Merdre, La risposta patafisica all’innovazione linguistica [Claudia Berton]

queneau Di quante parole abbiamo bisogno nella nostra vita? Il linguaggio è una realtà con cui abbiamo a che fare ogni giorno e a cui, come l’aria che respiriamo, facciamo pericolosamente poco caso. Eminenti studi che, ne sono certa, avranno avuto uno scopo ben preciso nel ricercare e definire tali dati, hanno stimato che durante la vita una persona impara ed utilizza dalle 10.000 alle 30.000 parole. Quest’ultimo dato vi sembrerà ancor più sconcertante alla luce del fatto che l’opera omnia di Shakespeare conta poco meno di 25.000 vocaboli differenti. Eppure c’è un eppure. Eppure perché, usando una forma molto cara soprattutto a chi si trova a parlar d’amore, a volte le parole non bastano? Succede credo a tutti, e a me spessissimo traducendo dall’inglese, di ritrovarsi a cercare una parola che riesca a descrivere, a cogliere una certa esatta sfumatura di pensiero, ma non si trova. Magari c’è qualcosa di vicino, vicinissimo, ma che per un minuscolo dettaglio finisce per non tornare. Io, legittimata solo dal fatto di essere una madrelingua italiana, letteralmente messa a tavolino con una madrelingua inglese, non sono ancora riuscita a trovare una traduzione soddisfacente per i termini stranded e numb, solo per citarne due. La soluzione migliore alla mancanza di parole è, pare, crearne di nuove, alcune delle quali hanno fortuna e vengono integrate nel linguaggio al punto che sembra siano sempre state lì. Mi ricordo il caso illustre della parola basium (diventata oggi il nostro bacio), coniata dal poeta latino Catullo per descrivere un gesto che avesse in sé sia la forza passionale che la tenerezza per la persona amata: “Da mi basia mille, deinde centum […] Lesbia”. Strano a dirsi prima esistevano solo due baci: l’osculum (il bacio affettuoso dato a figli o fratelli, sulla fronte, guancia, ma non in bocca) e il savium (il bacio che un uomo avrebbe dato ad una prostituta, ma non certo a sua moglie).

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Saltando in avanti nel tempo fino al novecento troviamo i primi “innovatori seriali” che sperimentarono le potenzialità del linguaggio:  surrealisti, futuristi e, a loro modo, dadaisti. Un esempio celebre è il caso del grande magazzino milanese, oggi catena, che nel 1917 venne ricostruito dopo esser stato distrutto dalle fiamme: il nuovo nome La Rinascente fu concepito da D’Annunzio, a cui dobbiamo tra l’altro le parole velivolo, fusoliera e teoria, più altre che però non ebbero successo e caddero nell’oblio, tipo arzente in luogo di acquavite. Chi però fece della creazione di neologismi e della sperimentazione oggetto di ricerca fu l’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), società fondata nel 1960 dai patafisici eredi di Jarry, tra cui François Le Lionnais, Raymond QueneauJacques BensClaude Berge. Il loro intento era di rianalizzare tutte le potenzialità della scrittura e della lingua, riprendendo i sentieri già percorsi dai surrealisti e dai futuristi arrivando ad ampliare in modo sempre più parossistico l’uso delle parole, usando come strumento principale di stravolgimento le figure retoriche tra cui acrostici, lipogrammi, palindromi. L’ispirazione probabilmente venne dalle opere dello stesso inventore della patafisica, nelle quali abbondano espressioni inventate e neologismi, tra i quali il famoso merdre, pronunciato da Padre Ubu all’inizio della pièce teatrale Ubu Re. Sebbene i risultati di tali innovazioni siano spesso ironici, in accordo con la natura goliardica e apparentemente disimpegnata della “scienza delle soluzioni immaginarie”, lo studio e il processo alla base di essi sono tutt’altro che semplici. Lettere e parole, alla stregua di numeri, dovevano obbedire a leggi matematiche, affinchè i periodi suonassero come musica. Il concetto non è nuovo, basti pensare ai sonetti trecenteschi in endecasillabi con un rigido schema di rime, la novità qui è data dall’assoluta fantasia con cui vengono impegate e reinterpretate le parole. Esercizi di Stile di Queneau rappresenta, se non il manifesto stesso dell’ OuLiPo, comunque la massima dimostrazione della ricerca dei limiti e dei confini del linguaggio. Si tratta di un banale racconto di poche righe reinterpretato in 99 modo differenti. In chiave di lettura patafisica si potrebbe dire che sia una storia narrata da tutti i punti di vista possibili, ed essendo quella di Jarry la scienza che studia le eccezioni, anziché le regole, il libro di Queneau diventa un favoloso elenco di stravaganti eccezioni.

“In una trafficora mi buspiattaformavo comultitudinariamente in uno spaziotempo luteziomeridiano coitinerando con un lungicollo fioscincappucciato e nastrocordicellone, il quale appellava un tiziocaiosempronio altavociando che lo piedipremesse. Poscia si rapidosedilizzò. In una posteroeventualítà lo rividi stazioncellonlazzarizzante con un caiotizionio impertinentementenunciante l’esigenza di una bottonelevazione paltosupplementante. E gli perchépercomava.”

Parole Composte, R. Queneau, Esercizi di Stile

 

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In Italia seguì alla fondazione dell’OuLiPo quella dell’OpLePo nel 1990, società con intenti omonimi. In ogni caso possiamo citare tra i patafisici italiani Calvino, che tra l’altro tradusse I Fiori Blu di Queneau. Risale a quel periodo anche Il Bar Sotto Il Mare di Stefano Benni, una raccolta di racconti narrati dai personaggi più disparati. L’idea di per sé ricorda di certo il principio della patafisica di indagare le eccezioni, ed ecco l’estratto di un racconto in particolare che mi ha ricordato la sperimentazione linguistica tipica di Queneau:

“C’era un oshammi shammi che viveva in una wesesheshammi in cima a una wooba. Venne una notte un oogoro e disse all’oshammi shammi:
– Shimì non voglio né la tua corona né il tuo bastone, voglio la tua shammizé.”

Shimizè, Il Racconto Della Sirena, S. Benni, Il Bar Sotto Il Mare

Cercando bene sicuramente una vena patafisica scorre in molti punti, magari dove meno ce lo aspettiamo, si potrebbe probabilmente continuare a cercare all’infinito ma “Tanto fa l’uomo, che alla fine sparisce”.

 

Claudia Berton

 

 

Bibliografia

Raymond Queneau, Esercizi di Stile, Einaudi, 1983

Stefano Benni, Il Bar Sotto Il Mare, Feltrinelli, 1987

Gian Luigi Beccaria, Italiano Antico e Nuovo, Garzanti Editore, 1988

Dario Lodi, Gli esercizi di Raymond Queneau, http://www.homolaicus.com

Federico Mainardi, La patafisica tra letteratura, arte e gnoseologia, http://www.doppiozero.com

 

 

 

 

 

 

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