L’Otello rianimato di Rossini

Dall’idea di Kiefer, Teatro alla Scala

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Confesso che fremevo all’idea di assistere all’Otello di Gioacchino Rossini
al Teatro alla Scala con la regia di Jürgen Flimm e direzione musicale di Muhai Tang.

Avevo visitato due mesi prima i laboratori della Scala mentre stavano preparando le scenografie di ispirazione all’opera kieferiana. Vedere gli scenografi lavorare sopra, nel vero senso della parola, con in mano i fogli che rappresentavano la
concezione scenografica di Kiefer, ha spinto la mia impazienza ad auto regalarmi un gran bel posto: platea fila C posto 9.

Anselm Kiefer (Donaueschingen, Germania, 1945) è uno dei più conosciuti, studiatie prolifici artisti contemporanei, simbolo di un’arte che riflette costantemente sulle grandi questioni storiche e culturali del presente e del passato. Kiefer
tuttavia non è mai direttamente interessato agli aspetti di stretta attualità della storia ma va alla ricerca degli elementi religiosi, filosofici e simbolici chesono all’origine degli eventi, indagandone le radici nascoste e invisibili.
Proprio per questo motivo, le reazioni del pubblico, se non contrarie, restano
decisamente tiepide per la parte scenica. La volontà degli spettatori ,intorno a me,era quella di approfondire i dettagli in cui si muove il melodramma rossiniano

IMG_20150724_233141L’impianto scenico di tutti e tre gli atti è costituito da un grande salone conenormi tendaggi grigiastri, coperto da
polvere. Nel primo atto è imbandita una tavolata per i festeggiamenti della vittoria di Otello; nel secondo diventa teatro del matrimonio tra Rodrigo e Desdemona e nel terzo, disseminato da sedie, lo ritroviamo immerso in una nebbiolina
con l’arrivo della gondola che diventa unvero e proprio catafalco, dove Desdemona dorme e viene uccisa.  Nel finale, le tende crollano a terra per mostrarci il
retro palco ed i personaggi si mostrano in abiti contemporanei, con un coup de
théatre – ben costruito. I costumi di Ursula Kudrna sono eleganti, pur spaziando
in epoche diverse, ma quello di Desdemona, ricoperto da piume, spicca per l’abilità sartoriale.
Alla fine di ogni atto cercavo di cogliere i pensieri talvolta esposti, ma talvolta imprigionati nelle espressioni più celate. Vedevo volti che non si interrogavano sul dramma appena assistito. Come se non fosse una rappresentazione che può
portare ad interrogativi. Finisce l’atto, la visione e anche noi terminiamo. Chiudiamo insieme al sipario calato. In molti sguardi non ho percepito alcuna volontàdi filtrare le parole dette attraverso il bel canto. Vi era la gioia per essere
seduti su una poltroncina del teatro alla Scala non la gioia di assistere ad uno spettacolo al teatro alla Scala. Come se fosse un posto da esibire e non da assorbire, da gustare. Molte critiche che percepivo erano superficiali e ricche di un giudizio estetico. “Dai cosa sono quelle sedie dell’ikea!” Come se l’utilizzo di sedie comuni e commerciali non potessero calpestare il ricco palco del teatro.

Ci si riferisce all’Otello di Kiefer, come ad un Otello mancato. Un Otello tornato alla Scala dopo quasi un secolo e mezzo dall’ultimo allestimento nel teatro milanese, eclissato da quello ben più noto (e scaligero doc) di Verdi.
Non sono in grado di cogliere i punti deboli della regia, del canto,sono attrattasoprattutto dall’aspetto scenografico, scenotecnico. Ciò che percepisco è che il pubblico non ha trovato un filo coerente nel guazzabuglio di intenzioni della re
gia, alcune anche interessanti (vedasi la follia di Desdemona nella chiusa del secondo atto) altre francamente meno, ma realizzate con un’approssimazione ai
limiti del professionale. Abbandonati a se stessi, gli interpreti della lussuosa distribuzione scaligera più che altro offrono conferme. Vocalmente smagliante
come sempre, Juan Diego Flórez torna a vestire i panni di Rodrigo, il rivale di
Otello, che è ancora una volta Gregory Kunde, di cui non rimane ormai che qualcheacuto squillante ma nel registro medio la voce non è nemmeno più impostata. La luminosa Olga Peretyatko è una Desdemona parente stretta di Elvira e Lucia (cavalli di battaglia del soprano) dalla vocalità sicura così come il talento attoriale. Fra gli altri, molto bene Edgardo Rocha, Annalisa Stroppa e Roberto Tagliavini.
Una drammaturgia astrattamente musicale come quella rossiniana le cui colpe
maggiori vanno forse ascritte alla direzione di Tang: il passo è fiacco, l’orchestra è soffocata, il canto non si impone. Dimenticate le contestazioni alla primaapplausi calorosi a tutti gli interpreti, soprattutto a Flórez.

IMG_20150724_223635Ciò che mi rimane è la semplicità nell’utilizzare tre grigiastri tendaggi che riescono a rappresentare la scena. Senza sfarzo, senza arricchimenti inutili. La divisione di uno spazio con l’inserimento di poche cose che riesco a far risalire all’ambien
tazione rivelata da Rossini, e al cambio
scena. Gamma cromatica ben curata, sia dalle luci, sia dalla scena, ma soprattutto
nei costumi.
Pervade il fatto che nell’Otello si può individuare la messa in scena della tragediadella parola. La tragedia diventa destino, la parola e’ mistero e inganno, illu
sione e simulazione,apparenza che pero’ incide sulla realtà e la distorce, rendendo la conoscenza impossibile e portando alla catastrofe. Otello si muove a Vene
zia senza veramente vedere nulla. Non vede così la propria condizione di diverso.Non vede l’uso che Venezia fa di lui, la prigione in cui lo tiene, sfruttandone
le qualità militari per poi abbandonarlo dopo aver conseguito lo scopo della vit
toria; soprattutto non vede l’inganno tessuto da Jago e di cui invece il pubblicoè pienamente consapevole. Deve esserlo, affinchè la cecità acquisti la sua tragi
cità. Ma il pubblico è davvero consapevole del suo ruolo? Capisce che deve oltre
passare quello spazio liminale tra spettacolo e spettatore? Solo così il dramma
può compiersi. Solo così si può comprende se lo spettacolo ha portato a termine
la sua missione primaria. Meglio, in parte, se non si comprende qualche elemento.L’importante è interrogarsi, associare pensieri affini al nostro essere. Lo spettacolo non finisce con l’applauso. Deve continuare, rinascere, rielaborarsi in altre forme, fuori, nella realtà.

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