“L’Opera da tre soldi”, le verità difficili da accettare [Matilde Grossi]

Sessant’anni dopo la celebre regia di Giorgio Strehler , al Piccolo Teatro di Milano, viene portata in scena una nuova versione dell’Opera da tre soldi di Brecht,  che viene affidata a Damiano Michieletto.

Il regista decide di “decostruire” il testo partendo dalla conclusione della vicenda, dove il protagonista  Mackie Messer (interpretato da Marco Foschi) è condannato a morte.

Ci troviamo in un’aula di tribunale circondata da grate: una gabbia dove sono rinchiusi i personaggi che assistono come giurati allo svolgimento della storia.

La trama si snoda seguendo le vicende di Mackie, un bandito che sposa Polly Peachum, figlia di Jonathan Peachum, detto il re dei mendicanti. Nell’ attualizzazione di Michieletto, i mendicanti assoldati da Peachum vengono sostituiti da un gruppo di migranti della nostra dolorosa contemporaneità.

Il suocero, per vendicarsi dell’affrettato matrimonio, fa arrestare Mackie per due volte: la prima Mackie riesce a evadere grazie all’amicizia con il capo della polizia Jackie Brown; la seconda, invece, è a un passo dalla forca, ma viene salvato all’ultimo momento dai suoi scagnozzi che riescono a recuperare una somma di denaro che corromperà i giudici.

La scenografia di Paolo Fantin ambienta lo spettacolo all’interno di una gabbia, che funge da sfondo per le varie situazioni,  dove vengono sostituiti o semplicemente spostati  dei mobili “imbustati” in sacchetti di plastica numerati, tentativo riuscito dello scenografo nel simulare delle prove per l’inchiesta.

Il regista decide di “modernizzare” l’opera di Brecht, affrontando dei temi che affliggono il nostro contemporaneo come la corruzione, che ritroviamo nel finale, e, come già detto, la clandestinità dell’umanità del terzo mondo.

Nonostante le scelte “coraggiose”,  è stato uno spettacolo di efficacia indiscussa, anche grazie all’interpretazione degli attori che caricaturizzano questi personaggi ingabbiati, realmente e metaforicamente, dentro i loro ruoli imposti da una società senza valori, basata solo sul “Vil Denaro”.

 

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Matilde Grossi, La gabbia, 2016.

L’illustrazione che ho realizzato è l’insieme di alcuni dei cambiamenti scenografici avvenuti durante lo spettacolo. A destra, si intravede il sipario dorato che ci ha accolti appena entrati in teatro. A fianco, ho rappresentato la gabbia, che fa da contenitore per tutta la durata dell’Opera da tre soldi; con all’interno alcuni personaggi avvolti nell’oscurità. A sinistra, invece, ho lasciato spazio alla parte che mi ha colpito di più, quella che considero la “firma” del regista, ovvero la scena in cui affronta la scomparsa degli invisibili dei nostri giorni, dove sono presenti i salvagenti di un arancione sgargiante che contrasta con i toni cupi dello sfondo. Fulcro del disegno è la figura del narratore, in piedi a sinistra, rappresentato con le fattezze di Brecht, che assiste allo svolgersi delle vicende senza intervenire, forse disinteressato, e non sente la necessità di nascondersi dietro una gabbia protettiva che nasconde la nostra vera personalità, estraniandoci da noi stessi.

Matilde Grossi

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