Un Arlecchino spogliato dei suoi colori [Sandra Bettosini]

 

 

“La gelosia è un animale a cento teste, soprattutto tra le donne del popolo. Gli uomini hanno un bel dire, un bel fare: tutti i loro passi sono contati, tutte le loro parole sono intese al contrario; le loro azioni più semplici non sono che infedeltà, e Lucrezia è la bestia nera del quartiere”: scrive così Carlo Goldoni nei Mémoires a proposito della commedia Le donne gelose. Si tratta del primo testo scritto interamente in veneziano che va in scena per la prima volta nel 1752; questa “commedia di mezzo”, rappresenta un punto di svolta della riforma del teatro che il drammaturgo aveva intrapreso, passando dalla scrittura di alcune battute degli attori alla composizione del testo drammaturgico moderno, superando i momenti d’improvvisazione tipici del teatro delle maschere.
Per la stagione 2015/2016 del Piccolo Teatro di Milano, la nuova produzione de Le donne gelose è stata affidata al regista Giorgio Sangati, allievo alla Scuola di Teatro del Piccolo e poi assistente di Luca Ronconi. Nella sua interpretazione Venezia appare invernale, notturna, chiusa e circoscritta a un unico quartiere, in cui vivono bottegai che fanno parte di un unico ceto sociale. La commedia trasuda, così, un’aria claustrofobica.
La funzionale scenografia di Marco Rossi è adattata alla particolare struttura circolare della scena del Teatro Studio, che propone delle panche curve a bordo palco come platea e tre file di balconate per quanto riguarda la galleria; gli spettatori giocano un ruolo fondamentale nella bipartizione degli spazi, creando le pareti che delineano gli ampi ambienti interni e soffocando gli esterni. Un dedalo di canali disegna una Venezia umida e piovosa, dove si avverte il pericolo costante di finire nell’acqua. Questo elemento naturale portato sul palcoscenico dona un senso di veridicità schizzando la scena e gli attori. Inoltre l’acqua raccorda il panno nero, che copre tutta la scenografia, con le cromie dei costumi dei personaggi, macchiandoli e bagnandoli. L’uso della stoffa delle quinte per ricoprire facciate, sedute e quant’altro, è una soluzione pertinente, dato che la commedia racconta il teatro.
I vestiti dei personaggi, di taglio storico, in cotone e lino, si rifanno alle linee dei costumi del Settecento, nello specifico ad una borghesia una volta arricchita e ora impoverita. Su questi vivi colori il costumista Gianluca Sbicca fa posare la patina del vizio, della maldicenza, della lussuria, dell’aridità dei sentimenti che non conosce rimedio e che finisce per sporcarli esteriormente e intimamente.
Il testo è divertente ma anche malinconico, disincantato e sarcastico nello stigmatizzare i vizi di una società al capolinea. Tutto ruota attorno ad un personaggio femminile dalle caratteristiche goldoniane: indipendenza e seduttività. Siora Lucrezia, come Mirandolina in una delle sue commedie più celebri: La Locandiera, incarna questo ideale di donna fiera della propria libertà. Sandra Toffolatti rende giustizia al personaggio di Siora Lucrezia, la vedova, che esclusa socialmente e additata come portatrice di scandalo, vive in solitudine e basa la sua vita sul denaro che presta agli uomini del quartiere: Boldo (Paolo Pierobon) e Todero (Leonardo De Colle) consumati dal vizio del gioco, l’uno del lotto e l’altro delle carte, sono costantemente fuori di casa e si recano dalla vedova a chiedere denari per poi giocarli al Ridotto. Questo era un luogo pubblico che ospitava il gioco d’azzardo, aperto nel 1638 da Marco Dandolo, e frequentato da giocatori in maschera.
Le mogli di questi due gentiluomini, Siora Giulia (Valentina Picello, attrice che dà una forte caratterizzazione al personaggio) e Siora Tonina (Marta Richeldi, in un’interpretazione troppo schematizzata), convincendosi a vicenda che i propri mariti le tradiscano con Siora Lucrezia, danno vita a una commedia di equivoci.
Goldoni mette in risalto la crisi dell’istituzione matrimoniale: l’unione celebrato tra due giovani, Orsetta (Sara Lazzaro, recitazione ostentata) e Baseggio (Ruggero Franceschini), è paragonato a una forma di prostituzione per contratto; il giovane che ha i denari per “acquistare” una moglie sceglie una ragazza e si accorda con la madre, Siora Fabia (Federica Fabiani), per averla. L’unione è solo convenienza senza amore e senza lieto fine.
Arlecchino (Fausto Cabra, il quale merita una citazione speciale per l’interpretazione ben riuscita del suo personaggio) ha perso l’astuzia del servitore ed è diventato un burattino, più nel senso ideale del termine che non nei gesti; con la regia di Sangati si abbandonano anche maschera e colori, facendo trasparire dall’espressione dell’attore la malinconia profonda di un personaggio che quasi non vuole uscire dalla scena e desidererebbe continuare a vivere.
Goldoni con quest’opera delinea la fine della commedia dell’arte a favore di un nuovo teatro, dove le maschere sono modificate e trasformate in personaggi più sfumati e psicologicamente complessi, perdendo le caratteristiche ridicole e di maniera che le connotavano in modo ormai schematico e convenzionale.
 

 

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