Gilet bianco e scarpe gialle [Gloria Bolchini]

3Le luci sono abbassate, il sipario è aperto, e noi ci ritroviamo in una Russia di provincia, agli inizi del ventesimo secolo. L’opera è Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov, il teatro è l’Elfo Puccini di Milano, il regista è Ferdinando Bruni (uno dei fondatori del teatro, nelle cui produzioni lavora anche come attore, scenografo e traduttore).

Il passato permea ogni cosa entro le mura della camera dei bambini, spazio in cui, nell’adattamento dell’Elfo, si sviluppa l’intera storia. Bruni ci conduce in questa ampia stanza dalle tinte chiare, sulla cui parete si apre una finestra luminosa che dà verso il giardino dei ciliegi; in questo spazio denso di ricordi, fatto di quadri e disegni infantili, di cuscini ampi e tappeti polverosi, riecheggiano ancora le voci di tutti gli abitanti della casa, di Ljuba Ranevskaja, zio Leonid, Anja, Varja, perfino del piccolo Griša, annegato cinque anni prima dello svolgimento delle vicende sotto gli occhi di Trofimov, il suo giovane tutore dalle idee rivoluzionarie, perenne studente all’università di Mosca.

La luce al di fuori dell’ampia, ariosa finestra dà su un giardino che noi non vediamo, e diviene mano a mano da rosata a bianca, mentre la notte si trasforma in giornljubao e la casa conosce uno dei suoi ultimi risvegli. Tutto, in questo luogo, sembra immobile, immutato nel tempo; e sull’armadio centenario, sulla poltrona dai bordi dorati, gli occhi malinconici di Ljuba, appena tornata da Parigi assieme alla figlia di diciassette anni, si posano con affetto non appena varcata la soglia della stanza. Qui notiamo un’iniziale voluta dissonanza tra la padrona di casa e la casa stessa: Ljuba, che indossa una vestaglia tinta degli sfacciati colori della città francese, sembra l’unico elemento stridente tra i dolci bianchi e beige della camera. Questa dissonanza, ad ogli modo, si corregge da sé nella scena successiva, quando Ljuba, in ampie vesti chiare, riprende il suo posto all’interno della casa, dimenticando i suoi trascorsi parigini e ritornando all’antica simbiosi con il luogo nel quale è nata.

Il presente ci mostra le dinamiche all’interno di una famiglia dell’aristocrazia russa sommersa di debiti quando ormai un nuovo secolo bussa alle porte. Il tema principale dell’intera opera riguarda il declino di Ljuba Ranevskaja, attraverso il quale, analogamente ai Buddenbrook di Thomas Mann (il quale non a caso pubblica il libro un anno prima rispetto alla stesura di quest’opera), si mette in luce il crepuscolo di una società e dei suoi valori.
Poco dopo il suo ritorno in Russia, Ljuba viene informata del fatto che la sua proprietà sarà messa all’asta in agosto, per pagare i debiti accumulati. Lopachin, mercante e amico di famiglia, si offre di aiutarla, illustrandole il suo piano: dividere il giardino in tanti lotti da affittare ai villeggianti d’estate. Ma l’idea che il suo giardino venga distrutto non piace alla donna, che lo considera parte fondamentale della propria vita, simbolo della sua gioventù e della sua infanzia. Ogni volta che Lopachin accenna alla possibilità di salvare la casa della Ranevskaja, Ljuba si sottrae quindi al discorso, cambia argomento, si perde in mille pensieri; d’altro canto, anche suo fratello Leonid non dà ascolto alle parole del mercante, in quanto convinto che tutto si sistemerà per il meglio una volta mandata la nipote Varja a Jaroslavl, da una vecchia zia che potrebbe prestare alla famiglia dei soldi.
Čechov, che scrive questa commedia nel 1902, accompagna con dolcezza i suoi personaggi alla porta, e cortesemente attende la loro partenza definitiva; partenza, d’altro canto, evitabilissima, se soltanto la famiglia non fosse imprigionata in quella rete di innocente, poetica leggerezza d’animo tipica del suo stato sociale. Come un impero alla fine della decadenza, questi rappresentanti di un mondo antico e affascinante scrivono da sé il proprio ultimo atto: Ljuba (una Ida Marinelli passionale, calda, nostalgica) e Leonid (Elio De Capitani, indolente e ironico) ci guidano in questo viaggio nel periodo storico e culturale che aveva visto l’inizio della fine già nel 1861, l’anno dell’emancipazione dei servi. Questo è un evento spesso ricordato negativamente dalle parole di Firs (Fabiano Fantini) l’anziano uomo, curvo e borbottante, che ormai da tempo immemore offre i suoi servigi alla famiglia; egli ricorda con nostalgia i “dorati tempi che furono”, quelli in cui il servo era del padrone e il padrone era per il servo, quelli in cui i ruoli erano ben definiti ed esisteva una precisa scala di valori.

Il futuro che ci viene promesso alla fine dell’opera da un’entusiasta e inesperta Anja è quello di una vita nuova, mentre sentiamo in sottofondo il giardino che, un albero dopo l’altro, viene abbattuto. I soldi della zia di Jaroslavl non sono bastati per salvare la casa ormai messa all’asta, e la Ranevskaja e i suoi devono quindi fare le valige e andarsene; ed è Lopachin che infine acquista la tenuta, lui che con tanta insistenza aveva tentato di trovare una soluzione che giovasse ai vecchi proprietari. Egli gioca un rulo fondamentale per la conclusione delle vicende ma, dinanzi a Varja, la donna di cui è innamorato, rimane comunque immobile, incapace di confessare i propri sentimenti. È un pasciuto Federico Vanni che interpreta Lopachin, questo uomo arricchito che tanto ha lavorato per potersi finalmente adagiare sulla propria fortuna. Da contadino che era, il “nuovo ricco” ora siede sulla poltrona della camera dei bambini in gilet bianco e scarpe gialle, come lui stesso ci tiene a sottolineare sin dal primo atto; non del tutto appagato, però, Lopachin si sente al tempo stesso sia esaltato per essere riuscito ad impossessarsi della proprietà dove suo padre era stato servo, sia triste per la sofferenza causata a Ljuba, per la quale prova un sincero affetto.
La staticità dei protagonisti, che attendono la loro fine senza fare effettivamente nulla di concreto per risollevare le proprie sorti, la stessa che rivediamo in Lopachin dinanzi alla giovane Varja (Elena Russo Arman), è assai tipica dei personaggi di Čechov, per lo più rassegnati dinanzi all’ineluttabile, sonnambuli inquieti che si aggirano sul palcoscenico fino alla chiusura dell’ultimo atto. Nessuno all’interno di questo gruppo di anime perse riesce a risolvere l’incompiutezza della propria vita, priva di un sostanziale significato; questa incapacità la troviamo nei protagonisti in primis, ma anche negli ambigui Jasha (Vincenzo Giordano) e Duniaska (Carolina Cametti), servi della famiglia, o nell’infelice innamorato Epichodov (Nicola Sravalaci) e nella governante tedesca Charlotte o nell’aprofittatore Piscik (rispettivamente Corinna Augurstoni e Luca Torraca); nemmeno i giovani, vitali, irruenti Anja (Liliana Benini) e Trofimov (Marco Vergani) sembrano in grado di risollevare le proprie sorti, segnate fin dall’inizio.

Dunque noi, che siamo il pubblico, non possiamo far altro che arrenderci alla realtà dei fatti, e smettere di sperare che un colpo di scena dell’ultima mezz’ora risolva la situazione. Ed è proprio in quel momento, quello in cui comprendiamo che la trama è importante, sì, certo, ma non essenziale ai fini dell’opera, che riusciamo finalmente a goderci in tutta la sua interezza il vero respiro di quella che si potrebbe definire in realtà una tragi-commedia: l’umanità che si coglie in ognuno dei personaggi, così attentamente caratterizzati, e il lento scorrere del tempo, che muta le cose, cambia il loro aspetto, e costringe gli uomini a fare i conti con i propri ricordi e con la propria vita.

E quindi, cosa rimane a noi, spettatori di questa cronaca di una decadenza annunciata?
Ci rimane un bel ricordo a tinte pastello della camera dei bambini, della luce rosata che attraverso la finestra annuncia l’alba.
Ci rimane qualche spunto per riflettere sull’avvicendarsi della storia dei Ranevskaja, e della nostra personalissima storia.
Ci rimane il vecchio, fedele Firs, che si adagia sulla poltrona e si addormenta, dimenticato, nella antica casa dalle porte ormai chiuse.

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[Gloria Bolchini]

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