Come far crescere il Fil di Milano? Andando a teatro! [Martina Parravicini]

Nel mese di giugno a Milano si sta registrando un aumento del Fil! La felicità interna lorda della città sta crescendo grazie alle iniziative del Milano OFF Isola Festival, che sta invadendo di cultura il quartiere Isola.

Il festival è organizzato dall’associazione Milano Off in partnership con il Festival OFF di Avignone. Inoltre gli spettacoli più votati dell’edizione meneghina parteciperanno il prossimo anno al prestigioso festival francese.

Il Milano OFF Isola Festival è diviso in quattro sezioni, Milano In, Milano Off, Isola Festival e Village Off, ed è stato inaugurato nella prima parte da nomi del teatro italiano e internazionale. In tre serate si sono alternati sul palco dell’Unicredit Pavillion Stefano Bollani, Jango Edwards, Francesco Scimemi, Dario Fo e Enrico Intra.

Poi dal 2 al 5 giugno i milanesi sono entrati nel vivo dell’evento. 12 spettacoli si sono alternati in 4 diverse location disseminate nel quartiere. Dall’antico Teatro Verdi al nuovissimo spazio La Stecca 3.0, passando per la Fonderia Napoleonica e IsolaCasaTeatro.

Gli spettacoli presentati spaziano tra diversi generi, dal teatro classico a quello moderno, alla new clonery, alla comic comedy e molti altri.

Io ho scelto di vedere due spettacoli, Shylock e Mind The Gap 2.0.

locandina-shylock

Il primo è stato rappresentato a La Stecca 3.0, in una sala polifunzionale adibita a teatro, dove ancora erano esposte alle pareti illustrazioni che non avevano nulla a che fare con il festival. Prendiamo posto e una ragazza racconta la realtà del festival e anticipa la storia dello spettacolo che stiamo per vedere.

Shylock è stato presentato per la prima volta al Festival di Edimburgo da Gareth Armstrong nel 1998 e poi esportato in tutto il mondo. In Italia viene messo in scena da Mauro Parrinello, della Compagnia dei Demoni.

E’ un monologo di 60 minuti dove a parlare è Tubal, un personaggio che nel Mercante di Venezia di Shakespeare ha solo otto battute. Il suo compito qui è di presentare l’amico Shylock da un punto di vista più umano, per farci rivalutare il personaggio.

Tubal è aiutato nel suo racconto dalla scenografia, composta da scatoloni etichettati, e da una voce off e un buratto che interpretano Shylock. Ogni volta che Tubal apre una scatola riesce a stravolgere l’opera di Shakespeare: ad esempio quando apre “Geografia Creativa” mette in discussione svariati viaggi impossibili che i personaggi shakespeariani compiono. Oppure quando apre “Stile Italiano” racconta di come Shakespeare abbia scritto Il Mercante copiando Il Pecorone, una novella di Giovanni Fiorentino.

SHYLOCK APPOGGIATO ALLE SCATOLEIl monologo non si limita a mostrare Il Mercante di Venezia con una nuova prospettiva, dove Tubal riesce a diventare il personaggio chiave della storia, ma racconta anche in maniera divertente alcuni snodi della storia del popolo ebraico, dalla Bibbia a Hitler.

Critica la storia perché ha dato agli ebrei una brutta nomea, nella letteratura sono sempre descritti come “cattivi buffoni” e l’opera in cui egli stesso compare è uno degli esempi più famosi. Si comincia con il personaggio di Barabba nel Nuovo Testamento e ripercorrendo la storia del popolo ebraico e tutto il suo girovagare si arriva inevitabilmente all’Olocausto. Tubal racconta che Hitler era un grande appassionato de Il Mercante di Venezia, tanto che non contento del fatto che la figlia ebrea di Shylock si potesse fidanzare con un giovane cristiano decise di cambiare la storia. Così in Germania per decine di anni l’opera di Shakespeare fu uno dei tanti strumenti piegati dal nazismo.

 

Locandina Mind The Gap

Mind The Gap 2.0, invece è stato rappresentato al Teatro Verdi, dalla compagnia Odysseia Teatro di Roma. Il dramma, scritto e ideato da Paola Tarantino e Laura Isaia, racconta il suicidio dando voce a sei artisti che si espongono al pubblico attraverso le loro domande e le loro storie.

I sei protagonisti sono Sylvia Plath, Mark Rothko, Marina Cvetaeva, Abdallah Bentaga, Sarah Kane e Alfred Jarry. Il tradizionale rapporto palco-platea viene rivoluzionato.

Nei primi minuti fanno accomodare il pubblico nelle ultime due file di sedie e la sala è chiusa da un sipario. A destra e a sinistra due personaggi (Sarah Kane e Abdallah Bentaga) sono al lavoro in silenzio, finchè l’attore che interpreta Alfred Jerry ci intima a seguirlo. Ci accompagna al piano superiore, dove Marina Cvetaeva aspetta e si presenta con una performance, durante la quale parla russo e scopre delle fotografie sepolte da fiori come se fossero lapidi. Arriviamo in sala, e qui Rothko è seduto di spalle nella prima fila, mentre Sylvia Path compare da una tenda laterale e si muove angosciata tra le poltrone.

Un modo originale e creativo di iniziare lo spettacolo: gli attori sono riusciti a sconvolgere, anche se solo per la parte iniziale, il modo in cui ci si aspetta di andare a teatro.

Dopo venti minuti tutto torna “normale”: il pubblico seduto in platea e gli attori sul palco. I sei artisti, mentre aspettano la metropolitana, si confrontano sulle loro poetiche, sul loro modo di vivere passando da discussioni superficiali e comuni a pensieri molto più profondi.

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L’intero spettacolo è l’attesa della metro, l’attesa del “dopo”, di quello che succederà dopo la morte. Gli artisti che hanno deciso di mettere fine alla loro vita ora si trovano in un limbo, possono solo attendere quello che nessuno conosce, quello che sta tra la vita e la morte. I protagonisti infatti parlano con forza e sicurezza di quello che conoscono, di quello che hanno vissuto, mentre la metropolitana è l’unica incognita, sono angosciati dal non sapere, dal non avere certezze.

I sei si confrontano, raccontano episodi delle loro vite e parlano della loro arte, della loro poetica come se volessero lasciare un ultimo ricordo di loro per rimanere indelebili oltre la loro morte, per essere ricordati.  Allo stesso tempo però mostrano le loro debolezze, espongono il loro lato più umano, come a dirci che nonostante la loro creatività, la loro importanza e la loro disperazione sono come tutti noi. Noi tutti siamo come loro.

Più parlano e più va avanti lo spettacolo, più i personaggi si rassegnano a quello che accadrà, e l’attesa passa da ansiosa a serena. Non per caso il sottotitolo della rappresentazione è Waiting for an happy ending.

Lo spettacolo finisce con l’arrivo dei vagoni, dettato da luci e suoni tipici della metropolitana. E fino a qui lo spettatore è stato indotto a riflettere su tutto quello che si sono detti i personaggi, sugli argomenti trattati e sui diversi modi di affrontare le vicende che differenziano i personaggi.

Però quando gli attori si dispongono in linea per salire sulla metro, viene proiettato sul fondale un video che mi lascia perplessa. In queste sequenze di immagini un ragazzo si muove in mezzo alla natura, sotto alberi e in mezzo a prati. Non trovo una relazione con l’atmosfera generale e anche a livello cromatico crea molto disturbo.

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Torno a casa dopo Mind The Gap con idee contrastanti. Sono rimasta soddisfatta dall’inizio dello spettacolo, dal modo di presentare i personaggi, ognuno con una sua performance, che ci porta a vedere spazi del teatro che normalmente rimarrebbero “proibiti” agli spettatori.

Se non fosse stato per il video finale sarei uscita da teatro piacevolmente colpita, invece mentre tornavo a casa avevo più domande sul perché di questa scelta registica.

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