La città è come un grande termosifone [Giulia Merati]

 

Luci accese, la sala lentamente si riempie. Una donna sta in un angolo appoggiata ad un termosifone di ghisa. Si guarda intorno, sorride e attende che tutti siano seduti. Una grande scena apparentemente vuota con solo un grande pannello nero nel cento. Buio totale,  poi un faretto si accende, una ragazza inizia a cantare acapella Il Cielo di Lucio Dalla.

Questo l’incipit de Il cielo non è un fondale, in scena al Teatro Studio Melato dal 2 al 6 maggio 2018 prodotto da  Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, in scena con la partecipazione di Francesco Alberici e Monica Demuru.

©Dietrich-Steinmetz_7557-1

La sceneggiatura originale della compagnia Deflorian-Tagliarini prende spunto dal pensiero di George Didi-Huberman riguardo al sogno

“I sogni ci lasciano soli, ci permettono di pensare alla rappresentazione come un processo mentale di sostituzione e contraddizione”

sostiene infatti il filosofo nel suo testo Confronting images, in riferimento al pensiero di molti storici dell’arte che fanno affidamento sul concetto freudiano di “dreamwork” (lavoro nel sogno).

Questa affermazione definisce in parte il senso del sogno che Antonio narra all’inizio dello spettacolo, punto di partenza che attiverà una serie di reazioni a catena e di vicende narrate durante la rappresentazione.

Un sogno semplice, ma al contempo ricco di spunti di riflessione riguardo a tematiche inizialmente nascoste.

“Io ti ho visto lì, in mezzo alla strada sdraiata e bisognosa, ma non mi sono fermato. Perché ho fatto ciò?”

Questo il dubbio che attanaglia Antonio.

In quella occasione è stata volutamente scelta la soluzione più “semplice”, ovvero ignorare un qualcosa di possibilmente scomodo; in un’altra situazione però, quando Antonio ha dato un passaggio ad un uomo che faceva l’autostop, è stata presa la scelta più “difficile”assecondando la situazione potenzialmente pericolosa che infine si rivela del tutto disastrosa.

Il-cielo-non-è-un-fondale-©-Claudia-Pajewski-8557

Ma quindi si può capire quando e come fare la cosa giusta?

In maniera a volte più esplicita, a volte più velata, ci viene fatto intendere come in fondo, anche le cose che possono inizialmente apparire positive e senza malizia in realtà hanno come secondo fine quello dell’appagamento personale.

Vi è l’esempio di Francesco, quando si definisce una brava persona e racconta di quando ha dato del cibo ad un ragazzo elemosinante fuori dal bar dove andava abitualmente, senza nemmeno girarsi e farsi ringraziare.
Poco dopo però è lui stesso ad ammettere come in realtà il non aver ricevuto questi ringraziamenti lo abbiano lasciato insoddisfatto, per questo motivo decide di scrivere ad una sua amica e con un contorto giro di botta e risposta si fa fare dei complimenti dalla ragazza per ciò che aveva fatto poco prima.

Ci vengono presentati diversi aspetti che caratterizzano la vita di una persona: voglia di rivalsa, rassegnazione, quotidianità, paura, insicurezza.
Tutti questi elementi seguono un filo conduttore: il timore di mostrarsi per come si è veramente agli altri, ma al contempo il voler rimanere nel proprio guscio, esclusi.

Riflessione che  gli episodi raccontati suscitano, descritti perennemente in un modo che lascia lo spettatore in un dubbio eterno riguardo al fatto se questi siano o meno fatti reali, talmente è sottile la linea tra finzione e realtà.

A supporto di ciò vi è la recitazione degli attori: spontanea e precisa, ma in alcuni casi quasi sussurrata e assente, che crea quella atmosfera di estraniamento che la coppia Deflorian/Tagliarini ha elaborato su base brechtiana,  permettendo così allo spettatore di leggere sempre la situazione corrente, astratta o concreta che sia.

Qual è  quindi la soluzione al quesito? Il calorifero.

 

Il calorifero, elemento  presente durante tutto lo spettacolo, prima solitario in un angolo e poi preponderante e moltiplicato per tutta la sala sulle note di La domenica cantata da Giovanni Truppi nella sequenza finale.

Calorifero come compagno di vita di ogni persona, racconta Daria.
Con la sua forma zigrinata, classica e solida ci offre un rifugio dove si può mangiare, leggere, dormire, giocare e fare qualsiasi cosa si voglia. Crea un tepore che scalda sia il corpo che la mente, aiutandoci a pensare.

“Per questa ragione in una città servirebbero molti più caloriferi di quelli che ci sono”

è l’esortazione che apre la parte finale dello spettacolo.

La città come un grande termosifone,  come luogo che possa riunire le persone, accoglierle e aiutarle a creare una propria idealità.

Uno spettacolo che racchiude in sé comicità, serietà e un velo di cupezza, dove ognuno si può rispecchiare in parte o totalmente nella eterna diatriba tra compassione ed egocentrismo umano che senza dubbio non potrà lasciarvi indifferenti.

 

Giulia Merati

 

IL CIELO NON È UN FONDALE

 

DI DARIA DEFLORIAN, ANTONIO TAGLIARINI

CON FRANCESCO ALBERICI, DARIA DEFLORIAN, MONICA DEMURU, ANTONIO TAGLIARINI

ASSISTENTE ALLA REGIA DAVIDE GRILLO

COSTUMI METELLA RABONI

COSTRUZIONE DELLE SCENE ATELIER DU THÉÂTRE DE VIDY

 

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