Rosso – il colore dell’anima [Sofia Busignani]

 

Elfo Puccini, sala Fassbinder: nella penombra della scena s’intravedono tolle di colore e strumenti di lavoro, telai vuoti o meno, con su tele complete e no, qualcuna ancora bianca, in attesa: è la ricostruzione dello studio di Mark Rothko, statunitense di origine lettone, icona del movimento pittorico dell’espressionismo astratto, attivo a New York nel secondo dopoguerra. Da un giradischi in  fondo alla scena proviene la nostalgica musica di una variazione di Clara Schumann; una luce quasi fioca illumina prima una poltrona, su cui riposa il pittore (Fernando Bruni), poi una tela addossata allo sfondo: l’attenzione è catturata da questo rettangolo rosso, in cui s’infossano due tragiche fessure nere. Si nota appena l’entrata in scena del secondo protagonista, Ken (Alejandro Bruni Ocaña), fittizio aiutante di Rothko. Il pittore chiede un momento di silenzio al suo assistente, poi di porsi di fronte all’opera, alla giusta distanza, e infine di descrivergli cosa vede: “Sii…preciso, eh! No, anzi: sii esatto…esatto, no, no, ma anche sensibile. Sii un essere umano, ecco, non so cos’altro dirti. Per una volta nella tua vita, sii un essere umano”. Ecco la richiesta imperante che lo sceneggiatore hollywoodiano John Logan (magistralmente tradotto in italiano da Matteo Colombo) ci pone attraverso un personaggio quale Mark Rothko: contraddittorio, passionale, tormentato e riflessivo; profondamente umano insomma.

Lo spettatore quindi è subito provocato a prestare la massima attenzione a quello che avverrà in scena, e ciò non sarà difficile, grazie al ritmo incalzante dei dialoghi e all’avvicendarsi quasi cinematografico delle scene. Dai dialoghi emerge tutta la profonda cultura di Rothko, la sua tormentata ricerca artistica, basata anche su attenti studi filosofici, ma pure il timore di venire sorpassato e dimenticato, che “un giorno il nero inghiotta il rosso”, due colori, questi, simbolo dell’apollineo e del dionisiaco, del bene e del male, tali per cui non possono stare in opposizione tra loro, o prevalere l’uno sull’altro, ma devono coesistere.

Questa paura assilla tanto il pittore da fargli accettare una commissione, per la nuova apertura del Four Season, ristorante di lusso di New York (per cui riceverebbe un’ingente pagamento), in opposto alle sue credenze artistico-filosofiche, contrarie alla mercificazione dell’arte. Sarà dunque grazie ai dialoghi e al rapporto con Ken (dapprima di superiore-sottomesso, poi, lentamente, più di padre-figlio) che Rothko giunge ad accettare le sue debolezze (tra cui il suo ormai vicino soppiantamento da parte della Pop Art) e l’incoerenza ad esse dovuta, fino a rinunciare all’incarico del Four Season.

La forza di questo spettacolo sta proprio nel dialogo continuo, tra maestro e allievo e tra azione e discorso, in cui l’una è sempre causa e conseguenza dell’altro. A giocare un ruolo altrettanto importante è sicuramente l’accompagnamento musicale (che solo a volte diviene sottofondo), grazie a cui si percepiscono meglio le differenti visioni dei due artisti (musica classica per Rothko, jazz per Ken).

Di fronte a un testo così dinamico e attuale è praticamente impossibile restare indifferenti, anche quando la recitazione (in questo caso: quella di Fernando Bruni in particolare) pecca di un forte accademismo; a valorizzare il tutto restano comunque la regia e l’accurata messa in scena di Francesco Frongia, aiutate da un sapiente uso delle luci ad opera di Nando Frigerio.

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