” Io non sono Amleto” [Alice Tomola]

L’incipit dello spettacolo di Roberto Latini è un passaggio dell’opera di Heiner Muller in cui il personaggio che interpreta Amleto dice di non essere Amleto.

latini

Robero Latini

Il pubblico entra a sipario aperto, il palcoscenico della sala Fassbinder del Teatro d’arte contemporanea Elfo Puccini è buio. All’improvviso un fascio di luce si accende. Roberto Latini è già in scena, solo, con indosso un costume da geisha: è la prima di una serie di citazioni, dal teatro Kabuki, passando per Marilyn Monroe, fino ad arrivare a Blade Runner.

Lo spettacolo è una riscrittura del celebre Amleto di Shakespeare in una chiave contemporanea, il cui testo è stato scritto da Latini e Barbara Weigel, liberamente ispirato ad Hamletmachine, opera postmoderna del 1977 di Heiner Muller.


 “Io ero Amleto. Me ne stavo sulla costa e parlavo all’incendio BLABLA,
con alle spalle le rovine d’Europa. Le campane suonavano i funerali di
Stato”


H. Muller, La macchina Amleto. Die Hamletmachine. Traduzione di Karl Menschengen. Pag. 3

Così è l’incipit del testo del drammaturgo tedesco che, partendo dall’opera di Shakespeare, crea un connubio tra il passato ed una contemporaneità che racconta gli avvenimenti dell’Europa del Secolo, unita ad accenni autobiografici. Latini ne segue le orme, attraverso la sua poetica, come sempre densa di riferimenti poetici e filosofici, e di richiami a maestri come Carmelo Bene o Bob Wilson, inscena un personaggio che va oltre l’Amleto. Già il titolo, mutato in Amleto + Die Fortinbrasmachine permette di capire che si tratta di una riscrittura personalizzata e rimanda, tradotto, al nome della compagnia Fortebraccio, della quale Latini è capocomico, diventando così La macchina di Fortebraccio.

L’atmosfera è cupa e malinconica. La voce di Latini, variamente declinata dall’uso di microfoni, è parte essenziale del dramma; voce dal vivo e voce registrata si alternano creando azioni che sono l’essere e il non essere. La voce intensa dell’attore, fra parole in latino ed altre in tedesco, si unisce alle sue grandi abilità fisiche compiendo azioni degne di un trapezista; azioni fisiche che raccontano, nel modo più diretto la fatica, le inquietudini, le impalpabili emozioni di un Amleto contemporaneo che Amleto non è più.  È “Hamlet… Hamletmaschine”.

Un’opera frenetica, di ricerca, arricchita di una buona dose di tensione, capace di tenere con il fiato sospeso, variando dall’opera classica ad un’opera contemporanea, in cui il personaggio shakespeariano è posto in un luogo quasi apocalittico, visionario. L’attore e regista incarna abilmente diversi personaggi, cambiando maschera e costume più volte nel corso della rappresentazione. Commuovente e straziante la scena del dialogo fra Amleto e Ofelia:

“Ricordati, ricordati, ricordati di me, amore, e dubita che le stelle siano in cielo e che il sole si muova ma non dubitare mai del mio amore… che noi sappiamo quel che siamo ma non sappiamo quel che potremo essere… non essere, amore.”

Toccante è invece il finale, in cui Amleto morto entra in scena con lo spettro del padre in carrozzina, vestito della sua armatura.

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Amleto e lo spettro del padre

 

Lo spazio scenico è lasciato al teatro nudo, che presenta pochi elementi simbolici e fondamentali che si susseguono nel corso dello spettacolo. Costante presenza sulla scena, un magnifico cerchio luminoso, muovendosi e ruotando, nel corso della rappresentazione,  varia di funzione, ricreando luoghi e scene diversi. Il cerchio è anche un rimando al simbolo della compagnia di Fortebraccio: è quindi più volte dichiarato l’intento di Latini di raccontare un Amleto più personale che mai. Il cerchio luminoso, ricrea un’atmosfera fantascientifica e pare essere il luogo che evoca i vari personaggi, che richiama i morti. Una spada medievale scende dall’alto, sembra essere la lancetta di un orologio che scandisce il tempo e che alla fine si cala su Fortebraccio.

Fondamentale è il ruolo del fumo e, in particolare, dell’illuminazione, di cui Max Mugnai si occupa abilmente.

I movimenti scenici sono invece affidati a Marco Mencacci, Federico Lepri e Lorenzo Martinelli. Un altro essenziale contributo per rendere quell’ora e dieci di spettacolo un’esperienza travolgente e sconvolgente è da attribuire, infine, a Gianluca Misiti, che si occupa del ruolo di rilievo della musica e del suono.

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Una parte della scenografia

Aspetto interessante dell’opera di Roberto Latini è l’operazione metateatrale compiuta. Un’esigenza risentita nel teatro contemporaneo è proprio questa: la necessità del teatro di raccontarsi e di usare il teatro come mezzo per raccontare. In un’intervista, infatti, il regista afferma: “Possiamo dire che Fortebraccio e Fortinbras si sono dati appuntamento nella metateatralità. Ho sempre avuto un’attrazione forte per le capacità che ha il teatro di usare se stesso per parlare d’altro… O per tacere rispetto ad altro”.


Marì Alberione,  Roberto Latini: Amleto + die fortinbrasmaschine. 26 gennaio 2017

Fra le numerose citazioni nell’opera, ad un certo punto il regista cita il primo articolo della Dichiarazione universale dei Diritti Umani (“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”) collegandosi alla “fraternité”, è dunque anche, in un certo senso, uno spettacolo politico, come era l’intento di Muller negli anni ’70. Così Latini, usando il mezzo teatrale, attraverso la voce di Amleto, parla anche di una politica che, come la definisce, non vuole essere geografica ma preferisce riferirsi ad una politica sociale, umana, la politica del teatro.

 

Amleto † Die Fortinbrasmaschine

 

Regia: Roberto Latini

Drammaturgia: Roberto Latini, Barbara Weigel

Interprete: Roberto Latini

Musiche e suoni: Gianluca Misiti

Luci e tecnica: Max Mugnai

Produzione Fortebraccio Teatro in collaborazione con l’arboreto – teatro dimora di Mondaino, ater circuito regionale multidisciplinare – Teatro comunale Laura Betti, fondazione orizzonti d’arte con il contributo Mibact, regione Emilia Romagna.

 

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