Ti porto de là del mur! Riflessioni e fotografie dentro all’ex manicomio di Mombello [Giuditta Verderio]

“[…] E senza sapere a chi dovessi la vita | in un manicomio io l’ho restituita […]”    “Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)”, Fabrizio De André, 1971.

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Mombello, frazione del Comune di Limbiate, provincia di Monza e Brianza. Ci troviamo in un parco immenso. Al centro vi è una villa del XIV secolo, costruita dalla famiglia Pusterla, poi ceduta agli Arconati e infine ai Crivelli che nel 1758 la trasformano in un luogo lussuoso, quartier generale di Napoleone Bonaparte durante la campagna d’Italia. Nel 1863 il radicale cambiamento: il terreno acquisito dal Comune di Milano si trasforma in uno dei più grandi manicomi italiani. Fin dall’inizio insorgono una serie di problemi: sovraffollamento, personale scarso, condizioni igeniche complicate. Vengono costruiti altri 12 padiglioni in cui i malati sono suddivisi a seconda dei loro disturbi. Nel 1978 la svolta: con l’approvazione della legge Basaglia il manicomio di Mombello viene chiuso e smantellato definitivamente nel 1999. Da allora il complesso è stato gradualmente abbandonato a se stesso.

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Ho letto che un tempo gli anziani del posto, per calmare i bambini un po’ troppo irrequieti, dicevano:”Se non fai il bravo ti porto de là del mur”. Chissà cosa poteva immaginarsi dietro a quel muro un bambino ascoltando le parole del nonno, e chissà cosa proverà sapendo che quel muro minaccioso e inquietante, che un tempo veniva scavalcato da qualche paziente che voleva fuggire, oggi viene scavalcato per entrare. Nei due giorni in cui mi sono recata a Mombello ho visto di tutto: gruppi di fotografi e video maker, ragazzini divertiti, anziani tranquilli seduti sulle panchine tra le rovine, persone che con fare furtivo si inoltrano nei padiglioni, un servizio fotografico con una ragazza travestita da zombie fino ad un surreale matrimonio celebrato nella chiesa ortodossa a pochi passi dal degrado dell’ex manicomio (con tanto di servizio fotografico).

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Sì, a Mombello la cosa più surreale non sono i travestimenti, i tossicodipendenti, la pittura rossa sparsa sui pavimenti e sulle pareti (per simulare del sangue) o i numerosi oggetti di scena portati da casa per creare un’atmosfera da film horror: a Mombello ciò che colpisce è la normalità, la vita di tutti i giorni che scorre in questo luogo che è tutto fuorché normale e sereno. Mi impressionano gli anziani sulle panchine, i due sposi felici che si fanno fotografare, un uomo sulla sedia a rotelle che gira tranquillo fra le rovine con fare curioso, due bambini che si rincorrono spensierati. Il momento che mi ha colpito di più è stato entrare in una stanza apparentemente come tutte le altre: spoglia, i muri pieni di graffiti, polvere e calcinacci per terra, odore di chiuso e di muffa, finestre senza vetri e persiane. Mi è bastato ruotare leggermente la testa mentre ero sulla porta per scorgere in un angolo un letto perfettamente ordinato. Una coperta rossa ben tirata su un lenzuolo bianco, rimboccata sotto al materasso. Ai piedi del letto alcuni panni piegati e impilati in maniera precisa. Di fianco al letto, su ciò che rimane di un tavolo, una bottiglia d’acqua e dei bicchieri di plastica davanti a dei piatti puliti. In quel momento ho sentito il bisogno di allontanarmi immediatamente. Solo successivamente ho avuto l’occasione di ripensare a ciò che avevo visto in quella stanza: la pulizia del letto, i panni piegati e l’ordine degli oggetti sul tavolo avevano qualcosa di profondamente disturbante in quel contesto. Oggetti così normali, un ordine così “casalingo” in un luogo così inquietante e dimenticato da tutti creano uno straniamento fortissimo, un accostamento stridente ma che nasconde qualcosa di affascinante. In quella stanza ho colto un’intimità che qualcuno ha creato e nascosto con cura, quasi con amore, qualcosa che non mi sarei mai aspettata, qualcosa che infondo è profondamente bello.

Testo e fotografie di Giuditta Verderio

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