Ha ancora da raccontare qualcosa Arlecchino? [Beatrice Iannello]

Atto III, scena I, Amleto, Shakespeare.

Una voce fuori campo: “Osei, Budei, Fradei!”.

Sul palco una sedia, cinque vecchie pentole di rame disposte in modo circolare e un uomo al centro vestito, sembrerebbe, da Arlecchino.

Così inizia lo spettacolo, ma cosa possono avere in comune Shakespeare e un proverbio in dialetto padano?

All’apparenza nulla, ma immaginate di trovarvi all’interno di un cimitero di campagna nella pianura, circondati da tombe e dagli spiriti che le abitano. E’ proprio lì che Enrico Bonavera riesce a portarci con estrema bravura nella mimica e nella dialettica.

Osei Budei Fradei

Enrico Bonavera in “Osei,budei,fradei”

Dopo aver interpretato per almeno duecento volte l’Arlecchino e cinquecento Brighella, Enrico Bonavera sente il bisogno di raccontare e rendere omaggio al mondo della Commedia dell’Arte, che da anni fa parte della sua vita.

Partendo dalla Commedia dell’Arte alternata alla narrazione, racconti di paese, ricordi di piatti mantovani, modi di condire la polenta e sonorità dialettali come le poesie dell’emiliano Cesare Zavattini, poeta, artista e sceneggiatore. Bonavera porta in scena, come l’Amleto tenendo in mano il teschio di Yorick, chiedendosi “essere o non essere”, cinque maschere di cinque Arlecchini o Zanni. A turno gli Arlecchini prendono vita dall’interno di cinque pentole di rame, fino a toccare il volto dell’attore. Le maschere sono state create appositamente per lo spettacolo da Donato Sartori, Renzo Antonello, Ferdinando Falossi, Stefano Perocco e Cesare Gudotti. Cinque maschere per cinque artigiani differenti, tra i quali “l’uomo delle maschere”, Donato Sartori, figlio di Amleto Sartori, famoso scultore e esperto nello studio di maschere teatrali in cuoio, della Commedia dell’Arte.

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Donato Sartori, “l’uomo delle maschere”

A loro volta i cinque Arlecchini diventano narratori delle proprie morti, paradossali, bizzarre, ma tutte con lo stesso significato profondo in comune, quello di raccontare un mondo, un piccolo mondo di paese che sta lentamente morendo soffocato da strade e cemento.  Morti affrontate in modo sarcastico, ma fanno riflettere e lasciano l’amaro in bocca. Ascoltandola ricorderemo bene la storia del quarto Arlecchino, intento insieme alla famiglia, dell’oltrepò, a intraprendere un viaggio verso il “nuovo mondo”, Venezia. Sfortunatamente durante il viaggio lungo il fiume la barca subisce un incidente, vediamo ora i protagonisti nuotare sul fondo del mare, in modo leggiadro e spensierato. Non raggiungeranno mai il “nuovo mondo”, ma sono convinti di averne trovato un altro.

“Per questo viaggio, tragicomico e un poco lugubre, ho scelto come compagne, a me attore/narratore, le poesie in dialetto di Cesare Zavattini, una delle figure significative del nostro ‘900, mai abbastanza ricordato”.

‘O vést an funeral acsé puvrét
c’ an ghéra gnanc’ al mort
dentr’ in dla cassa.
La gent adré i sigava.
A sigava anca mé
Senza savé al parché
in mes a la fumana.

[…]

(Cesare Zavattini)

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Cesare Zavattini

Così in un teatro di poco più di 150 posti in un piccolo quartiere di Genova, in via Necchi 19r, il palco del Teatro Instabile La Quinta Praticabile si trasforma dapprima in un cimitero, passando per canali veneti, per lune di formaggio, trincee, letti di fiumi, il tutto grazie alla formidabile gestualità di Enrico Bonavera, che per tutta la durata dello spettacolo ci fa dimenticare chi è lui, dove siamo e ci porta all’interno di una piazza di paese ad ascoltare un cantastorie, accompagnato da musiche, suonate da tre ragazzi, al clarinetto Giacomo Bertazzoni, alla fisarmonica e flauto dolce Gianfrancesco Maria Amoroso e alla chitarra Davide Turella.

L’obiettivo dello spettacolo non è semplicemente quello di mostrarci un pezzo di Commedia dell’Arte, a lui caro, ma quello di farci riflettere sull’importanza del ricordare, del tramandare, dell’ascoltare, come le parole di un nonno che prima o poi non potranno più essere ascoltate.

Si, Arlecchino ha ancora da raccontarci qualcosa.

 

 

 

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Beatrice  Iannello

OSEI, BUDEI,FRADEI

di e con Enrico Bonavera 

Maschere di Donato Sartori, Renzo Antonello, Ferdinando Falossi, Stefano Perocco e Cesare Gudotti

Clarinetto Giacomo Bertazzoni

Fisarmonica e flauto dolce Gianfrancesco Maria Amoroso

Chitarra Davide Turella

 

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