L’importanza della maschera teatrale e il mestiere del mascheraio [Federica Mori e Francesca Sartorio]

Un mestiere come quello del mascheraio può suonare anacronistico al giorno d’oggi, rimanda alla mente un’antica professione dimenticata, alle botteghe, al tempo dei maestri artigiani e delle Corporazioni delle Arti, quando la Commedia dell’Arte era nelle piazze e riscuoteva i suoi maggiori successi.

Maschere e Commedia dell’Arte sono, in effetti, due elementi inscindibili, parte l’una dell’altra. Allora, mentre si continua a parlare anche oggi di Arlecchino, Pantalone e Pulcinella, perché non dare luce anche a questo antico mestiere, simbolo di un teatro tradizionale, che anche oggi ci parla?

ANDREA-CAVARRA-in-DEGOLASDi laboratori di mascherai se ne contano ancora, non pochi di questi si trovano proprio in Italia, non a caso paese natale di molte popolari maschere teatrali. Tra i più celebri laboratori vi è quello fondato dal prestigioso Amleto Sartori nel dopoguerra e ora presieduto dal figlio Donato, anch’egli noto mascheraio.

A Milano, l’attore e scultore Andrea Cavarra gestisce le Officine Creative Zorba, la cui sede è situata letteralmente nella fermata metropolitana di Repubblica; uno spazio visibile a chiunque, per via delle vetrate, e in cui Cavarra ama ospitare ogni tipo di arte. Decine di maschere, per ogni tipo di carattere, sono sparse ovunque nel laboratorio. La manifattura di Cavarra, che di rado si allontana dalla tradizione della Commedia dell’Arte, è considerata tra le più pregiate fra gli attori. La scelta dei materiali che si impone è rigorosa: solo concerie artigianali, lavorazione della pelle con prodotti il più possibile naturali e provenienti da animali destinati al macello, nel rispetto di un etica ecosostenibile.1461099_683966114956701_65628586_n

Tuttavia, in che cosa consiste il lavoro del mascheraio? Entrare in un laboratorio di maschere e prendere parte alla loro creazione è un’esperienza inusuale e decisamente accrescitiva. Un tale oggetto necessita di attenzioni, cura, tempo, pazienza e non di meno, al di là dell’abilità manuale, anche di un’attenta riflessione verso la psicologia del proprio personaggio: cosa svela in chi la indossa? Cosa suscita in chi se la trova davanti?

Una buona maschera è soprattutto una maschera con un forte potere comunicativo, che assolve al suo significato primario di far diventare “altro da sé” il corpo che la anima; essa è carica di simbologia e di storia. Regola fondamentale è procedere alla sua creazione con un’idea ben precisa e uno studio di ciò che essa è e rappresenta. Il più delle volte è ottimo basarsi su tipi stereotipati, come lo sono peraltro i protagonisti della Commedia dell’Arte. Questi tratti psicologici tipici sono rintracciabili in qualsiasi genere di racconto: letteratura, fumetti, film, ecc.

L’interesse verso questo tipo di fare teatro è stato incentivato grazie ad un workshop di due settimane di collaborazione fra la scuola di Scenografia dell’Accademia di Brera e le Officine Creative Zorba, in cui gli studenti erano tenuti a realizzare, sulla base di una loro ricerca, una maschera, attraverso il metodo di Cavarra ed il suo insegnamento.

Per tale workshop – a cui abbiamo personalmente preso parte – ci siamo ispirati per i nostri soggetti a delle figure prese dalla letteratura e dalla nostra fantasia, cercando di rendere più grotteschi personaggi già delineati nella nostra mente. Chi realizza una maschera deve modellare prima di tutto nella sua testa un carattere, deve conoscerlo e saperlo restituire agli altri, evocare tutto quello che esso è. Più tutto ciò è intuibile dal primo sguardo alla maschera, maggiormente essa sarà efficace. 

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L’abilità sta, dunque, nel saper esprimere con le proprie mani, impastate nella creta – come richiede la procedura – un viso che non esiste ancora. In questo lavoro, la versatilità dell’opera è un elemento importante, ma i tratti devono essere sempre ben identificati e i tagli netti; tutto va reso grottesco, anche la neutralità e l’ambiguità assumono lineamenti precisi e non umani, come se pure l’assenza di emozioni diventasse caricaturale e in essa si leggesse ogni cosa, a seconda dell’interpretazione del corpo che la indossa.

Storia della maschera

Nel teatro contemporaneo la maschera non riveste l’importanza che aveva avuto in precedenza. Il suo utilizzo risale alle popolazioni primitive, quando l’uomo preistorico realizzava dei graffiti sulle pareti delle caverne; egli compiva una catarsi, ossia rappresentava qualcosa che temeva per purificarsi e poterla meglio affrontare, in altre parole riversa i suoi timori nella pittura. La maschera si evolse proprio da questi graffiti, essa era in genere legata al capo villaggio o allo sciamano, i quali avevano il potere di entrare in collegamento con il mondo degli spiriti; basti pensare alle maschere tribali africane.Essa veniva anche usata per percorsi iniziatici o riti di passaggio (in relazione alla vita dell’uomo o alla natura), era un simbolo, chi la indossava diveniva qualcosa d’altro e funzionava quando chi assisteva accetta la convenzione.

Ritroviamo la maschera presso i Greci, che la usavano nei riti dionisiaci per effettuare una catarsi delle paure. Esse si distinguevano per le tragedie e per le commedie: comodos e tragodiaL’uso della maschera si perda con i Romani, famosi per la pantomima e per realizzare in scena anche azioni truculente, usando come vittime condannati a morte o schiavi, rendendo reale la morte.

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Per via all’editto di Costantino del 313 d.C., viene riconosciuta la religione cristiana e questo tipo di spettacolo non venne più permesso. Con l’affermarsi della Chiesa cattolica, il teatro subiva un arresto in quanto la recitazione era considerata al pari della prostituzione. La Chiesa restava però consapevole del potere che poteva esercitare il teatro e lo sfruttava a suo interno; la messa e le tappe della via crucis erano vere e proprie rappresentazioni teatrali sacre. Intorno all’anno 1000 d.C., dopo le invasioni barbariche, il teatro rinasce. 

La piazza diventa il luogo principale in cui esibirsi, nascono i cantastorie e i girovaghi. Il pubblico è estemporaneo, ossia non si è recato apposta per assistere allo spettacolo, ma si trova lì per caso, per questo vengono scelti luoghi ove si possa incontrare il maggior numero possibile di persone. Gli spettacoli sono rivolti a tutti, che siano nobili o contadini di tutte le età e estrazione sociale. Il teatrante bravo è, dunque, quello capace di raccogliere un cerchio di persone attorno a sé, con pochi mezzi e divenendo versatile in molte arti. Nelle rappresentazioni vengono affrontate tematiche scomode e criticato il potere.

In paesi come la Francia, la Germania o la Spagna veniva celebrata l’asinaria festa (che in Italia veniva ostacolata dal Vaticano): si tratta di un rito carnevalesco discendente da quelli dionisiaci greci. Durante questa festa venivano sovvertite le regole a cui normalmente bisognava sottostare e si invertivano i ruoli: i servi diventavano padroni e viceversa. Nel 1300 L’asinaria festa venne abolita e i giullari vennero massacrati.

Nel 1500 con il Rinascimento viene ridata importanza e centralità all’uomo e i trovatori passano dal vivere dell’elemosina del popolo ad essere ingaggiati dal signorotto locale.La piazza resta dunque deserta.

Nel 1500 nasce anche la Commedia dell’Arte il cui fulcro è Venezia, allora metropoli e incontro di culture. Vengono create così le prime maschere moderne: lo Zanni, contadino povero, che conta sulla forza fisica, proveniente dalla pianura padana. Egli è pieno di buona volontà, ma scarso di intelletto e arguzia. Risponde sempre di sì, ma senza mai capire le richieste. Di questa figura si ride, nessuno vorrebbe essere al suo posto. Zanni (abbreviazione di Giovanni) cerca lavoro al porto, al mercato, come urlone, ma commette sempre gaffes a causa della sua grossolanità; queste sue caratteristiche sono enfatizzate da una naso lungo e da occhi piccoli e rotondi.

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Arlecchino, come Zanni, è un’altra figura di servo, ma egli, al contrario dell’altro, è caratterizzato dalla furbizia, pertanto viene rappresentato con tratti più fini, un naso corto e occhi felini. E’ un servo che si è nobilizzato, ma resta pur sempre povero; il suo abito colorato è dato dalle numerose toppe con cui l’ha rammendato.

Interessanti sono le dinamiche tra i due servitori: in scena c’è sempre un dominante e un dominato; la situazione in teatro non è mai pari, anche se spesso avviene un ribaltamento.

Vi è poi il Capitano: parla con accento straniero e apparire forte anche se non possiede nessuna di queste qualità. Egli cerca di farsi forza puntando sul suo aspetto, è un fanfarone che cerca di nascondere la sua codardia.

Pantalone invece è un vecchio veneziano, usuraio ebreo (fa pensare alla figura di Shylock ne “Il mercante di Venezia”), lontano dai valori più importanti. E’ un personaggio estremamente solo, che alla fine pagherà e verrà punito. Egli incarna la paura di morire, è attaccato ai beni materiali, alla ricchezza e al sesso e per questo è ricattabile. E’ colui che nel lieto-fine viene additato come malvagio e umiliato sulla pubblica piazza.

Il Dottore è una maschera bolognese ed è il contrario di Pantalone. E’ lui il personaggio più malvagio; sa tutto e ha sempre ragione, senza in realtà conoscere nulla. Ha una postura aperta verso gli altri, contento, muove molto le mani e parla, con il suo accento romagnolo o emiliano, per incantare chi ha davanti, affinché perda il filo del discorso. Egli esce sempre illeso dalle situazioni, sono gli altri a pagare; ha bisogno di gestire il potere.

Infine ci sono gli Innamorati, gli unici a non portare la maschera. Sono figli di famiglie ricche e nobili che incarnano le migliori qualità: bontà, bellezza, cultura, ecc. Non sono mai grotteschi se non a causa del loro amore che letteralmente li “rimbecillisce” ed in genere osteggiato è il pretesto della trama.

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Il primo luogo su cui vengono realizzati gli spettacoli è il banco (da qui la parola saltimbanco). Vengono affrontati temi cari al popolo, ma in scena compaiono tutte le classi sociali dal servo al nobile. Tutti i personaggi sono in maschera, che ha la funzione sia di nascondere, sia di rivelare; vengono esaltate determinate caratteristiche e esagerati i comportamenti.

Il primo contratto ufficiale viene stilato nella prima metà del 1500 e il teatro diventa un’arte e una professione. La Commedia dell’Arte si trova poi ad essere osteggiata a causa degli argomenti trattati, subirà pertanto la censura, che darà modo agli attori di essere spronati; è un motore di ricerca per trovare nuovi modi di mettere in scena uno spettacolo.

Nel 1789, con la Rivoluzione francese si ha un forte cambiamento. La classe dominate diventa la borghesia e tutto si rifà a loro: luoghi, tematiche, modi di parlare; viene abolito il dialetto, obbligando le persone a parlare esclusivamente in francese. Il teatro borghese smette le maschere in favore dell’espressività del volto, dopodiché esse decadono, se non nel teatro per ragazzi. L’unica a persistere è Pulcinella, che merita un piccolo accenno in quanto rimane la maschera più conosciuta, d’altra parte è il personaggio che sopravvive ai cambiamenti, che resta in scena.

Nel secondo dopoguerra Strehler decide di dare un taglio al teatro borghese. M. Moretti, che faceva parte della compagnia di Strehler, studia Arlecchino e impara i suoi movimenti. Prende il testo di Goldoni “Servitore di due padroni” perché è il più vicino al canovaccio. Questa scelta ridà lustro al teatro italiano, ma per la messa in scena occorrono delle maschere e per tale compito la richiesta viene fatta ad Amleto Sartori, padre della tecnica della maschera italiana moderna e scultore eccezionale, che sapeva usare il cuoio e estrapolare dai volti i tratti somatici essenziali. La maschera deve essere efficace, uno strumento per facilitare il lavoro dell’attore.10316

In tempi moderni, l’attore Carlo Boso impara a fare tutti i ruoli della commedia dell’arte; dopo aver litigato con Strehler si trasferisce a Venezia e collabora con il Tag Teatro; qui inizia a scrivere canovacci; fonderà poi una sua accademia di Commedia dell’Arte in Francia. Dopo essersi reso conto dell’importanza di far conoscere la maschera presso i giovani, decide di organizzare numerosi stages, venendo molto apprezzato per quest’opera di formazione.  Altri artisti come Antonio Fava e la sua scuola di formazione dell’attore comico, sono molto importanti nel contemporaneo per ridare lustro alla Commedia dell’Arte.

thumb_5242a81d3f3092c13401e27b_default_xxlargeOggigiorno l’uso della maschera è nuovamente presente in scena e suscita interesse sia da parte del pubblico italiano che internazionale.

di Federica Mori e Francesca Sartorio

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