La Bisbetica Domata (Andrea Chiodi)

In scena al Teatro Carcano di Milano, “La Bisbetica Domata” con regia di Andrea Chiodi: una produzione di LuganoInScena, in coproduzione con Lac, Lugano Arte e Cultura, e Teatro Carcano. Si tratta dell’interpretazione, in chiave moderna, della nota commedia teatrale Shakespeariana. Il regista, nella creazione dello spettacolo, fa rifermento all’adattamento e traduzione del testo originale scritto da Angela Dematté, che rimanendo fedele allo scritto del celebre autore, dà vita a una sceneggiatura caratterizzata dalla musicalità e dall’ambiguità delle parole.
“Ho cercato di costruire un microcosmo di parole che restituisse l’eco del suo, ho riproposto rime e assonanze esattamente corrispondenti a quelle originali, così come l’uso della prosa e del verso.”
Compito di estrema difficoltà, date le diversità sonore tra la lingua inglese e quella italiana.
In attinenza con la tradizione del Teatro Elisabettiano, quindi anche con l’opera di Shakespeare, è la scelta registica di un cast di attori completamente al maschile, dove il trucco dei personaggi femminili, Bianca e Caterina, è reso con evidente finzione, in un’immagine caricaturizzata, richiamando in modo evidente la falsità e i raggiri che stanno alla base dei rapporti tra i personaggi in scena e non solo: è metafora dell’ambiguità tra reale e irreale amplificata dall’espediente stilistico del teatro nel teatro, estremamente caro a Shakespeare.
Già dalla scena iniziale si può evincere quello che sarà uno dei temi centrali dell’opera, quale l’umiliazione e l’emarginazione del diverso, che prende vita in un primo momento nella figura di Cristoforo Lenzo, ubriacone che viene trovato dormiente su una panca fuori da un’osteria, da un signore e i suoi compari in battuta di caccia e presto illuso d’essere un gran signore e deriso da questi ultimi. Questa tematica si evolve ed articola ulteriormente, all’interno della rappresentazione teatrale a cui assiste Cristoforo Lenzo, nella figura di Caterina, interpretata da Tindaro Granata (Premio Ubu 2016 per Geppetto e Geppetto), ovvero la cosiddetta bisbetica, fulcro delle pene di un padre, il cui volere è quello di vedere le figlie sposate e sistemate. Il personaggio viene rappresentato con movenze selvagge e accenni quasi demoniaci e vestita di nero ed è posta in contrapposizione alla sorella, Bianca, che in abito azzurro rappresenta la donna che qualsiasi uomo desidera. Interessante la scelta del regista di rendere la sorella minore quasi muta per sottolineare quella che viene ritenuta realmente la sua virtù di donna annullata. Nel testo più volte viene detto “la silenziosa Bianca”, “la quieta Bianca”, epiteti che ben si prestano all’immagine della donna ideale in un mondo misogino, che spaventosamente ci appare quanto più attuale.
Le scene si svolgono in quello che può essere definito un “non luogo”, in cui la scenografia è ridotta al minimo, senza alcuni riferimenti all’ambientazione. I personaggi si muovono in uno spazio aperto con gesti e movimenti marcati e dinamici: un linguaggio corporeo che entra in sintonia con le parole, marcandone l’intenzionalità. Gli attori presentano sulla schiena il nome dei personaggi interpretati con un numero, come fossero una squadra di calcio e le scale, che vengono trascinate dentro e fuori alla scena, sembrano quasi simboleggiare le sedute dell’arbitro in una partita dettata da amore ed interesse. A smorzare i toni accesi dello spettacolo fanno capolino durante le scene parti cantate, che intonano motivi di canzoni popolari dei giorni nostri.
Gli oggetti di scena sono emblematici e rappresentano la condizione della protagonista, Caterina, che all’inizio della commedia appare feroce e risoluta, inseguendo con una mazza da baseball Petruccio, suo pretendente in cerca di fortuna economica; mentre in un secondo momento, trovandosi vittima delle crudeltà del marito che hanno come scopo quella di domarla, la troviamo accovacciata mangiare da una ciotola, dopo lunghi digiuni.
Rimane ambiguo il cambiamento di Caterina e al termine dello spettacolo resta aperta la riflessione sul finale, che sia, quella della protagonista, una reale sottomissione o una beffa:
“Tuo marito è il tuo signore, tuo vita, tuo capo, tuo sovrano. Uno che ti mantiene e si prende cura di te. Quell’ossequio che il suddito deve al principe, quello stesso la donna deve al suo marito. E allora ingoiate l’orgoglio che mai è servito e ponete le vostre mani sotto al piede di vostro marito, in segno dell’ossequio del quale, se a lui piace, la mia mano è pronta a far con lui la pace”.

Di William Shakespeare
adattamento e traduzione Angela Demattè
regia Andrea Chiodi
con (in ordine alfabetico) Angelo Di Genio, Ugo Fiore, Tindaro Granata, Igor Horvat, Christian La Rosa, Walter Rizzuto, Rocco Schira e Massimiliano Zampetti
scene Matteo Patrucco
costumi Ilaria Ariemme
musiche originali Zeno Gabaglio
disegno luci Marco Grisa
movement coach Marta Ciappina
assistente regia Margherita Saltamacchia
sarta di scena Andrea Portioli
produzione LuganoInScena
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e Teatro Carcano, Centro d’Arte Contemporanea di Milano
durata: 2h

 

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