Che cosa vuole una gazza in bilico su un tetto che scotta? [Eleonora Rodigari]

Prolungato è stato il silenzio a cui è stata destinata La gazza ladra, opera in due atti di Gioachino Rossini su libretto di Giovanni Gherardini. La partitura torna al Piermarini, dopo essere mancata per 176 anni, dal 12 Aprile al 7 Maggio con un nuovo allestimento e la regia di Gabriele Salvatores che si riavvicina al teatro dopo la fondazione nel 1972 del Teatro dell’Elfo e le sue ultime regie teatrali negli anni Novanta.

“Il successo fu talmente enorme, il lavoro suscitò un tale furore che ad ogni momento il pubblico in massa s’alzava in piedi per coprire Rossini d’acclamazioni.”

Questo è quello che riporta Stendhal testimone alla prima del 1876. Sorprende perciò l’oblio al quale l’opera è stata relegata fino ad oggi, benché la sua Overture abbia continuato a essere riprodotta a oltranza e a suonare anche grazie a Stanley Kubrick che in Arancia Meccanica ne ha fatto emblema di violenza.

Se all’inizio l’opera può avere la parvenza di una commedia a causa di alcune scene gustose, l’atmosfera si fa più torbida quando la domestica Ninetta viene imputata di aver sottratto delle posate d’argento, rubate invece dalla gazza, fino a giungere alle sfaccettature tragiche conseguenti all’ingiusta condanna alla pena capitale.

I personaggi si muovono come fantocci, non del tutto responsabili delle loro azioni. Fantocci in carne ed ossa che si contrappongono a quelli in legno realizzati dall’Atelier Colla che entrano in scena come doppi del reale e danno voce ai sentimenti e pensieri dei personaggi interagendo attivamente anche con essi. A governare il destino dall’alto, come una dea che commette danni e osserva beffardamente i fatti, c’è la gazza interpretata dall’acrobata Francesca Aliberti per il desiderio di Salvatores di portare il circo nell’opera. Sempre presente in scena tra spazio aereo e terreno, con i suoi passi felpati, contorsioni aiutati da funi e teli, muta scene, ambienti e percorsi dei personaggi.

La scenografia di Gianmaurizio Fercioni è semplice ma eclettica: con pochi cambi a vista e movimenti delle strutture sempre presenti in scena, anche eseguiti dai personaggi stessi, gli ambienti mutano passando dalla casa in campagna, al tribunale, alla prigione. Congiuntamente all’allestimento luminoso di Marco Filibeck che ne intensifica la drammaticità, lo spettatore viene catapultato direttamente nel cuore di quest’opera.

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Foto di Brescia Amisano
L’interessante espediente della gabbia suggella il momento di tensione tra Gottardo e Nintetta, la quale tenta di sottrarsi alle attenzioni amorose dell’uomo.

 

Tra ironia, tragicità ed energia, il maestro Riccardo Chailly dirige un avanguardistico Rossini coadiuvato da un cast di giovani voci rossiniane radunate attorno a Michele Pertusi nel ruolo del perfido podestà Gottardo che tenta di insidiare la giovane Ninetta, interpretata dalla talentuosa Rosa Feola; quest’ultima ci restituisce un personaggio per nulla remissivo, ma che reagisce alle sue pene in maniera sagace e risoluta.

Il pubblico ha manifestato contraddittorie reazioni tra chi ha criticato le scelte musicali e registiche ma anche le performance degli interpreti e chi si è sentito coinvolto nel dramma restando incollato per tre ore e mezza alla poltrona, ma queste spaccature sono abituali.

Il risultato? Un lieto fine come ci ha abituati Rossini più vicino alle fiabe che alla realtà che ci restituisce, dopo aver smascherato la gazza, una temeraria Ninetta riscattata e rilasciata alla sua vita d’amore.

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