Il fallimento del servo [Gloria Bolchini]

Per Jean Genet, il motivo scatenante fu un piccolo furto all’età di dieci anni; tale gesto, negli anni successivi, venne divinizzato e considerato la base fondante della propria personalità dallo stesso artefice; d’altra parte, quest’ultimo fu definito dalla censura dell’epoca, oltre che da se stesso, un personaggio vizioso e antisociale.

L’opera teatrale Le serve, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 3 al 15 ottobre 2017, è quindi la degna creazione di un autore tanto controverso: atto unico ispirato a un fatto di cronaca nera del 1933, viene pubblicato e messo in scena per la prima volta nel 1947, ricevendo feroci dissensi da un pubblico post bellico alla ricerca di una spinta propulsiva verso il futuro, e poco incline alla commedia tragica e alla violenza manifesta.

In una camera da letto dai mobili color verde invidia si consuma ogni sera la cerimonia delle serve-sorelle Claire e Solange: a turno giocano ad essere Madame, la padrona di casa, in una macabra rappresentazione che culmina sistematicamente nell’omicidio di quest’ultima.

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Sulle pareti della stanza, due grandi immagini di donna fissano il vuoto con sguardo lascivo; decidere se sono gigantografie di Madame, ritratta in tutta la sua elegante mollezza, o se rappresentano le serve colte nell’atto di emularla, diventa più difficile mano a mano che la storia procede, e i ruoli di ciascun personaggio si scambiano e confondono.

Claire (una Manuela Mandracchia febbrile e disperata) e Solange (Anna Bonaiuto, lenta, triste, borbottante) ammirano profondamente la padrona: ella incarna i loro ideali di perfezione, bellezza, ricchezza. La amano tanto da non poter più rescindere il desiderio di essere lei, alimentando ogni giorno il loro sentimento divorante con le loro macabre messinscene; la amano tanto da odiarla, quando la consapevolezza di non poter essere come lei colpisce con forza desolante.

Rintocca l’orologio, il tempo di questo gioco nero volge al termine: la padrona di casa sta per tornare e ora la tensione sul palco si attenua dopo aver assistito al culmine dell’interpretazione in questo teatro dentro il teatro. Mentre le due serve dismettono i vestiti della padrona e si affrettano a risistemare la camera, il grande specchio posto al centro della scena (idea felice dello scenografo Alessandro Chiti, che così raddoppia lo spazio esiguo del palco) si alza, svelando a poco a poco la figura di Madame. È Vanessa Gravina a restituirci l’immagine di questo personaggio all’apparenza innocuo. Madame è frivola, ma d’altra parte in pena per il suo amante, incarcerato senza motivo; lunatica, ma comunque generosa nel regalare i suoi abiti più belli a Claire e Solange. Eppure, il suo vero essere si delinea con maggior chiarezza mano a mano che la narrazione procede: confonde i nomi delle due serve, è spesso stizzita e insofferente, si riprende con noncuranza i regali promessi; in qualche modo coccola le sue domestiche, ma esclusivamente per compiacere se stessa e appagare il suo bisogno di sentirsi elegantemente caritatevole.

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Si comprende meglio, ora, il bisogno di distaccarsi per sempre da questa tormentata relazione, senza tuttavia dimenticare la perversione malcelata delle due protagoniste: la cerimonia che ogni sera si consuma nella sontuosa stanza da letto della padrona può considerarsi un atto di disperata ribellione all’ordine sociale prestabilito, ma anche una celebrazione alla sensualità, un’invocazione al potere, e una lunga caduta verso la follia. Ma anche, le azioni di Claire e Solange denotano il bisogno disperato di essere considerate in quanto esseri umani da una società borghese (rappresentata da Madame) che le relega ai suoi margini con disarmante indifferenza.

Quand’è, però, l’istante preciso in cui Claire e Solange decidono che i loro giochi segreti non bastano più?

Qual è il motivo scatenante che porta le due serve a tentare davvero l’omicidio della padrona, smettendo di limitarsi a simularlo?

Sappiamo che sono state loro due a far sì che l’amante di Madame finisca in carcere, calunniandolo tramite una serie di lettere dirette alla polizia. Sappiamo anche che l’inganno è stato svelato, e che le serve stanno per essere scoperte. Sappiamo anche che Claire e Solange sanno, e quindi forse ora sono disposte a un ultimo, tragico atto, per siglare definitivamente il loro contratto con un destino che le prevede colpevoli e condannate.

Ancora una volta, però, la chiave di lettura va cercata altrove, perché l’istante che cambia per sempre le carte in tavola non viene mostrato in scena, ma descritto da Solange alla sorella qualche momento prima che Madame arrivi. Una sera, dinanzi alla figura addormentata e inerme della padrona, la serva comprende che potrebbe facilmente porre fine alla sua vita. Tale momentaneo ribaltamento della binomio vittima-carnefice infonde alle due sorelle la brama necessaria per commettere il loro grande crimine.

Claire e Solange sono la rappresentazione del fallimento della figura del servo, e non solo perché con le loro intenzioni mirano a tradire Madame, smettendo di esserle devote; esse appaiono come la storpiatura del servus callidus, personaggio onnipresente nelle commedie latine e indispensabile allo svolgersi delle vicende. L’astuto servus architetta improbabili inganni a danno di chi è nemico del proprio padrone, assicurando il successo dell’impresa e il conseguente lieto fine dell’opera. Claire e Solange amano profondamente Madame, ma al contempo la detestano; architettano il grande piano di eliminare sia lei che il suo amante, ma non riescono a portare a termine il loro compito; indispensabili personaggi per lo svolgimento delle vicende, sono però artefici della parabola discendente della loro storia. Madame non berrà la tisana avvelenata, lo farà invece Claire in un’ultima, allucinata interpretazione del ruolo di padrona; Solange, invece, aspetterà con gioia febbrile l’arrivo dei gendarmi che le porterà alcuni istanti di agognata fama.

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Le serve di Jean Genet è un’opera dal sapore antico e pagano, dove unità di tempo, luogo e azione sono rispettate, ma è anche il racconto di una psicosi e un’irrequietezza tutta novecentesca. Il regista Giovanni Anfuso, per anni assistente di Giorgio Strelher e ora direttore artistico del Teatro Stabile di Catania, ci regala questa fiaba infelice, chiedendo alle attrici Mandracchia, Bonaiuto e Gravina una recitazione caricaturale, esasperata. La sua scelta rispetta le intenzioni originali dell’autore, che prevedono addirittura due uomini a interpretare le sorelle: in questo modo, il pubblico spaesato non riuscirebbe ad immedesimarsi nei personaggi, rimanendo oggettivo e lucido davanti ai fatti presentati, e impossibilitato alla catarsi.

In questa commedia tragica è difatti da evitare ogni simpatia verso una fazione o l’altra, mentre è invece importante conoscere il motivo, in un tormento di sentimenti guasti e interpretazioni allucinate, per il quale l’uomo viene portato a compiere determinate azioni; il motivo scatenante, quindi, che decide da che parte penderà l’ago della bilancia, e che definisce ciò che ognuno di noi è.

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Articolo: Gloria Bolchini

Fotografie di scena: Produzione riservata al Piccolo

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