MDLSX, questione di “gender”: quando l’anima si mette a nudo [Margherita Orsi]

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MDLSX dei Motus,compagnia teatrale italiana fondata nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Francesconi, è andato in scena dall’8 al 12 Marzo presso l’associazione culturale Zona K (attiva dal 2009) nel quartiere di Isola a Milano con la celebre attrice italiana Silvia Calderoni, unica interprete.

 

Poco più che trent’enne, Silvia, ha già ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti: il  premio Ubu 2009 come Migliore Attrice Under 30, il Marte Award 2013 come migliore attrice, il premio Elisabetta Turroni 2014 e il premio Virginia Reiter 2015 come Miglior Attrice Italiana Under 35.

La collaborazione di Silvia Calderoni con i Motus è di lunga data, ricordiamo alcuni dei più recenti spettacoli: Alexis una tragedia greca, Nella tempesta, Caliban Cannibal e King Arthur.

MDLSX è uno spettacolo coinvolgente, per certi versi sorprendente e destabilizzante per i contenuti: affronta il tema scomodo dell’identità sessuale, e per le modalità espressive, che mescolano la fisicità prepotente dell’attrice a diversi paesaggi multimediali.

Su un lungo tavolo sono appoggiati vari oggetti: costumi, specchi, telecamera, DJ consolle di cui l’attrice fa uso con versatilità inconsueta, sviluppando una narrazione in cui sono intervallati spezzoni della sua storia personale ed elementi tratti da opere letterarie e cinematografiche. La forte connotazione autobiografica si intreccia così con riferimenti al personaggio di Cal del romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenedes: una precisa scelta di regìa che ha consentito di toccare lo scomodo argomento di una indefinita identità sessuale in chiave non troppo personalistica, ma più ampiamente culturale e sociale.

Sulla stessa linea le citazioni di testi di Judith Butler e i riferimenti al Manifesto Contra-sexual di Paul B. Preciado e A Cyborg Manifesto di Donna Haraway.

La fisicità fortemente ambivalente dell’attrice – che non si può definire in modo rassicurante né uomo né donna – e la gestualità a tratti provocatoria, interagiscono in modo spiazzante e molto dinamico con la musica che li accompagna. Dalla sua consolle, Silvia Calderoni, suona brani degli Smiths, Vampire Weekend, R.E.M. e degli Yeah Yeah Yeah e con taglienti effetti di luci laser sviluppa la sua interpretazione in un’atmosfera a tratti trasgressiva, a tratti opprimente e a tratti toccante, spingendo lo spettatore ad attraversare una moltitudine di stati emotivi.

Oscillando tra bisogno di sicurezza, che nasce dal sentirsi parte di una categoria ben definita, e la scoperta di un’inafferrabile diversità che progressivamente si manifesta nella sua vita di adolescente, Silvia ci parla del dramma e della difficoltà esistenziale di aderire a un concetto di “normalità”, intesa non solo come identificazione sessuale – anche se da qui inizia la sua tormentata ricerca – ma come dinamica che tocca diversi aspetti dell’umana esistenza. Aderire alla norma o essere diversi?

Ed è sempre un gioco di specchi: Silvia quando si racconta non si rivolge quasi mai al pubblico direttamente, ma volta le spalle e utilizza una comunicazione mediata da una telecamera, si racconta attraverso video-selfie.

Lo spettacolo è strutturato attraverso un’alternanza di momenti di recitazione, con spezzoni di filmati reali che mostrano Silvia durante l’infanzia in famiglia e il doloroso periodo dell’adolescenza, performance nelle quali Silvia indossando provocatoriamente una giacca maschile sul petto nudo, esalta la propria ambiguità, oppure utilizzando un costume da sirena, creatura simbolo di una femminilità seducente che appartiene a un mondo indefinibile, esprime l’ambiguità della sua anima femminile.

Lo spettacolo di Silvia Calderoni non lascia certamente indifferenti: una sorta di disorientamento sensoriale spiazza lo spettatore dall’inizio alla fine. Confusione che trasmette l’attrice stessa, dal corpo androgino e indefinitamente sessuato, simultaneamente maschile e femminile. Una carica drammatica ed emozionale che stringe lo stomaco in una morsa e mette a dura prova il bisogno insistente dello spettatore di classificare quello che stiamo vedendo. Lo spettacolo suscita una serie di domande che restano senza risposta, tanto che si insinua nello spettatore il dubbio che Silvia stessa in questa narrazione ci spinga a vedere l’ambiguità non come limite ma come apertura di possibilità.

E’ l’ambiguità che caratterizza il nostro secolo alla ricerca di un’identità definita che sempre più viene a mancare, in una società come quella contemporanea e multitasking, continuamente bombardata dalle novità, dall’adrenalina.

Lo spettacolo risponde perfettamente a questo, sia nel tema, sia nella messa in scena e non può che suscitare forti emozioni e allo stesso tempo sbigottimento di una tempesta appena passata. Commovente.

Regia: Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

Drammaturgia: Daniela Nicolò e Silvia Calderoni

Suoni: Enrico Casagrande

In collaborazione: Paolo Baldini e Damiano Bagli

Luce e video: Alessio Spirli

Produzione: Elisa Bartolucci e Valentina Zangari

 

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