Processo al Piccolo Teatro di Milano: Maxi tangenti e coscienze assopite [Fabiola Dusetta]

L’opera da tre soldi

Bertold Brecht

In occasione del 60esimo anniversario della sua prima messinscena, con la regia di Giorgio Strelher, è tornata al Piccolo Teatro L’opera da tre soldi dal 19 aprile all’11 giugno.

Il testo originale è tratto dall’Opera del mendicante che l’inglese John Gay scrisse nel 1728, successivamente  tradotto in tedesco da Elisabeth Hauptmann che lo consegnò nelle mani di Brecht affinché lo riscrivesse in chiave contemporanea.

Oggi Damiano Michieletto ce ne regala una versione inedita e più che mai attuale, facendoci conoscere un Brecht aspro, diretto e a tratti anche cupo.

Un sipario di frange dorate accoglie gli spettatori in sala, dando vita a un movimentato gioco di bagliori e luccichii sui loro volti. Salendo lentamente in graticcia, rivela dietro di sé l’interno di una prigione: il fondale e le pareti laterali sono costituiti da sbarre che vanno a formare una grande  ”gabbia”. All’interno è stato istituito un tribunale: sulla destra è posta la scranna del giudice, al lato opposto, troviamo le sedute per i testimoni e al centro… assistiamo a un’esecuzione.

Dopo un breve silenzio la scena si illumina e si anima, si ode una musica allegra dalle influenze jazz, (composta da Kurt Weill) eseguita dall’Orchestra Verdi di Milano diretta da Giuseppe Grazioli.

Gli attori invadono la scena spostando scrivania e sedute, tutti prendono posto: ha inizio il processo.

Ma a chi?

Inizialmente non si capisce… Forse a un certo Jeremiah Peachum, fondatore di un’agenzia ”di mendicanti”, che assieme alla moglie Celia si occupa di reclutarli, coordinarli, istruirli e donar loro un aspetto più compassionevole, in cambio di una percentuale sui loro guadagni. Oppure alla figlia Polly, rea di essersi innamorata di un giovane delinquente di nome Mackie Messer e di volerlo sposare, inseguendo un sogno romantico, in contrasto col volere dei genitori.

Tra testimonianze e arringhe veniamo accompagnati all’interno della storia: conosciamo Mackie e i suoi scagnozzi, il capo della polizia Jackie “Tiger” Brown, legato a lui da una profonda amicizia nata durante il servizio militare; Poi ci sono le donne: sua figlia Lucy, ennesima amante di Mackie, e Jenny delle Spelonche, prostituta di un bordello disposta a tutto.

Non si capisce più chi sono le vittime e i carnefici, chi i giudici, i testimoni e gli imputati.

“Gli scagnozzi e le prostitute di Jenny impersonano più ruoli; più attori interpretano il giudice, semplicemente indossandone la parrucca e il mantello”, spiega Michieletto. “La corruzione è talmente generale e diffusa, che ho voluto enfatizzare il concetto. Tutti siamo il giudice, tutti siamo corrotti e corruttori.”

L’Opera da tre soldi è un’esplicita denuncia alla società corrotta e opportunista in tutti i suoi strati, senza distinzione di classe. L’uomo per Brecht è brutale, cinico, accecato dal denaro e perennemente in cerca di un benessere personale, che vede realizzabile solo per mezzo dello sfruttamento del prossimo. “L’uomo non è cattivo sai, ma di sangue ne spargiamo assai”, recita Peachum, “La società crea i mendicanti  ma poi, guai  a trovarseli davanti, non ne sopporta la vista!”.

E i poveri? I poveri sono poveri davvero e indossano giubbotti arancioni di salvataggio mentre, disperati ed affamati, si arrampicano con fatica sulle inferiate. In risposta ricevono del cibo, lanciato loro, come se fossero bestie in gabbia. I meno fortunati s’accasciano a terra mentre i giubbotti tornano in superficie, più vicini al cielo. La scena strappa un forte applauso al pubblico, ma dubito che sia profondamente sentito, sembra quasi forzato e, come dire, un po’ “cercato”. Chissà se qualche signora ben vestita, una volta uscita da teatro, avrà porto un sorriso al venditore ambulante in strada,  in memoria di quella scena o avrà continuato il suo tragitto ignorando la sua presenza…

L’espediente del processo è funzionale per mantenere l’attenzione del pubblico e per creare una certa tensione per tutta la durata dello spettacolo.

Nonostante i temi profondi, irriverenti e contemporanei, ci troviamo ancora nel regno della commedia e tutto ci giunge leggero, senza economia di risate. Gran parte di questa sensazione la crea la musica accompagnata da numerosi canti che ampliano e definiscono i personaggi amplificandone il carattere, senza sospendere la narrazione. Notevole l’impegno e l’abilità degli attori nel passare dalla recitazione al canto senza perdere espressività e suggestione;  trapela l’intenzione di non esaurire il tutto nella vocalità e nel gusto del buon canto.

Marco Foschi, nei panni di Mackie Messer, non manca di fascino da delinquente  e carisma, risultando decisamente convincente. Tra le presenze femminili spicca l’andalusa Rossy De Palma (Jenny delle Spelonche) eccentrica musa di Almodovar dai tratti singolari, difficili da dimenticare.

Non serve un grande sforzo intellettuale per capire il contenuto, i personaggi ci dicono ogni cosa, senza censure e limiti.  Attenzione però, c’è il rischio che tutto ci cada addosso, come le innumerevoli banconote sparate in scena come coriandoli, alla fine dello spettacolo.

Si sa, le verità, come i soldi, poco valore hanno se non si guadagnano con fatica.

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