Miseria? Nobiltà? [Maria Virginia Corsi]

Miseria e nobiltà
dal testo di Eduardo Scarpetta
scritto (con l’aiuto di Francesco M. Asselta) e diretto da Michele Sinisi

Nonostante lo spettacolo sia stato tratto da un testo classico ottocentesco non ha nulla di tradizionale. appena si accendono le luci ci accorgiamo di quanto sia anticonvenzionale: non c’è sipario, non c’è scenografia, gli oggetti di scena sono rarissimi, neppure gli attori hanno dei costumi, ad eccezione della scena in cui i poveri si travestono da nobili.
Il clima appare confusionale: il tecnico-attore (Sinisi) sembra quasi disturbare lo spettacolo facendo degli effetti di scena molto rudimentali; d’improvviso a Miseria e nobiltà si sovrappone la famosissima scena della lettera, che appartiene al film di Massimo Troisi Non ci resta che piangere; anche il linguaggio con cui recitano gli attori è una mescolanza di dialetti.
La prima impressione è quella di essere proiettati in uno spaccato di vita vera, complice la straordinaria bravura degli attori che raccontano la storia riconducendola a sé.
Miseria e nobiltà, pur mantenendo intatta la sua radice teatrale, è giunto fino a noi arricchito sia dal percorso storico che dalle maschere teatrali e dagli attori cinematografici: Totò, lo Sciosciammocca più famoso del cinema, che si infila gli spaghetti in tasca, fa ormai parte della memoria collettiva, questi passaggi del testo, sono dei collanti sociali, dei miti che Sinisi reinventa. Egli lavora sulla memoria del testo e sulle immagini che questo spettacolo oggi si porta dentro e che non appartengono al testo di Eduardo Scarpetta ma al cinema.
Nella “scena degli spaghetti” dello spettacolo viene srotolata un immensa tela bianca, che i personaggi guardano attoniti. A un tratto compare lo stesso regista da dietro la tela, e la scena resta sigillata per alcuni istanti, fino al momento in cui Sinisi non lancia una manciata di spaghetti giganti, ingranditi, deformati (sembrano una delle sculture pop di Claes Oldenburg), scatenando lo scompiglio tra i personaggi.
In questa scena si abbattono le frontiere tra miseria e nobiltà: poveri e ricchi si mescolano, in una guerra all’ultimo sangue scatenata dalla fame.
Miseria e nobiltà è un dramma che sta contemporaneamente dentro e fuori la scena, un po’ come stare dentro e fuori dal personaggio, o da sé stessi: “è miseria e nobiltà del mestiere del vivere recitando” (M. Sinisi).
Lo spettacolo ritorna al testo del 1888 riprendendo le tematiche della fame e le differenze di classe che ostacolano l’amore e conducono all’inganno, ma lo fa in maniera inedita: riscoprendosi “rito nell’oggi”, decomponendo il realismo e facendo muovere gli attori su orbite narrative nuove.
Sinisi ci restituisce uno spaccato della vita quotidiana di ciascuno di noi, seguendo le forme del tempo presente e le dinamiche che la società odierna ingloba: fanciulle benestanti straviziate, al limite dell’isteria, casalinghe stressate, abbruttite dalla miseria e padri di famiglia squattrinato che cercano di racimolare in qualsiasi modo un pezzo di pane.
Un’ altra delle tematiche su cui si sofferma è la “festa del fare spettacolo” e all’accezione che il pubblico ne da, è un’esperienza che fa assieme alla platea che sta al gioco e si diverte.
Lo spettacolo si conclude con la sua voce che dice di non dispiacersi di tornare alla miseria se il pubblico si è divertito.
Si ride, tanto e lo spettacolo scivola via, ma mentre prosegue è impossibile restare senza un po’ d’amaro in bocca, “la miseria è differente dalla povertà”, ce lo dimostrano gli attori che recitano a soggetto, anzi ci mostrano noi stessi, lo stato ci ridurremmo senza libertà, senza dignità: nella miseria. La miseria è ben più che assenza di denaro, quella è povertà, mentre la miseria è uno stato sociale, una condizione che ci rende disposti a tutto pur di sfamarci.
La miseria è solo a un passo da tutti noi, lo sguardo sognante di Sinisi ci ammonisce mostrandoci prima comportamenti terribili in cui tutti noi possiamo immedesimarci, ma poi ci mostra anche la nostra salvezza, la cultura.
Bisogna guardare oltre la miseria umana, sognare, perderci nel gioco tra cinema e teatro senza abbandonare la realtà.

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