ci credevano loro, come ci credevano altri, come altri ancora credono nella Provvidenza, altri ancora nella reincarnazione e altri ancora nella pace, altri nella guerra, altri nell’indifferenza.

E mi chiedo se tutti questi credenti in dei diversi possano essere incolpati del furto di un volto.

Il pubblico si chiede di cosa diavolo stia parlando,

”non ho l ‘ottava nota” urlo

ma vedo solo sguardi disorientati e irosi.

Allora mi spoglio, tolta la giacca, ricomincio e ci riprovo e spiego che l’ottava nota era determinante per il mio spettacolo, che ha il potere di silenziare le altre sette.

Eppure

l’ottava nota forse non l’ho mai avuta,

ma mio padre è morto e solo ora sento l’esigenza di averla.

Questo pubblico innocente, mi guarda come fossi un folle.

La mia ottava nota, la mia mancanza, l’assenza di me in me, l’essenza di me.

Chiusa la tomba, il risucchio dell’aria me l’ha strappata via dal petto

e ho creduto di aver perso tutto, la mia faccia come le mie composizioni,

la mia libertà di suonare, come la mia libertà di vivere e sfoggiare un volto fiero della sua unicità.

Credevo davvero di aver perso.

Il pubblico rilassa il viso e forse comincia a capire allora continuo.

Qualcosa è accaduto l’altra notte,

davanti allo specchio mi sono riconosciuto,

nessun paragone con attori vivi o morti, nessun paragone con madri anziane e padri morti,

solo io davanti a me

e allora ho capito che quell’ottava nota non esiste mica

che nessun risucchio l’ha strappata

che nessun padre burlone l’ha rubata

le note sono sette, solo sette

un numero così piccolo, così insignificante di per sé, ma che racchiude una infinità di composizioni da far accapponare la pelle.

Un numero che si scrive anche con una penna scarica racchiude l’infinito.

E mio padre me l’ha consegnato morendo questo numero,

me lo ha stretto tra le mani e mi ha detto ‘scegli nell’infinità di possibilità la tua composizione’

e cosi ho fatto

quella notte ho suonato,

ho suonato tutta la notte

di certo non il grande Ludovico van, né Chopin,

ho suonato la mia composizione

perché se il morto, l’appesa e l’io sono persone

non vedo perché debba scomodare gli spariti del buon morto Ludovico van se egli era persona quanto me.

Talvolta devono cadere le cornici per poter gustare il paesaggio nel quadro.

È la consapevolezza che trasforma il nostro essere in potenza, in essere.

Siamo vene in cui si iniettano fiumi di esperienza, che il fiume si chiami madre, padre, pallone, libro, spina, rosa, bacio, sesso, schiaffo, amore, sarà il caso, sarà il pensiero, sarà il turbinio entro cui decidiamo di perderci che darà forma alla nostra vena.

Navighiamo sulle mille onde di mille fiumi

e ora suono su questo pianoforte,

strappo un pezzo di infinità e la suono a voi pubblico mio.

Se non vi dispiace con sette sole note, ho solo quelle.

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