Io sono un gabbiano [Lorenzo Mazzoletti]

GABBIANO

Carmelo Rifici

Piccolo Teatro

 

“Tutto il fascino di Čechov sta in qualcosa di intraducibile a parole, ma nascosto sotto di esse o nelle pause, negli sguardi d’intesa degli attori, nella emanazione del loro sentimento interiore”[1]: così diceva Stanislaskij, a cui si deve il merito di aver portato al successo Il Gabbiano nel 1898 al Teatro dell’Arte di Mosca.

Tutta la vicenda si svolge nella tenuta, situata sulle sponde di un lago, di Piotr Nikolaevic Sorin. E’ qui che troviamo un gruppo di persone che si interrogano costantemente sul loro presente e sul loro incerto futuro, come accade, seppur in diversi contesti, in altri lavori di Čechov: la sorella di Sorin, Arkadina, famosa attrice ormai in declino, che vi è giunta col suo amante, il romanziere Trigorin; Kostja, il figlio della donna, che nel suo impeto giovanile vuole dare vita a un’innovativa forma teatrale; Nina, l’amata musa di Kostja, che darebbe la vita per fare l’attrice; il maldestro maestro elementare Medvedenko, innamorato di Masa, figlia dell’amministratore della tenuta, la quale ama, non corrisposta, Kostja; il tenente in congedo Samraev, e il medico Evgenij Sergeevic Dorn.

La scena di Margherita Palli fa sì che i personaggi recitino su un palcoscenico pavimentato d’azzurro che vuole simboleggiare un lago, (il lago di Čechov come il lago di Lugano, specchi di simili realtà, come quelli messi in scena in collaborazione con Lac da Rifici) in cui i protagonisti potrebbero virtualmente specchiarsi e scorgere la loro misera umanità, l’incapacità di volare in alto come un gabbiano. Questo pavimento/lago si prolunga fino allo spettatore, quasi fungesse da ponte, da intermediario fra l’attore e lo spettatore, fra la finzione e la realtà. Teatro e mistero, verità e sogno…

Nel Gabbiano tutti si rappresentano, anzi, sono ossessionati dalla rappresentazione. Si impegnano a vivere una vita che non è la loro e tentano di fermarla, questa vita, di bloccare il loro desiderio di volare via per far parte di qualcosa di diverso, di più grande, come l’amore, che è sentimento dominante nel testo e che il regista ha scelto di prediligere. Colpiscono nell’opera i frequenti dialoghi sull’amore: dialoghi solo apparenti, perché in realtà si tratta di appassionati e sconsolati monologhi, in cui l’ascolto dell’altro è distante. Si tratta di amori inascoltati, non corrisposti. Amori infelici… Determinante quindi la scelta di far cantare in scena l’aria “Una furtiva lagrima” da L’elisir d’amore di Donizetti, aria struggente di un amore che grazie a una lacrima viene riconosciuto… Il regista sceglie di non contrapporre giovani ad adulti, perché “Čhecov è spietato con tutti”[2]. Assistiamo alla dissoluzione della famiglia e alla rappresentazioni di rapporti malati, patologici, anaffettivi. Di qui la decisione di tenere quasi sempre tutti gli attori in scena, a significare che tutti sono consapevoli dei sentimenti altrui.

Non è certo un allestimento tradizionale, questo di Rifici, e lo si evince già dal titolo, Gabbiano senza l’articolo, perché, secondo il regista, dobbiamo chiederci chi sia il personaggio da identificare col titolo.

Forse Nina (Anhai Traversi), che vuole diventare attrice e non esita a utilizzare le proprie attrattive, anche sessuali, per fare carriera, ma finirà sedotta e abbandonata dallo scrittore famoso Trigòrin? O il giovane scrittore Kostantin (Emiliano Masola), ragazzo di pessimo carattere, eccessivamente orgoglioso, brutta copia di un Amleto minore, ossessionato da un amore morboso ed edipico per la madre, dietro cui stanno rifiuto di crescere e velleità narcisistiche? (Non è dunque un caso se con la madre cita a memoria versi dell’Amleto: è l’immaginazione malata di un giovane di formazione romantica. Nulla è vero, in lui, neanche la morte: eco lontana di un modello romantico, il Werther. E infatti il regista ce lo fa ritrovare in scena, sul palcoscenico con tutti gli altri, proprio per sottolinearne la finzione). Potrebbe essere il “gabbiano” Trigòrin (Fausto Russo Alesi), che non è certo il Claudio di shakespeariana memoria che vorrebbe Trepliòv, ma è un uomo volgare e meschino, con una natura assai qualunque, pienamente soddisfatto della dimensione materiale della vita, dotato di un notevole egoismo brutale, che esplode quando chiede ad Arkàdina (Giorgia Senesi) di lasciarlo libero di amare Nina? O forse potrebbe essere l’egoista ed inconsapevole Arkàdina?

Questo è un lavoro su Čechov che rifiuta il naturalismo e rilegge l’opera in chiave contemporanea e più chiassosa. Si sposta l’attenzione dai caratteri delle singole persone alla rappresentazione di un gruppo, e non certo un gruppo borghese di fine ‘800, ma piuttosto di un gruppo moderno.

La messa in scena è ricca di invenzioni. A partire dai personaggi spesso tutti in scena,  ai costumi di varie epoche presenti contemporaneamente (di Margherita Baldoni), ai registri vocali molto variati ed improvvisi che creano straniamento nello spettatore, al personaggio di Jacov che ha pochissime battute nel testo originale, mentre qui diventa il violoncellista che suona live (Zeno Gabaglio, autore delle musiche di scena, con tanto di consolle a vista per i suoni elettronici), alle luci visibilmente in scena,  ad attori che a volte cantano, didascalie recitate e una cascata di rosso.

Margherita Palli ha concepito una scenografia essenziale e antinaturalistica per alludere alla monotonia della vita e alla moderna condizione di incomunicabilità in cui, accanto a tavoli e sgabelli che uniti si trasformano in praticabili, alle funi sul fondo con gabbiani di carta incastrati in esse e fragili come i personaggi, si alzano e si abbassano sipari scarlatti di stoffa leggerissima in cui gli attori a volte si avviluppano; in particolare Nina, nel IV atto dopo il colpo sparato da Trigorin, si avvolge nel telo, si trascina e cade mortalmente ferita dalla vivida delusione della vita reale e dai suoi sogni infranti, come un povero gabbiano, cadendo tinge di rosso e di dolore l’azzurro del lago, mentre altri gabbiani si levano in alto là dove l’uomo non può…

[Lorenzo Mazzoletti]

 

 

 

[1] K.S.Stanislavskij, “La mia vita nell’arte”, Torino-Einaudi, 1963, p. 269

[2] C. Rifici, “Incontro di presentazione allo spettacolo”, Piccolo Teatro, Milano

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