Vuoto e dipendenza affettiva tra una moderna psicanalisi ed il mito di Ovidio [Alice Tomola]

Anch’io sono
quel poco che resta
e nel tutto che manca
io rimango

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Angelo Campolo nel ruolo di Uomo

Uno spazio vuoto. Sono le tele di un artista e il luogo interiore di un uomo, il suo vuoto e le sue inquietudini. È la scenografia, composta da una serie di telai bianchi di dimensioni diverse che delimitano lo spazio, che rappresenta il laboratorio di un artista. E’ grazie agli scenografi Filippo Giaccone e Laura Pigazzini che, accompagnando il testo di Francesca Mignemi, si ha la possibilità di immergersi nella psicologia e nelle emozioni del protagonista: Uomo. L’interpretazione è affidata ad Angelo Campolo e ad una bravissima Lucia Cammalleri, espressione della regia di Chiara Callegari.

Lo spettacolo, Monocrhomo – Composizione su bianco, in scena per quattro repliche il 28 e 29 giugno nella Sala Cafè Rouge del Teatro Franco Parenti, fa parte della rassegna Teste Inedite, un progetto della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi. L’opera è, quindi, il prodotto di un laboratorio di scrittura tenuto da Tatiana Olear. Da diversi anni la Scuola di Teatro collabora con la Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Brera, la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado.

Il progetto rientra dunque in un ambito didattico, ma allo stesso tempo è un’opportunità per i giovani artisti che, ognuno attraverso il proprio linguaggio, hanno la possibilità di sperimentare un’intera messa in scena: dall’ideazione del testo alla progettazione, fino allo spettacolo finale, mettendo realmente in pratica le proprie competenze e avendo la possibilità di misurarsi con le complessità del mestiere.

Il testo, intenso e straziante, nasce, secondo le parole di Francesca Mignemi, dalla volontà di esplorare il momento della creazione artistica, visto come un campo di forze tra presenza e assenza, la realtà ed il suo riflesso, il soggetto e lo sfondo, il mondo interiore e quello esteriore.

Il protagonista esplora il vuoto lasciato dalla donna amata, scomparsa tragicamente, e di cui ha rimosso il ricordo. Nel tentativo di riportare alla mente l’immagine di lei scopre che l’elaborazione del proprio lutto ha fortemente a che fare con la nascita di un’idea e la realizzazione di un’opera.

La creazione trova, quindi, il suo motore in un vuoto iniziale, in un’assenza indagata nelle sue sfumature di mancanza, perdita e morte.

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La scelta registica è stata quella di associare il testo al celebre mito di Narciso ed Eco, il quale racconta l’incontro di due opposti: il bel Narciso incapace di guardare al di là di se stesso e la ninfa Eco tutta tesa al possesso dell’amato fino ad annullarsi e a dissolversi nel nulla. Riletta dalla moderna psicanalisi, la leggenda rappresenta l’archetipo di storie d’amore ancora attuali, caratterizzate dalla dipendenza affettiva. Narciso ed Eco diventano in questo caso Donna e Uomo; ed è nella mente di quest’ultimo che si svolge la vicenda: uno spazio astratto inizialmente bianco, immobile e vuoto, nel quale a poco a poco affiorano frammenti di ricordi sbiaditi e confusi.

La regia è dunque fortemente legata all’immagine e al suono. Gli attori si trovano così ad interagire con input video e sonori spazializzati. Video che, a mio giudizio, purtroppo, non hanno saputo ricreare, neanche lontanamente, il senso di una pittura vera, materica, fatta di colore e sapore ma rimanendo delle macchie fredde su uno schermo. Obiettivo di Chiara Callegari è, però, quello di immergere attori e spettatori in un’atmosfera che sappia essere eterea come un sogno e violenta come un incubo.

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Angelo Campolo e Lucia Cammalleri nella scena della realizzazione dell’opera

I personaggi, psicologicamente ed emotivamente ben definiti, sanno coinvolgere ed entusiasmare il pubblico, anche se, forse, l’intento di far entrare nelle emozioni del protagonista permette di leggerlo in modo troppo esplicito. Fin dalle prime battute di Campolo il pubblico si accorge di quanto gli è accaduto, togliendo la bellezza di indagare, intuire, ipotizzare. Era, forse, un testo che richiedeva di essere lasciato un po’ più chiuso, suggerendo ma senza mai dichiarare.


Le braccia di legno

radici

dove non vedi esistono

danno sostegno.

Ma il ventre si lamenta,

affamato

la mente si affanna a sentire

 

Monocrhomo – Composizione su bianco

di Francesca Mignemi

regia Chiara Callegari

con Lucia Cammalleri e Angelo Campolo

tutor: Tatiana Olear

scene: Filippo Giaccone, Laura Pigazzini

costumi: Elena Passerini

musiche originali: Giovanni Zof

suoni: Luigi Suardi

fonica: Valentina Hernandez

riprese video: Chiara Caliò

post-produzione: Mattia Galione

tecnico video: Fabio Brusadin

disegno luci: Daniela Bestetti

organizzazione e promozione: Tobia Canducci, Anna Sofia De Santis, Simona Gramegna

 

Ulteriori informazioni:

 

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