Tre madrigali, tre visioni, tre paure: Altri canti d’Amor [Sara Martino]

Un viaggio in un mondo onirico, per ritrovarci spettatori dei nostri stessi timori, ma attraverso gli occhi di una giovane e delicata sposa.

fotofestival

Questa è Altri canti d’Amor, l’avventura che ci propone il regista Giacomo Ferraù cucendo abilmente in un trittico tre dei madrigali monteverdiani in occasione del 450° anniversario della nascita del compositore. Componimenti che danno vita a un quadro, che a sua volta trova la sua identità nel tema, sentito particolarmente da Monteverdi, del contrasto, dello scontro, della tensione di situazioni e sentimenti. È la relazione amore-paura il comune denominatore dell’intera opera.

Immersi in un contesto barocco, quale il chiostro di San Domenico a Martina Franca, respirando la caratteristica brezza estiva del piccolo borgo, sotto un immenso cielo notturno, iniziamo a sognare.

Un esuberante Cupido, interpretato da Graziana Palazzo, incontra la sposina addormentata (Giulia Viana) e la accompagna in un viaggio poetico, scavando nell’animo umano alla ricerca dei sentimenti più nascosti.

Hor che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace è la prima di tre tappe, dove l’amore diventa ombra. Amore rappresentato da uno sposo-ombra, senza volto, privo di identità, che cerca di imprigionare la nostra protagonista, la quale finirà per trasformarsi in ombra di sè stessa. Tra figure bianche e nere, riflessi, luci e ombre, nel primo madrigale si inscena la prima paura: la paura di essere amati per ciò che non si è.

Insieme a Cupido ci imbattiamo nel secondo brano, composto sui testi di Rinuccini: Il lamento della Ninfa. L’atmosfera, prima quasi romantica, speranzosa, caratterizzata da luci fredde, si fa ora più tragica e spessa. Una ninfa canta il suo dolore. Ninfa che diventa protagonista, che cresce ed emerge dalle voci che lontane l’accompagnano, compatendola. La ninfa piange e dondolando su un’altalena, simbolo del “gioco dell’amore”, si accorge di aver consumato una vita intera in attesa dell’amato. Il secondo sentimento al quale veniamo incontro è la paura dell’abbandono, dell’attesa infinita e continua di un amore che potrebbe non esistere.

Sempre di Rinuccini è il testo della terza e ultima rappresentazione: Il ballo delle Ingrate. Questa volta Cupido ci porta all’inferno, per svelarci l’ultima paura: la paura che il rifiuto dell’amore possa condurre a un triste destino. Le ingrate che rifiutano l’amore sono frammenti, immagini riflesse della sposa stessa che scopre essere, insieme a noi spettatori, l’unico giudice delle sue scelte.

La scenografia, curata da Alessia Colosso, ci stringe in un abbraccio lungo e costante, che suscita fin da subito stupore, meraviglia, malinconia, tenerezza, ma durante lo sviluppo dell’opera anche angoscia, disagio, sofferenza. I costumi di Sara Marcucci contribuiscono a creare unione tra i singoli componimenti, legando la trama alle scene e alle luci (Giuliano Almerighi) e da un’impronta fredda, giocata sui non-colori, scoppiano nel rosso più inquietante e violento dell’ultima visione. Animano saggiamente la scena i cantanti e gli attori della Fattoria Vittadini, diretti elegantemente dal coreografo Riccardo Olivier. Ma la prima, vera, Signora è la musica di Claudio Monteverdi, esaltata in maniera impeccabile dall’Ensemble barocco del Festival della Valle d’Itria diretto e curato dal direttore e maestro al cembalo Antonio Greco e contemporaneamente dalle incantevoli voci degli allievi dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”.

È così che il nostro sogno svanisce. Un sogno per esplorare il sentimento che muove il mondo: l’amore. Un sogno per scoprire le paure che gli danzano intorno. Infine, un sogno per comprendere che i primi nemici della nostra felicità siamo noi stessi.

…Cosí sol d’una chiara fonte viva
move ’l dolce et l’amaro ond’io mi pasco;
una man sola mi risana et punge;

e perché ’l mio martir non giunga a riva,
mille volte il dí moro et mille nasco,
tanto da la salute mia son lunge.

[Francesco Petrarca, Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta), Or che ‘l ciel et la terra e ‘l vento tace, XIV secolo]

 

 

Altri canti d’Amor  di Claudio Monteverdi

43° Festival della Valle d’Itria

Dall’VIII Libro dei Madrigali:
Hor ch’el ciel e la terra e ‘l vento tace
Il lamento della Ninfa
Il Ballo delle Ingrate

Sinfonie:
Salomone Rossi – Sinfonia decima
Caix d’Hervelois – Plainte
Salomone Rossi – Sinfonia grave

Cupido Graziana Palazzo
Venere Anna Bessi
Plutone Eugenio Di Lieto
Ninfa/Ingrata Cristina Fanelli
Altre ingrate Ilaria BellomoArianna RinaldiAntonia Fino
Ombre d’inferno Yasushi WatanabeRaffaele FeoMassimiliano GuerrieriHikaru Onodera
Lo Sposo Libero Stelluti
La Sposa Giulia Viana
Fattoria Vittadini: Erica Meucci, Sebastiano Geronimo, Giacomo Goina, Francesca Siracusa Loredana Tarnovschi, Cecilia Tragni

Ensemble barocco del Festival della Valle d’Itria
Direttore e Maestro al cembalo Antonio Greco
Regia Giacomo Ferraù
Scene Alessia Colosso
Costumi Sara Marcucci
Disegno luci Giuliano Almerighi
Coreografie Riccardo Olivier
Progetto artistico Eco di Fondo
Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria in collaborazione con l’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”

Progetto fotografico a cura di Marta Massafra e Fabrizio Margiotta

Martina Franca, Chiostro di San Domenico, 15, 18, 22 luglio e 1 agosto 2017.

 

[Sara Martino]

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