Immaginatevi gli autori da adolescenti, immaginateveli quando erano dei nessuno [Sara Paternicò]

La non-scuola 2016

Giugno 2016. Anche quest’anno ad Olinda  (ex ospedale psichiatrico Paolo Pini) ha avuto luogo la non-scuola, un laboratorio teatrale con adolescenti tenuto dal Teatro delle Albe (Ravenna), questa volta con il coinvolgimento del gruppo Over60 di ATIR-Teatro Ringhiera.
La cornice è il festival Da vicino nessuno è normale, un grande laboratorio sociale e culturale dove l’arte e il teatro incontrano la difficoltà psicologica, l’integrazione culturale, l’handicap. Si parla di teatro terapia, teatro sociale, arte terapia e non solo, di tante e diverse esperienze che riportano al centro della società persone e comunità che tendono ad essere marginalizzate, abbattendo rigidi confini e definizioni, creando occasioni di benessere collettivo.

http://www.olinda.org/cittaolinda/citt%C3%A0-olinda
http://www.olinda.org/davicino/manifesto

La non-scuola, a Milano, nasce proprio dall’incontro tra una realtà come quella di Olinda e il Teatro delle Albe (Marco Martinelli, Maurizio Lupinelli, Emma Montanari), che da anni porta il teatro nelle scuole superiori con i suoi laboratori. Eppure la non-scuola con la scuola non vuole avere molto a che fare, perchè “Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra (…) la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società”.

http://www.teatrodellealbe.com/ita/contenuto.php?id=4

Teatro delle Albe prova a generare nella non-scuola un incontro/scontro tra gli adolescenti e i classici delle letterature. Se la “tradizione” in quanto istituzione, a loro (i ragazzi), non parla, esiste un mondo sotterraneo ai testi che sentono più forte, perché più incontaminati, privi di sovrastrutture.
Spesso i laboratori ruotano attorno a testi attraversati da energie e pulsioni che hanno più a che fare con l’inconscio che con le parole.
Scrivono Marco Martinelli ed Ermanna Montanari:

Adolescenti e Tradizione: i Senza Parole e la Biblioteca. Qui c’è un lampo, due legni che si sfregano. Prendi un testo, e guardalo sotto: là sotto, sotto le parole, c’è qualcosa che le parole da sole non dicono. Là sotto c’è il rovello che lo ha generato. Ci restano le parole, mentre quel rovello viene dimenticato. Se non sai penetrare quel sotto, quella luce giù in basso, le parole restano buie. Il testo cela un segreto che può accendere la Vita, che l’autore (il vivente, non il cadaverino del museo!) ha sapientemente nascosto secoli fa nelle parole della favola: la non-scuola mette in relazione quel segreto e gli adolescenti, proprio quelli, quelli e non altri, quelle facce, quel dialetto ringhiato tra i denti, quei sospiri, quel linguaggio di gesti, quei sogni, quei fumetti. (…)
Le “vite immaginarie” degli autori esibiscono spesso il rovello e le battaglie che hanno partorito le loro favole teatrali. Immaginarsi gli autori da adolescenti, immaginarseli quando erano dei nessuno.

Durante gli anni precedenti la non-scuola ha lavorato, a Milano e non solo, su L’eresia della felicità. Quest’anno il laboratorio ha esplorato Teste tonde teste a punta, ovvero ricco e ricco van d’accordo di B. Brecht; testo col quale il drammaturgo tedesco manifestò e argomentò la sua opposizione al regime nazista, rappresentando in chiave ironica e stilizzata il processo con cui ideologie razziste e discriminatorie, in questo caso fondate sulla forma della testa, vengono usate dai vertici del potere per occultare il conflitto di classe.

C’è qualcosa di grottesco e cinico in questa pièce. Si rivela a noi uno smascheramento fatale dei meccanismi dell’ideologia (mai davvero al tramonto) e della natura stessa dell’uomo, che si dimostra, infine, fondamentalmente egocentrica. Là dove ogni slancio puro sembra sepolto, e non esiste legge. Teste tonde teste a punta ci stupisce per la sua capacità di rimanere una favola e allo stesso tempo di diventare brutale rappresentazione di molti aspetti del nostro tempo. Seguiamo l’onda di idealismo che unisce le masse nelle rivolte contro il potere e che sistematicamente si indebolisce fino a disperdersi in nuove forme di potere. Così si afferma la debolezza del singolo, l’impossibilità della giustizia. Si tratta del dramma dell’uomo moderno, il dramma di Amleto vissuto in scala collettiva, col tono della commedia.

Gli adolescenti vivono all’apice questo conflitto (la non-scuola l’ha capito) ed è per questo che lo spettacolo funziona. Il gioco teatrale è semplice, prima tra il pubblico seguiamo i cori di questo giovane popolo, ci spostiamo con loro nel corteo di protesta che attraversa il parco di Olinda, poi, giunti nel Teatro la Cucina, assistiamo al fallimento della loro protesta, alla sua manipolazione. Ed è bello vedere come venga enfatizzata quella comicità che in Brecht esiste e che spesso non è rispettata.

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