Il dubbio della scelta: “Doubt” di Carsten Höller [Valeria Angesi]

Carsten Höller è nato a Bruxelles nel 1961, vive e lavora a Stoccolma. Laureato in Agronomia e specializzatosi in fitopatologia, ha conquistato il mondo dell’arte nel corso degli anni Novanta con il suo approccio pseudo-scientifico. Höller indaga la realtà oggettiva, e la sua percezione, utilizzando il disorientamento come caratteristica imprescindibile di tutti suoi lavori, e innescando un confronto diretto tra lo spettatore, le altre persone e il luogo. Tutti elementi che collegano le ricerche di Höller ai rapporti vitali dello spettacolo teatrale.

Ha presentato mostre in tutto il mondo, l’ultima si può vedere a Milano, al Pirelli Hangar Bicocca dal 7 aprile al 31 luglio 2016. Un’esposizione a cura di Vicente Todolì che si sviluppa nello spazio delle navate, lungo due percorsi simmetrici e paralleli, che presenta oltre venti opere tra sculture, video, e installazioni interattive dal diretto coinvolgimento fisico, in grado di infondere alterazioni percettive e mettendo alla prova le capacità visive e mnemoniche del visitatore.

Fin dal principio della mostra è il visitatore a poter scegliere come affrontarla e quale percorso intraprendere. Si trova a un bivio, l’opera Y (2003), dove è chiamato a fare la sua prima scelta “registica”, come se lo spettacolo iniziasse solo grazie a lui, quando decide lui e come vuole lui. Si accede a un corridoio biforcato, avvolto da un spirale luminosa, e in base alla scelta il visitatore inizierà la visita da destra o da sinistra. Il dubbio, come suggerisce il titolo Doubt, dubbio, è il principio su cui è stata costruita la mostra e il primo ostacolo da affrontare. Quindi destra, o sinistra? Giallo o verde?

Ambigua è anche la natura stessa dell’esposizione, al limite tra mostra d’arte e spettacolo dove il visitatore è parte attiva e passiva del processo di costruzione personale e, allo stesso tempo, collettiva dell’opera. Lungo il percorso il ruolo dello spettatore può cambiare: mentre prende una decisione può essere paragonato a un regista teatrale, che modifica lo spazio e le sue relazioni, quando interagisce con l’opera diventa attore della scena. Fino a che punto il visitatore è regista o attore? Sono dubbi e scelte che mutano continuamente i rapporti fra pubblico e ambiente, e che dettano la messa in scena dello spettacolo stesso.

Dopo il bivio, una parete luminosa, Division Walls (2016), si frappone tra lo spettatore e il resto dell’esposizione, impedendone la visione completa, invitandolo a entrare in un sentiero buio e labirintico, Decision Corridors (2015), in grado di far perdere le coordinate spazio-temporali. Il corpo e la mente sono obbligati a cercare altri riferimenti per adattarsi all’ambiente, che risulta buio, liscio e stretto, dove non c’è nulla da vedere, ma è un passaggio che conduce altrove.

Passato il corridoio, si presenta di fronte al visitatore uno spazio lineare, scandito da varie opere e da un pattern geometrico che ricopre la parete divisoria e il pavimento. Il pattern è composto da molteplici linee parallele e diagonali intersecate da segmenti inclinati con angolazione opposta: su larga scala influenza la percezione dell’ambiente e crea l’illusione destabilizzante di continuo cambiamento. La prima opera di questa seconda parte è Acquarium (1996), un acquario con tre rientranze e le rispettive panche, dove ci si può sdraiare e studiare il comportamento dei pesci da una prospettiva inedita, mettendo in relazione lo spettatore e i pesci in modo non convenzionale. Quindi, da quale posizione guardare i pesci?

Alzando lo sguardo si notano due dispositivi luminosi: Yellow/Orange Double Sphere (2016), una doppia sfera luminosa e colorata, inizialmente pensata come mezzo di trasporto alternativo che destabilizza il senso di sicurezza dell’individuo, e Marquee (2015) di Philippe Parreno, presente nella mostra “Hypothesis”, aperta da ottobre 2015 a febbraio 2016 sempre nello stesso spazio, ispirata alle insegne luminose dei cinema americani anni Cinquanta. Insieme creano una connessione spazio-temporale tra le due mostre e i due artisti, i quali a loro volta sono legati da alcune ricerche sui concetti di partecipazione e autorialità.

Proseguendo, un’interruzione della parete ci indica l’opera Memory Machine (2012), una struttura metallica su cui sono poste due fotografie che ruotano su se stesse a velocità costante. A causa di questo movimento le immagini sembrano unirsi. Mentre ai lati della navata siamo spettatori del film Fara Fara (2014) realizzato insieme al regista Mans Manssons e il fotografo Hayte Van Hoytema in occasione di concerti musicali nella capitale del Congo. Lo stesso artista afferma di trovare una forte analogia tra il suo modo di lavorare e la musica congolese. ‘Fara Fara’, che in Lingala significa ‘faccia a faccia’, è un fenomeno affermatosi a Kinshasa durante gli ultimi decenni in cui due gruppi si affrontano, in due luoghi adiacenti, in concerti che durano fino a 24 ore e quello che riesce suonare più a lungo vince sull’altro. I gruppi congolesi si affrontano a ‘colpi’ di musica per cercare di attrarre l’attenzione del pubblico, libero di scegliere quale dei due spettacoli ascoltare. Il tema comune è quindi il dubbio della scelta.

Da osservatore a attore, con l’opera What is Love, Art? (2011/2015) il visitatore è invitato a intervenire nella scena. Due telefoni attivi tramite un circuito chiuso, montati lungo i due lati della parete divisoria, permettono di comunicare o di lasciare un messaggio in segreteria. Al visitatore viene chiesto di parlare di amore da un lato, e di arte dall’altro, e può accadere che due persone parlino fra loro senza sapere che si riferiscono ad argomenti diversi. Questa relazione con l’ambiente, dove siamo partecipanti attivi, continua con l’opera Flying Mushrooms (2015), una grande installazione mobile, composta da sette funghi giganti, tagliati a metà e riassemblati dall’artista; quando il braccio in basso viene fatto muovere si muovono di conseguenza tutti gli altri funghi, come se volassero. Scegliere di muovere il meccanismo o guardare il loro movimento? Un parallelismo tra l’illusione provocata dall’installazione e la specie di fungo Amanita muscaria, conosciuta per la sua tossicità allucinatoria, diventando inoltre metafora dell’arte stessa; in grado di trasformare e offrire nuove visioni della realtà.

Realtà e illusione convivono in un’atmosfera indefinita, di duplice natura come l’opera Double Neon Elevator (2016), formata da tubi di neon verdi che insieme formano pareti luminose, essi si accendono e si spengono in modo da creare la sensazione di ascesa da un lato e discesa dall’altro, come un ascensore in movimento. Il collegamento con l’opera Revolving Doors (2004/2016) è diretto; cinque porte girevoli specchiate che formano un pentagono provocano una grande varietà di riflessi del corpo e dello spazio, immergendo il visitatore in un ambiante labirintico.

L’esperienza del gioco e del ruolo del visitatore in relazione alle opere è sotto una nuova luce con Two Flying Machines (2015), due macchine a metà tra una giostra e un parapendio, offrono la possibilità di provare l’esperienza del volo, ma sta al visitatore la scelta di sperimentare in prima persona la Flying Machine e quindi diventare protagonista della scena, oppure rimanere a osservare. E’ meglio giocare o guardare gli altri che giocano? L’opera Double Carousel (2011) approfondisce il concetto di “divertimento” portandolo all’esasperazione e alla noia. Infatti queste due giostre decontestualizzate ruotano lentamente in senso opposto, ma sono private della loro funzione ludica, l’unica distrazione sono gli occhiali Upside-Down Goggles (194/2011), indossandoli, mentre si sta seduti sulla giostra, permettono una visione capovolta dell’ambiente circostante. Il visitatore diventa allo stesso tempo protagonista della scena mentre è seduto sulla giostra, e spettatore di questo mondo capovolto. Fino a che punto i ruoli si mischiano? Per Holler i goggles sono anche uno strumento per astrarsi dal mondo reale.

“Ci permettono di guardare in una maniera più distaccata. Penso che l’astrazione sia uno dei veri scopi dell’arte; è uno dei modi attraverso i quali ci siamo allontanati per la prima volta dalla natura. [Gli occhiali] Consentono di creare un mondo artificiale… è un modo per affrancarsi dalla dittatura del mondo naturale e di come esso ci appare”. Carsten Höller

 Dalla guida introduttiva alla mostra Doubt di Carsten Höller.

Ai lati della navata, otto monitor compongono l’opera Twins (2005-in corso). Trasmettono in bianco e nero le immagini di due gemelli omozigoti, ciascuno dei quali è ripreso singolarmente in primo piano. Ripetono sempre la stessa frase. Uno dice: “Dico sempre l’opposto di quello che dici tu”, l’altro: “Dico sempre quello che dici tu”, innescando un meccanismo logico e al contempo paradossale.

Esperimenti ottici sul Phi-phenomenon si osservano con l’opera Phi Wall (2002). Quando due punti di luce adiacenti si alternano, accedendosi e spegnendosi, un immaginario terzo punto appare al loro centro, di colore intermedio tra i due precedenti. La cosa sorprendente è che l’osservatore percepisce, nella giusta direzione, la luce che sta per accendersi prima ancora della sua effettiva accensione. Come è possibile?

Per raggiungere l’ultima parte della mostra il visitatore deve attraversare un corridoio completamente bianco, sospeso a pochi millimetri da terra Milan Swinging Corridor (2016), l’impercettibile movimento del soffitto e delle pareti condiziona il senso dell’equilibrio e l’incapacità di percepire la posizione del proprio corpo nello spazio. A questo si aggiungono le allucinazioni visive; luci colorate in movimento, con effetto morphing, si alternano a ombre che fluttuano incessantemente nello spazio, create dall’opera Light Corridor (2016). Questa installazione è composta da due pareti luminose che lampeggiano a frequenza di 7,8 hz e da fari con luci LED e lampade a bulbo che si accendono e spengono provocando un intenso effetto ottico allucinatorio, un fenomeno che può modificare lo stato d’animo dell’osservatore.

Una volta uscito il visitatore si trova nello spazio del Cubo di Pirelli Hangar Bicocca che ospita Two Roaming Beds (2015), due letti singoli che si spostano sul pavimento lentamente e senza sosta con movimento circolare suggeriscono uno stato di meditazione. Con quest’opera Carsten Höller invita il visitatore a fare un’esperienza irripetibile, dormire nello spazio espositivo per una notte intera, completando con la loro presenza lo spettacolo. Per aumentare la vividezza dei sogni e l’esperienza onirica sono stati realizzati quattro speciali dentifrici colorati, che mescolati fra loro sono in grado di attivare l’attività mentale del sognatore.

Höller è un’artista tra i più riconosciuti a livello internazionale per la sua approfondita riflessione sulla natura umana, sulla percezione che abbiamo di noi e della nostra posizione nel mondo, creando esperienze allucinatorie e di alterazione percettiva. Il filo conduttore dell’esposizione è il continuo scambio di relazioni e memorie dell’individuo con l’ambiente, le opere e con le altre persone presenti, portando il visitatore in una condizione di spaesamento e incertezza, che si rivela essere uno stato della mente particolarmente produttivo.

Nello spazio succede qualcosa, qualcosa che è difficile da inquadrare”, afferma Carsten Höller.

 

Dalla guida introduttiva alla mostra Doubt di Carsten Höller.

La mostra si può leggere come uno spettacolo in cui i ruoli si mischiano, i linguaggi cambiano e si intersecano, così come i percorsi nello spazio. Lo spettatore che ha una visione esterna, mentre guarda l’opera Acquarium, improvvisamente diventa protagonista mentre viene osservato, ad esempio sulla Two Flying Machines oppure “regista” nel momento in cui prende una decisione, come scegliere se andare a destra o a sinistra all’inizio del percorso o scegliere come far girare Flying Mushrooms. Questo intreccio precario e instabile di relazioni tra i fruitori, protagonisti e ambiente sconfina nel mondo dell’evento teatrale, in linea con le più recenti sperimentazioni artistiche, alla ricerca di un’arte sempre più totalizzante, senza netti confini tra pittura, scultura, fotografia, teatro, cinema e persino sperimentazioni scientifiche. Un’esperienza interattiva che scardina le regole della fruizione convenzionale delle opere d’arte e degli spettacoli.

L’indecisione è palpabile e la confusione è visibile; ora siete pronti a cadere nel dubbio?

Valeria Angesi

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