Brecht torna al Piccolo [Camilla Sicignano]

 

 

Il 19 aprile del 2016, al Piccolo teatro di Milano, è stata messa in scena “L’opera da tre soldi” scritta da Bertolt Brecht nel 1928.
La regia è stata affidata a Damiano Micheletto e le scenografie sono di Paolo Fatin.

Io ho avuto l’occasione di andare a vedere lo spettacolo Martedì 3 Maggio, non sapendo veramente cosa aspettarmi.
Pochi giorni prima avevo letto per la prima volta il testo scritto da Brecht, rimanendo sconvolta per l’incredibile attualità del linguaggio e della morale.
Prima di leggere il testo avevo già avuto modo di vedere un video delle prove dello spettacolo su questo testo diretto da Strelher negli anni 70, ero quindi già stata condizionata dal sapore americanizzato e dalle note del jazz composto da K. Weill.

Quando sono entrata nella sala del Piccolo, ad attendere gli spettatori, al posto del classico sipario, vi erano delle strisce di plastica oro che creavano una barriera luccicante su cui tutte le luci di servizio giocavano in continuo movimento.
Da questo sipario avevo già capito che Micheletto non avrebbe affrontato il testo alla “classica maniera” ma con una sorta di attualizzazione da show, infatti così è stato.

Spentesi le luci il sipario è stato tirato su dall’alto mostrando una scena molto suggestiva, sul palco era stato ricreato un tribunale con tanto di scranno, banco dei testimoni e qualche oggetto di scena, il tutto circondato da una gabbia, come a imitare i processi avvenuti negli anni ’70 dove gli imputati sbattevano e urlavano contro le sbarre.
La scena era illuminata con luci dai toni freddi, azzurrognoli e verdastri, dietro le sbarre alcuni oggetti illuminati da luci calde a creare un buon contrasto cromatico.
Questa scena rimarrà all’incirca invariata se non per gli spostamenti dello scranno e del banco dei testimoni che, grazie alle ruote, venivano spostati all’interno del tribunale dagli attori stessi e poche volte fatti uscire dalla scena.

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L’OPERA DA TRE SOLDI. Produzione Piccolo Teatro di Milano. Regia Damiano Michieletto. Foto ©Masiar Pasquali

Micheletto ha deciso di far ruotare tutta la storia intorno al processo di Mackie Messer, interpretato da un abile Marco Foschi, ladro e impostore oltre che rubacuori. Questo personaggio nell’opera è simbolo della gente nata in povertà e costretta a sopravvivere in una società retta dal denaro.
Questo personaggio è stato molto attualizzato dal regista, Foschi con atteggiamento spavaldo e con toni taglienti sembra interpretare il classico cattivo ragazzo che ultimamente vediamo spesso nel film e che sembra diventato quasi un sex simbol.

Sia negli atteggiamenti che nei costumi i personaggi sono attualizzati, in particolar modo le prostitute da cui si reca Mackie che vestono dei costumi particolarmente appariscenti con parrucche altrettanto d’effetto.
L’Opera viene raccontata come se le varie scene fossero dei continui flash back perché la prima scena che viene mostrata al pubblico da Micheletto è quella finale nel testo di Brecht, cioè l’impiccagione di Mackie.
Questa soluzione impedisce da un lato alla storia di svolgersi con le dinamiche descritte da Brecht, soprattutto nei momenti confidenziali tra due o pochi personaggi, che vengono invece spesso condivisi da tutti i personaggi seduti in scena sul banco dei testimoni.

Un momento che mi ha lasciata particolarmente delusa è stata la canzone di Jenny dei Pirati, avendo visto la versione di Strelher, in cui l’interprete di Jenny era Milva e che Strelher aveva impostato in maniera quasi fiabesca nonostante la presenza in scena di un solo pianoforte.
La versione di Micheletto riprende il sipario oro in modo da coprire la scena, davanti al sipario solo Rossy De Palma, vestita e truccata in modo abbastanza scontato, che cantava mentre delle mani, che trapassavano il sipario, la toccavano e la scuotevano.

Una scena che invece mi ha colpito è stata quella della processione degli straccioni, reinterpretata in maniera contemporanea facendo indossare a questi ultimi dei salvagenti arancioni.
Compositivamente e coloristicamente una scena d’effetto anche se poco collegata con il resto dello spettacolo.

Alla fine dello spettacolo, la sensazione era quella di aver ricevuto una scossa emotiva e morale abbastanza forte. Penso che questo sia dato dalla potenza del testo che nonostante il passare degli anni riecheggia ancora forte e spaventosamente attuale, più che nello spettacolo di Micheletto di per sé.

Sicuramente il regista ha dato un’interpretazione particolare e movimentata ma non sono sicura che, considerato il testo, sia stata sufficiente a rendergli giustizia.

 

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