Lehman Trilogy, l’ultimo capolavoro di Ronconi [Francesca Sartorio]

Leheman Trilogy” è forse meglio noto come l’ultimo spettacolo la cui regia è firmata dal maestro Luca Ronconi. Il grande regista è purtroppo venuto a mancare pochi giorni prima di poter vedere questa sua fatica essere applaudita dagli spettatori del Piccolo Teatro Grassi, nel quale ha esordito il 29 gennaio 2015.

Lo spettacolo, basato sul testo di Stefano Massini, è diviso in due parti, come due ere della famiglia Lehman, distinte appunto dal titolo “Tre fratelli”, per la prima parte, “Padri e figli”, per la seconda. Esse a loro volta sono frammentate in capitoli di cui a turno i personaggi decretano l’inizio e ne scandiscono un titolo, che appare scritto sulla parete.

Le due parti separate della pièce, tuttavia, non possono realmente essere prese in considerazione singolarmente l’una dall’altra, poiché formano un’unica narrazione in cui il tempo passa, ma tutto resta: impossibile per il nuovo presidente della Lehman Brothers – che con essa si tratti di terzisti o banchieri – liberarsi dei suoi fantasmi, ancora più incombenti da morti che da vivi: si aggiungono di volta in volta sulla coscienza del nuovo arrivato, sulle cui spalle emblematicamente non fanno che appoggiarsi. Egli aveva potuto vivere “spensierato” solo prima di rendersi conto del suo cognome e del peso che esso comporta.

I soldi e il successo sono il motore che spinge la famiglia, indipendentemente che l’erede sia un abile calcolatore avido di guadagno, un “tubero sentimentale” o un “braccio” infaticabile. Nessuno è esente dal circolo vizioso della continua ascesa, del prestigio. Processo inarrestabile, poiché se si smette di salire, inevitabilmente, si scende, o peggio: più la cima è alta, più la caduta è brusca e fatale; processo che ci ricorda la “hybris” del teatro greco.

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La conclusione della trama è già nota: il crollo della Lehman Bros. è stato uno shock recente e chi ancora non ne fosse a conoscenza può intuirlo facilmente dai toni malinconici << come se tutto il racconto fosse figlio di un funerale >>, ammette lo stesso Ronconi in un’intervista e precisa: << mi intriga molto l’idea di dichiarare il crack fin da subito >>.

Il funambolo che attraversa ogni giorno la piazza di Wall Street è la metafora di questo equilibrio precario su cui vive il mercato finanziario: egli inizialmente avanza sicuro, poi sbanda di continuo, si storge la caviglia ed infine, nel 1929, per la prima volta, Solomon Paprinskij cade inavvertitamente. Anche a questo la Lehman Brothers riesce a sopravvivere, ma qualcosa è cambiato, ormai si è raggiunta la vetta (da cotonificio a banca multinazionale che controlla il mondo), si preannuncia dunque l’inizio della discesa.

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Questa “Trilogy”, delle tre generazioni che si susseguono, si conclude con un finale che arriva quasi a commuovere: nessun nuovo erede Lehman, i fantasmi di questi avidi uomini di affari, dal saggio Henry al nevrotico Bobbie, sono riuniti intorno ad un tavolo, attendendo la notizia del disfacimento dell’impero per il quale hanno sacrificato la loro intera vita.

Messa in scena magistrale di un testo che sembra cucito addosso ad una regia come quella di Ronconi: il regista ci restituisce un mondo dove niente è mostrato, ma tutto evocato; il realismo qui convive con l’immaginazione, suggeritaci dai personaggi che si raccontano: solo poco di ciò vediamo è figurativo, verosimile, come piccoli dettagli di pennellate definite in una veduta sfumata, onirica, essenziale, simbolica, geometrica e contemporanea. Così è la scena, così sono i movimenti, così è la voce, così è il ritmo.. Lo stesso Stefano Massini afferma: << ho cercato più volte in tutta l’opera, di creare un sistema ibrido dove la realtà si confondesse alla visione e l’aneddoto al paesaggio>>.

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Lo spettacolo vanta ottimi interpreti, su ognuno dei quali Ronconi ha operato un lavoro di linguaggio: la singola parola è fondamentale, calibrata, scelta con cura; pertanto anche la pronuncia, il tono, l’emozione con cui viene detta hanno subìto uno lavoro meticoloso dietro; come anche la scelta della ripetizione di concetti e nomi continuamente, in modo stressante. La recitazione è nevrotica: ogni parola sembra costare alle labbra, come sofferta, come uno sforzo fisico. Se proviamo a trascrivere le battute, il testo che ne verrebbe fuori non è di certo una prosa: sul palco di Ronconi ci si esprime quasi in versi. Come in una ballata << sono tante strofe, una inanellata all’altra: in qualche modo verrebbe da cantarla. Contiene ritorni continui, formule celate nel discorso, come nella poesia epica. Dobbiamo cercare di imprimere un andamento naturale ad una forma che naturale non è. >> queste furono le parole del regista.

Ogni Lehman è un fantasma che persiste per figlio e fratello, ma è evidente anche che tutti i personaggi sono una parvenza di se stessi: talvolta recitano le loro battute, talvolta si raccontano, ma esclusivamente utilizzando la terza persona; ribadiscono di continuo il proprio nome, lo impongono, ma lo estraniano da sé. Una sorta di forma epica, senza però l’intendo brechtiano di mostrare qualcosa di esemplare o dimostrativo. Qui il regista specifica: << Questi sono personaggi che non possono colloquiare perché ognuno di loro è spesso immerso in una temporalità diversa da quella degli altri >>. Ognuno di loro si distingue, è riconoscibile, anche grazie ad il particolare modo che ha di parlare, che subito fa intendere una serie di peculiarità e preoccupazioni.

Non si possono non citare le interpretazioni di Massimo De Francovich (Henry Lehman), Fabrizio Gifuni (Emanuel Lehman), Massimo Popolizio (Mayer Lehman), Paolo Pierobon (Philip Lehman), tra i quali è difficile scegliere il più efficace. Inutile dire che la buona recitazione – che sia brechtiana o stranislavskijana – è il primo passo per la riuscita di uno spettacolo; è qualcosa da cui non si può prescindere e questa pièce ha la fortuna di avere attori in stato di grazia.

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I movimenti, i gesti paiono naturalmente e spontaneamente parte di una coreografia; vengono ripetuti o si arrestano, come immortalandosi in una posa precisa e simbolica. Sono tutte micro-azioni, quasi delicate, talvolta rallentate. Anche la scenografia è partecipe di questa composizione coreografica: porte che si spalancano dal nulla, oggetti evocati che compaiono, personaggi che spariscono risucchiati dal palco; le sedie minimali che contornano la scena non sono arredo: gli attori non fanno che posarsi, appoggiarsi, salirci in piedi e farle crollare, ogni cosa in un punto scelto del palco, in ordine con la composizione visiva di tutto il resto.

I costumi sono esclusivamente in sfumature del colore nero e ciò vale per tutti i personaggi, non solo i Lehman; i volti appaiono così molto più evidenti, marcati, impressi. Simbolica la scelta di vestire i presidenti della Lehman Brothers con quelle che possono sembrare degli smoking, ma che sono in realtà delle tute, simili a quelle da lavoro, sotto alle quali portano camicia e cravatta.

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Questo spettacolo pare riuscire a racchiudere contemporaneamente un po’ di teatro di narrazione, un po’ di Brecht e pure un po’ dell’abilità compositiva di Bob Wilson, senza essere nessuno di questi. Un raro esempio di come tali diversi modi di esistere del teatro possano convivere. Non si punta al diverso, al nuovo, alla sorpresa, perché la sperimentazione qui c’è, ma non è un pretesto. Siamo di fronte ad un teatro che si sente molto contemporaneo e che parla ai contemporanei partendo dal 1800. Una tale opera non può essere identificata se non con il nome di Ronconi.

di Francesca Sartorio

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