Le regole della boxe: Atti osceni, i tre processi di Oscar Wilde [Gloria Bolchini]

L’incontro di boxe deve svolgersi in un ring ampio ventiquattro piedi, o il più vicino possibile a tale dimensione.

Nella sala Shakespeare, al teatro Elfo Puccini, tra il 20 ottobre e il 12 novembre 2017 si allestisce sul palco l’arena per un incontro tra due sfidanti di grande rilievo. La scena è quasi spoglia, sono gli attori a riempire lo spazio d’azione. Dietro di loro, su un pannello alto quanto l’apertura del boccascena, vengono proiettate alcune immagini dal sapore decadentista: illuminando il legno nero del palco, dee della giustizia, fiori rossi e draghi accompagnano i due contendenti durante la loro prima, accesa disputa.
Nel lato destro troviamo l’accusatore, Oscar Wilde, che si appoggia comodamente sul bastone da passeggio e ascolta l’arringa del proprio avvocato; nel lato sinistro sta il marchese di Queensberry, il famoso inventore delle regole della boxe del ventesimo secolo, denunciato per calunnia ai danni dell’artista. Il motivo dello scontro è il seguente: Queensberry ha pubblicamente dichiarato che Oscar Wilde si atteggia a sodomita con il giovane Alfred Douglas, figlio del marchese.

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I guantoni devono essere della taglia giusta, nuovi e della miglior qualità. Sarà compito dell’arbitro imporre che il guantone venga rimpiazzato nel caso cadesse o si rompesse.

Thomas Carlysle, scrittore ottocentesco, ci dice che il dandy è un uomo il cui settore, ufficio ed esistenza consiste nell’indossare abiti. In scena, Giovanni Franzoni interpreta un Oscar Wilde elegante e vestito di bianco, unico punto luminoso in un gruppo di personaggi paludati nei loro mantelli scuri. Ultimo esponente di rilievo del dandismo, lo scrittore viene rappresentato sul palco ironico e distaccato, alla ricerca di una bellezza assoluta che va molto al di là dell’immaginazione dei suoi interlocutori, i quali non sempre mostrano di capirlo. Il ruolo calzato da Wilde è quello dell’esteta, dell’artista annoiato dalle quisquilie della vita borghese; individuo attraente e ambiguo, egli agisce al di fuori delle regole della buona società, rimanendo, però, sempre ad esse soggetto.

Se il round è fermato da una interferenza inevitabile, l’arbitro deve nominare il tempo e il luogo per finire la contesa il prima possibile; in tal modo il match potrà essere vinto o perso, a meno che i sostenitori dei due lottatori decidano di patteggiare.

Il primo processo termina con Wilde costretto a ritirare le proprie accuse: le prove contro di lui sono inconfutabili. Il suo avvocato (interpretato da Giuseppe Lanino) gli propone la fuga, ma egli rifiuta; all’altro lato del palco, Queensberry e il proprio difensore (Ciro Masella e Nicola Stravalaci) si mostrano vincitori dinanzi al pubblico.
Il primo atto giunge al termine, il sipario si chiude.

60 Festival di Spoleto. Auditorio Della Stella, Atti Osceni I Tre Processi di Oscar Wilde

Non ci possono essere secondi né altre persone durante i round.

Alfred “Bosie” Douglas, l’amante di Oscar Wilde, appare sotto la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia come passionale, sfacciato, di molto simile alla figura paterna nei suoi scoppi collerici; le carte ci raccontano della sua volontà di testimoniare contro il genitore per salvaguardare il proprio innamorato, e anche dell’impossibilità di farlo per volere proprio di quest’ultimo. Bosie (Riccardo Buffonini, altero e disperato), paragonato da Wilde a un divino Giacinto innamorato di Apollo, non è poi più puro e perfetto di qualsiasi altro personaggio: dinanzi alla lettera che l’artista gli invia dalla prigione, lo troviamo visibilmente addolorato; tuttavia, con un fulmineo cambio di luci di scena, cambia anche il suo atteggiamento, che ora torna saccente, arrogante, incredulo dinanzi alla decisione dell’amante di non farsi aiutare in alcun modo.
Se la osserviamo dal punto di vista di Wilde, la relazione con il giovane Douglas non ci sembra qui una storia passeggera; ci rimanda quasi alla poesia dei quadri preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti, che dipingeva la moglie con la stessa estasi, la stessa tragica nostalgia ritrovabile nel De profundis, la lettera che Wilde invierà a Bosie dal carcere.

Mio carissimo ragazzo, questa lettera è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa al mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelicità e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza.

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Al pubblico, Alfred viene presentato invece per quello che è in realtà, un ragazzo immaturo e lunatico, che al termine del capitolo Wilde si sposerà e avrà dei figli da una donna rispettabile. Non dobbiamo, però, fargliene una colpa: Bosie è solo un ragazzo di vent’anni, con l’incostanza e la volubilità tipiche di quell’età; e se non possiamo elevarlo all’immagine di perfezione alla quale tanto spesso Oscar Wilde lo associa, dobbiamo comunque riconoscergli la sua buona fede.

Né scarpe né stivali con spuntoni o borchie sono permessi.

Il sipario si apre su un atto finale cupo e concitato. Con il suo cambio d’abito Oscar Wilde sembra tentare di confondersi tra le figure scure sul palco; in questo secondo processo l’artista non è più vittima, ma colpevole. Uno dietro l’altro, quattro giovani uomini (interpretati da Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti e Ludovico D’Agostino) entrano in scena come testimoni per parlare contro Wilde in una sfilata che sembra fare il verso agli spettacoli di ballerine di cabaret. L’inno britannico suonato come sigla d’entrata in stile glam rock e gli atteggiamenti dei giovani in scena risultano deliberatamente provocatori, eppure in questo caso vengono accettati dall’integerrima corte inglese.
Oscar Wilde viene accusato di aver agito in modo immorale dalla stessa corte che ha corrotto i testimoni con importanti quantità di denaro e con minacce. Preferisco avere mille terribili vizi piuttosto che una sola terribile virtù, ci dice l’artista nella sua appassionante arringa difensiva; dinanzi agli occhi del pubblico la sua immagine indolente e affascinante si sfalda e sparisce, per lasciare spazio a un personaggio nuovo, non più etereo e sornione, ma umano e disperato.

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Se uno dei due uomini cade per debolezza o simili, deve alzarsi senza essere aiutato entro dieci secondi. Se un uomo fallisce nel rialzarsi nei dieci secondi stabiliti, sarà potere dell’arbitro dare la vittoria allo sfidante.

Oscar Wilde perde la battaglia contro la legge e contro la regina d’Inghilterra, e nel 1895 viene condannato a due anni di carcere per aver trasgredito al Criminal Law Amendment Act; riotterrà la libertà nel 1897, ma a causa di una ferita mal curata in galera troverà la morte tre anni dopo.
In questa opera teatrale possiamo ritrovare molto del teatro educativo e propagandistico sia di Piscator che di Brecht, ma Moises Kaufman, l’autore del testo, riesce comunque ad elaborare tale eredità per presentare al pubblico qualcosa di nuovo, riportando dignità alla figura compromessa di un artista senza il quale la storia della letteratura occidentale non sarebbe la stessa. Come dice Tony Krushner, autore di Angels in America, quindi, nel suo intreccio di avidità, intelligenza, brillante dialettica, hubris, conflitto di classe, tragedia e commedia, il testo qui raggiunge una dimensione shakespeariana, il che non significa una posizione di retroguardia, dal momento che in questi tempi di drammaturgia cauta, modesta e circospetta nell’allontanarsi dai confini del quotidiano, gli scrittori più genuinamente radicali della nostra epoca sono impegnati a riscoprire l’inesauribile vitalità di Shakespeare.

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Gloria Bolchini

 

 

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