Because I am so very ugly [Gloria Bolchini]

-Posso vederti con le mie mani, se ti fidi di me. […] Povero uomo. Tu quindi non hai amici?
-C’è qualche persona. Ma loro non mi conoscono.
-Perché non li raggiungi?
-Perché io sono così brutto, e loro sono così belli.

Tratto dal film Mary Shelley’s Frankenstein, regia di Kenneth Branagh

Nel 1994, Kenneth Branagh ce lo aveva detto in una manciata di parole: con un primo piano sul volto di Robert De Niro, truccato a dovere e deturpato da cicatrici di silicone, spiegava come mai per l’essere creato da Victor Frankenstein sia impossibile avvicinarsi agli uomini. Allontanato dal suo stesso creatore, detentore di una forza bruta che non sa ancora controllare, evitato dai contadini che incappano lungo il suo cammino: il mostro è seguito dalla sventura e da una lacerante solitudine.
Quella di Elio De Capitani (cofondatore della compagnia del Teatro dell’Elfo e, in questo caso, narratore della storia) è una nuova rivisitazione del famosissimo testo scritto e pubblicato da Mary Shelley nel 1818; d’altra parte, come lui stesso afferma, il nostro è il tempo giusto per riavvicinarsi ai temi sempre più attuali che lo spettacolo Frankenstein, il racconto del mostro affronta. La lettura comincia dalla parte centrale del racconto, restituendo il punto di vista dell’infelice protagonista: è questo il passaggio, tra i più toccanti e conturbanti del racconto, sul quale De Capitani si concentra.frankenstein-tl.jpg

La trama del romanzo è ormai nota a tutti: un giovane scienziato sfida Dio e la morte dando vita a una creatura che si dimostrerà del tutto fuori dal suo controllo. L’essere scappa, si rifugia nella casa di un gruppo di contadini ignari della sua presenza, impara a parlare, a leggere e scrivere; comprende cosa siano il freddo e il caldo, la gioia, il desiderio, il dolore fisico e, soprattutto, quello dell’anima. Scoperto dalla famiglia dalla quale aveva cercato rifugio, il mostro viene cacciato a causa del suo aspetto spaventosamente brutto; inizia quindi un lungo pellegrinaggio alienante e senza meta, durante il quale ogni reale contatto umano gli sarà negato.
Per la lettura del testo, sul palco della sala Fassbinder all’Elfo Puccini sono disposti solo un grande pannello bianco e un tavolo ricoperto di libri. Il narratore, vestito di nero, entra lentamente, si siede al banco, attende. Mentre al centro del palco, sul pannello, sfilano le figure disegnate a carboncino di foreste, tane e paesaggi innevati, la voce del dottor Frankenstein (interpretata da Ferdinando Bruni, regista e disegnatore delle immagini) ci racconta brevemente di come egli sia riuscito a raggiungere, dopo tanto tempo, la sua creatura. Quando il palco è di nuovo silenzioso una fioca luce si accende sulla figura di De Capitani, ingobbito, nascosto sotto il cappuccio della sua felpa nera. Il suo volto si svela lentamente, mentre la lettura avanza verso il nucleo del racconto del mostro, accompagnata dai suoni di Gionata Bettini; con un abile gioco di luci (a cura di Nando Frigerio) sul palco si susseguono atmosfere ricche di chiaroscuri inquietanti: libri illuminati di rosso fuoco diventano braci ardenti, una sottile striscia luminosa diviene la fessura attraverso cui la creatura osserva il mondo esterno, e una notte nella foresta viene resa con una luce bianca e tenue, che disegna le ombre degli alberi sulla scrivania. Quella di Bruni e De Capitani è una rappresentazione dalla scenografia essenziale, quindi, ma comunque foriera di suggestioni: il vedere nient’altro che il lento scorrere delle immagini alle spalle del mostro ci dà infatti l’idea di un viaggio lungo e pieno di silenzi, e di una solitudine irreversibile.

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Alle radici della trama del romanzo Frankenstein, troviamo il sogno allucinato di Mary Shelley, che, in una notte tempestosa del 1816, ha la visione di un uomo ai piedi di una creatura mostruosa. Questo individuo prenderà poi le fattezze e il nome di Victor Frankenstein, e la creatura diventerà il nostro protagonista.
Nel lavoro della Shelley cogliamo anche l’eco dell’Adamo del Paradiso perduto di Milton, che dinanzi a Dio lancia lo stesso grido disperato che il nostro mostro rivolge a Victor: ti chiesi io, Creatore, dall’argilla di crearmi uomo, ti chiesi io dall’oscurità di promuovermi? (per poi condannarmi a una vita miserabile, potrebbe continuare, e in effetti il sottotesto ci dice proprio questo). La responsabilità di tutto il dolore conseguente alla creazione del mostro è da attribuire al dottor Frankenstein, che si rivela essere un nuovo tipo di ribelle mitologico, un Prometeo del romanticismo; egli non ha rispettato il volere divino che impedisce all’uomo di creare una vita completamente artificiale con il solo scopo di appagare le proprie ambizioni.

Il binomio creatore/creatura, concetto approfondito nel testo di Frankenstein, è stato ampiamente sviluppato e analizzato nella cultura popolare occidentale, e ci viene riproposto spesso e sotto svariate forme. Per citare un esempio recente, basti pensare al fatto che il 5 ottobre 2017 sia uscito nelle sale italiane Blade Runner 2049, che riporta alla luce questo dualismo in un mondo post apocalittico dove anche i replicanti, esseri creati dall’uomo, pensano, vivono e provano sentimenti. Tale film è il sequel del famoso cult movie Blade Runner, a sua volta liberamente ispirato al romanzo di fantascienza Do Androids Dream of Elecrtic Sheep? di Phillip K. Dick; anche qui, come in Frankenstein, parliamo di un’umanità che non riesce ad accettare il diverso perché ritenuto pericoloso e fuori controllo.

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Un altro episodio esemplificativo del rapporto tra artefice e creazione lo troviamo nella Praga del XVI secolo: nel ghetto ebraico della città, il rabbino Jehuda Low crea i golem, giganti di argilla forti ed ubbidienti, nel tentativo di utilizzarli come difensori della propria comunità. Egli scrive sulla fronte di ognuno degli esseri la parola emet, “verità” in ebraico, e così facendo dona loro la vita. Le creature divengono però sempre più grandi, e creano scompiglio nella città: il rabbino cancella quindi una parte della scritta, che da emet diviene met, “morte” riportandole ad essere statue inanimate.
Nella leggenda dei golem di Praga non troviamo nessun tipo di narrazione introspettiva che ci racconti dei sentimenti provati dal gigante di argilla; nel testo della Shelley, invece, ci viene posto il dubbio su cosa sia effettivamente più mostruoso, se l’orribile creatura o il modo in cui essa viene accolta dagli uomini. Ciò che non appaga la vista non è degno di essere trattato con umanità? Ciò che non conosciamo non ha diritto di essere rispettato? Tali domande, che appaiono legate alla rappresentazione sul palcoscenico, tolte dal loro contesto cambiano dimensione, e arrivano a mettere in questione la nostra realtà quotidiana.
In definitiva, un buono spunto di riflessione per poi tentare una risposta a questi quesiti è l’immersione nella lettura di Elio De Capitani, che troveremo nelle vesti del mostro di Frankenstein all’Elfo Puccini tra il 24 ottobre e il 5 novembre 2017. Poiché, citando l’attore, la creatura di Mary Shelley è in grado di svelare le emozioni più profonde che agitano la nostra epoca, e di catturare le contraddizioni di una società in un momento critico della sua esistenza.

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Articolo: Gloria Bolchini

Fotografie di scena: proprietà del teatro Elfo Puccini

Illustrazione: realizzata da Theodor Van Holst e copertina originale di Frankenstein; or, the Modern Prometheus di Mary Shelley (1831)

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