Divinas Palabras. Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat [Lisa Baldini]

Cristianesimo, superstizione e magia coesistono nella cultura di una popolazione contadina che vive dispersa, per incontrarsi soltanto in occasione di fiere e di pellegrinaggi.  Quello di Divinas Palabras , di Ramón María del Valle-Inclán, è un mondo miserabile, popolato di derelitti e di creature al limite dell’umano, dominate dalla gola e dalla lussuria. L’omosessualità sembra accettata, o almeno tollerata. Si arriva ad intravedere l’incesto. La sete è dissipata solo con l’alcool. Le bestie arrivano a mangiare i cristiani. Un erotismo mortale serpeggia costantemente in ogni azione, (la morte del povero Innocente avviene mentre Maria Gaila sta giacendo con il suo amante; e ancora, Maria Gaila stessa sta per essere ammazzata quando è colta in flagrante adulterio). Ma a tanta immoralità non sembra opporsi alcuna valida moralità, semmai solo mescolarsi un profondo senso del sacro, grottesco al punto tale da sembrare una bestemmia .Uno spettacolo che sa di decomposizione, che ha il sapore amaro del peccato e l’odore del sesso.

L’azione ha inizio davanti ad una piccola chiesa dove il sagrestano, Pedro Gailo, apre il dramma con il suo improperio contro i vagabondi. A terra un mare di fango, chiara metafora di un peccato ubìquo ed inestirpabile,  pronto ad inghiottire i personaggi al primo fallo. Si profila subito l’opposizione tra quello che è il mondo nomade della fiera, (di cui sovrano assoluto sembra essere il saltimbanco Lucero Septimo Miau), e quello stabile della fede, (impersonato perfettamente dal devoto sagrestano Pedro Gailo). Due realtà opposte, costrette a coesistere nello stesso luogo, ma assolutamente incapaci di qualsivoglia dialogo. Ma inspiegabilmente le divinas palabras pronunciate in latino dal sagrestano proprio nell’ultima scena, sembrano operare una sorta di catarsi, non solo sui personaggi, ma certo anche sugli spettatori. “Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat”.

Uno spettacolo che ha tutta la forza della realtà dalla sua parte. Ferocemente attuale nella sua capacità di destare scandalo ed indignazione tra un pubblico forse un po’ troppo “per bene”.

Un grazie davvero sincero a tutti gli attori e al regista Damiano Michieletto ,che sono stati in grado di mettere in scena uno spettacolo assolutamente indimenticabile al il Piccolo Teatro Studio.

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