Carmen di Mario Martone [Sara Giorla]

Piccolo Teatro Strelher
5 Maggio 2015

Non ci troviamo più a Siviglia ma a Napoli, una città dove si incontrano lingue e culture, come sottolinea anche l’orchestra di Piazza Vittorio, in cui i musicisti diventano anche attori, di varie nazionalità, che reinterpretano le musiche originali secondo il principio su cui ruota tutto lo spettacolo: fondere l’originale con il nuovo, con i suoni popolari napoletani, spagnoli, arabi… Come la lingua in cui parla e canta Carmen, interpretata da Iaia Forte, che sa essere volgare e sensuale allo stesso tempo. Lei ci racconta a ritroso la sua storia, accompagnata da Roberto De Francesco, nei panni di Cosè, qui raffigurato come un soldato veneto di stanza a Napoli che vediamo ad inizio spettacolo richiuso in cella.
Come un flashback vediamo svolgersi la storia, che riadatta le vicende originali ai personaggi ed all’ambiente. Le donne hanno poco in comune con le sigaraie, il riferimento resta solo nella manifattura di tabacchi in disuso che è il covo dei malfattori. Ma l’unico vero stravolgimento sta nel finale. Carmen non viene uccisa da Cosè come nel testo di Mérimée ma viene acciecata, come è cieco lui di gelosia, per questo all’inizio dello spettacolo la vediamo arrancare con indosso un paio di occhiali da sole.
Le scene bellissime e multifunzionali di Sergio Tramonti sono delle scatole che ora si chiudono a formare pareti e vicoli, ora si aprono e svelano stanze e locande di una Napoli che potrebbe essere nel dopoguerra ma che sotto tanti aspetti ci ricorda i giorni nostri. C’è anche qualcosa di circense, come la luminosa torretta dove festeggiano gli attori ballando e cantando aspettando la corrida, come fosse una chiassosa festa di paese.
E così si chiude la storia, con la vecchia Carmen, divenuta tenutaria di un bordello che dice: “che vi devo dire? I’ nun so’ morta. Musica maestro” lo spettacolo, come la vita, deve continuare…

Personalmente mi è piaciuta molto la scelta dell’internazionalità di musiche e attori, cosa poco frequente nel teatro italiano e tema molto attuale nel nostro paese. La città di Napoli, che io non ho mai visitato, viene raccontata secondo me anche esaltandone gli stereotipi. Ho apprezzato molto il fatto che la storia risulta interessante e comprensibile indipendentemente dalla conoscenza o meno dell’opera originale. Mi resta solo una perplessità, perché il Tenente Zuniga dopo essere stato ucciso si rianima come uno zombie? I fantasmi che ritornano forse?

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Sara Giorla

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