Spazi sonori. “E Johnny prese il fucile”, un audiodramma della Fonderia Mercury [Camilla Gaetani]

Un palco spoglio, al centro un strana testa, intorno tre microfoni.
Spettatori in radio-cuffia.
Il sipario è già su, mancano solo gli attori.

Così si presentava la Sala Grande del Teatro Franco Parenti a Milano che, tra il 31 marzo e il 3 aprile 2016, ha ospitato E Johnny prese il fucile, un audiodramma prodotto dalla Fonderia Mercury. Fondata da Sergio Ferrentino, regista, autore e conduttore radiofonico e televisivo, è un Centro di produzione e diffusione di audioprosa. Nasce con l’intento di portare in Italia questa forma drammaturgica che intreccia letteratura, teatro e radio.
Partendo dall’esperienza di Orson Welles, che con la sua compagnia teatrale, il Mercury Theratre (da qui il nome della Fonderia), “mise in onda” con successo La guerra dei mondi nel 1938, propongono produzioni e progetti per far scoprire il mondo della radiofonia e dell’audiodramma e valorizzare la dimensione acustica anche nelle nostre vite.

Lo spettacolo E Johnny prese il fucile, tratto dall’omonimo romanzo di Dalton Trumbo, frutto dell’adattamento e della regia di Sergio Ferrentino, narra gli angoscianti pensieri di un soldato in convalescenza. Gli spettatori, muniti di radio-cuffia, assistono al lavoro di uno studio radiofonico vero e proprio, lì sul palco davanti a loro. In diretta, fin dalle prime parole degli attori nei microfoni, il pubblico viene trasportato in un mondo nuovo, la mente e i ricordi di Johnny. Uno spettacolo nello spettacolo.
La carica emotiva dello struggente monologo è frutto dell’abilità espressiva degli attori e del sapiente uso della tecnologia radiofonica. Viene utilizzato un particolare microfono, il binaurale, che, con la sua forma a testa, simula la capacità dell’orecchio umano di dare una provenienza spaziale ai suoni. QuanJohnny_Ivrea-01do Sax Nicosia, attore protagonista, sussurrava sul collo del microfono, ogni spettatore, grazie alle radio-cuffie, sentiva il sussurro di Johnny sul proprio collo.
La postazione di regia, in scena, guidava silenziosamente lo scorrere della vicenda, dalle parole e le azioni dei tre attori per creare un spazio sonoro credibile e avvolgente, ricco di scricchiolii, passi, fruscii di cuscini, musiche e gorgoglii d’acqua. Gli attori, con voci piene di tormentose emozioni, interpretavano i diversi personaggi sulla scena, ma non solo: erano loro stessi i creatori di ogni altro suono. Gli effetti speciali erano creati a vista, ogni rumore di passo corrispondeva al camminare di uno di loro, il fiume gorgogliate altro non era che bolle d’aria formate dal semplice soffiare in una brocca con una cannuccia, ogni segreto della rumoristica veniva svelato agli spettatori.
Dai ricordi del soldato emergono le voci dei suoi cari, prima fra tutte quella di Karin (Eleni Molos), la fidanzata. Nella mente degli spettatori si formano immagini vivide dei loro ultimi istanti insieme, teneri e amorevoli baci e abbracci che, visivamente, si scontrano con lo scenario degli attori sul palco, soli, ognuno al proprio microfono.

Lo “studio radiofonico” in scena accende la curiosità di scoprire come funziona quel mondo nascosto che crea storie soltanto per le orecchie. Assistere a questo spettacolo porta con se l’affascinate possibilità di questa scoperta, di analizzare il “come” delle cose, ma al tempo stesso è presente anche il rischio che privi della magia dei suoni come creatori primari di immagini. In alcuni momenti la discordanza tra ciò che si guarda e quello che si ascolta può disturbare, rallentare la formazione delle immagini mentali che corrispondono a ciò che la toccante dimensione acustica suggerisce. Vedere, in questo caso, tiene ancorati a terra, al mondo razionale, limita l’immaginazione e l’immedesimazione nella storia.
Sta all’istinto di ogni spettatore capire quando sbirciare l’intrigante “come” e quando chiudere gli occhi e lasciarsi avvolgere dalle emozioni e dalla magia dei suoni.

 

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