Re Lear, nostro contemporaneo

RE LEAR/ PROSA

Di William Shakespeare

Traduzione e adattamento: Michele Placido e Marina Gungui

Regia: Michele Placido e Francesco Manetti

(di Eleonora Rassatti)

Ci troviamo di fronte a un Re Lear che vira verso il contemporaneo. A cominciare dalla scenografia di Carmelo Giammello. Scena in cui si accumulano cose. Rovine del presente e rovine del passato, frammenti di cronaca e della politica. Immagini incrostate e scolorite di Kennedy, Osama Bin Laden, Mandela e la Regina Elisabetta. Facce incorniciate dalle macerie.

Ma lo stesso ragionamento lo possiamo fare a livello di costumi di Daniele Gelsi, quasi del tutto contemporanei, non fosse per i pochi elementi per rendere l’idea: corazze, copricapi, giacche, spade… il tutto abbinato ad abiti come pantaloni di pelle, pantaloni militari, anfibi, bustini.

Senza neanche l’apertura del sipario, ci troviamo di fronte ad una scena “anonima”. Gli attori in scena, tutti assieme, mimano duelli, discutono d’affari, come se non fossero ancora calati nel personaggio e si stessero scaldando, prima della prosa. Ma tutto cambia con l’arrivo di Michele Placido nel ruolo di Re Lear.

Spettacolo privo di fondale e quinte. Il pubblico può benissimo vedere gli attori, che non sono occupati a recitare, avviarsi e sedersi verso il fondo. Come se il personaggio fosse sempre vivo, come se non dovesse mai venir dimenticato.

Per quanto possa aver osato a livello di scelte sceniche e stilistiche, cercando di sfiorare il più possibile il contemporaneo, la vera denuncia al contemporaneo avviene tramite i versi shakespeariani, intramontabili: “a noi spetta accettare questo tempo triste, dobbiamo dire quello che sentiamo e non quello che conviene.”

Ma è proprio nel finale che abbiamo il più elevato livello di contemporaneità: “troppi, oggi, vogliono farsi re, senza fatica né studi.”

Placido veste i panni del re, simbolo della natura umana, sottolineando con coraggio l’età che avanza e la follia ad accettare un presente che è inaccettabile. La follia di Lear è degnamente sostenuta dal “Matto” (Brenno, figlio dell’attore). Ma spicca più di tutti la bravura attoriale e la presenza scenica di Francesco Bonomo, interprete di Edgar, prima impaurito e insicuro, come se cercasse rifugio e risposte nei libri, per poi sbocciare in una magnifica interpretazione trasformandosi, sul palco, in Tom. Trasformazione dovuta all’allontanamento degli affetti e dal nucleo famigliare, mostrandosi così nella sua nudità e fragilità, calibrando il tutto con gesti chiari e puliti. Una trasformazione caratteriale ed espressiva che arrivò al punto da strappare più volte l’applauso a scena aperta. Convincono l’Edmund belloccio e spudorato di Giulio Forges Davanzati, anima nera della storia, e l’acerbo Matto adolescente di Brenno Placido che parla in rap. Le tre figlie del re mi hanno lasciata perplessa, non soddisfatta. Gonril calcolatrice e dal cuore di pietra, Regan superficiale e svampita, Cordelia lamentosa e piagnucolante, rispettivamente Margherita Di Rauso, Federica Vicentini e Linda Gennari. Gigi Angelillo è Gloucester, reso cieco e replicato da una statua in scena. Francesco Biscione invece è Kent, poco in evidenza nel suo doppio ruolo.

Lo spettacolo, seppur diviso in atti e dal testo fluido, presenta una notevole differenza tra un atto e l’altro. Come se ci trovassimo di fronte ad un primo atto chiaro e tradizionale, e un secondo atto che non presenta nessun legame col primo, come a voler sottolineare ulteriormente la contemporaneità, sfociando quasi nel grottesco.

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