Gleijeses, Spregelburd. SPAM [Ginevra Ghiaroni]

Napoli Teatro Festival – Prima mondiale

Quella di Spregelburd è un’invenzione che supera la misura dell’ordinario e della prevedibilità. “La produzione di immondizia è la più grande industria del capitalismo” dice il drammaturgo argentino, questo è Spam: stratificazione, accumulazione cerebrale – o telematica? – che diviene materiale, per tornare all’Uno Tutto – un tempo il Dio Natura di Friedrich Hölderlin – ora Internet.

L’intrepido attore volto a quest’impresa è Lorenzo Gleijeses, le cui abilità erano già emerse nel “Principe di Homburg” messo in scena da Cesare Lievi e in “Vallanzaska – gli anegeli del male” di Michele Placido. Qui è un professore universitario affetto da temporanea amnesia, che tenta di ricostruire la propria identità tramite le cartelle email, uniche apparenti testimonianze della sua esistenza, per ritrovarsi all’interno di un intrigo internazionale: si intravede un James Bond attuale che, sotto la guida di Google Translator, segue tracce multimediali sfocianti in videoproiezioni di realtà esotiche, dove anche la lingua perde di senso o siamo noi ad aver perso il senso per comprenderne l’originarietà.

Strutturata in forma di Sprechoper (un’opera parlata) è suddivisa in 31 scene brevi ciascuna sorteggiata con una bingo roulette, per sottilineare la forza frammentaria della nostra quotidianità. Spam, l’indesiderato, è lo specchio dei nostri volti: pubblicità, per questa condizione virtuale che lentamente sta sostituendo quella reale.

Sviluppando un lunghissimo monologo con se stesso e con la coscienza dello spettatore, – responsabilità che l’attore napoletano ha sostenuto grandemente – si è potuto osservare gli oscuri meandri dei meccanismi logici intaccati dalla contaminazione digitale; l’uomo non più in grado di relazionarsi con la sua fisicità, in preda a un’ignara disgregazione, è l’odierna vittima politica esiliata nella quarta dimensione. Personaggio permeato da contagi industriali che infestano la consuetudine delle cose e i suoi maggiori simboli; ricorre la figura del Caravaggio come un essere al contempo mitico e capitalista: tra le immagini diffuse nello spettacolo, una produzione alternativa di “Giuditta che taglia la testa a Oloferne”, rinominata “Il Caravaggio cinese” di Nicolàs Levin, e ancora la testa medusea che si sovrappone al ritratto di una studentessa del professore, la promettente Maria Alberta Navello.

Ho visto molti abbandonare la sala prima della fine, scocciati, scioccati (?), annoiati. Mi ha sconcertata, quest’assenza di rispetto per chi con coraggio è portatore di potenza culturale. Spero che questa pièce faccia presto capolinea a Milano.

Caravaggio_-_Giuditta_che_taglia_la_testa_a_Oloferne_(1598-1599)     spregelburd-spam-

Ginevra Ghiaroni

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