Quando l’attore è un robot [Margherita Piazza]

Immaginate di ritrovarvi in un’ampia stanza nella quale un uomo siede comodamente su una poltrona. Al suo fianco un tavolino sul quale poggiano un computer ed un bicchiere d’acqua pieno, all’angolo opposto un telo per proiezioni e un faro teatrale. Indossate le cuffie per la traduzione italiana dello spettacolo, scegliete la sedia su cui posizionarvi e, appena seduti, una sensazione di pura estraneazione vi colpisce.

“Se siete venuti qui per vedere un attore, siete nel posto sbagliato. Ma se siete venuti per vedere qualcosa di autentico, siete comunque nel posto sbagliato. Questo è il perché oggi non è per me, ma per voi.”

Formato nel 2000 da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel, Rimini Protokoll è il nome del collettivo di autori-registi che da 19 anni si pone lo scopo di trovare nuovi mezzi espressivi per osservare la realtà. Passando da spettacoli come Cargo, dove messa in scena è la ripetitiva e alienante vita dei conducenti dei camion per il trasporto merci a opere come Remote Milano, esperienza itinerante fra le strade di Milano in cui lo spettatore è parte integrante di uno spettacolo in cui scopre sotto vari aspetti se stesso e la città, il collettivo si trova a spaziare fra argomenti differenti ma sempre legati ad una ricerca sperimentale, ad un ripensamento dello spazio scenico, del ruolo del pubblico, del teatro stesso.

Con Uncanny Valley Stefan Kaegi porta negli spazi della Triennale Teatro dell’Arte di Milano dal 9 al 11 maggio 2019 uno spettacolo interpretato e recitato da un robot con minuziose sembianze umane. L’automa rispecchia esteticamente e psicologicamente Thomas Melle, scrittore tedesco costretto ad una vita condizionata dal suo disturbo bipolare, portato a chiedersi se fosse necessario creare un doppio, un altro se stesso che prendesse il suo posto nei momenti in cui lui non fosse stato in grado di gestire i rapporti umani. Lo spettatore assiste ad una conferenza in cui l’attore/automa racconta la sua vita, e cioè la vita di Thomas Melle, mostrando il percorso (tramite foto e video) che lo scrittore ha intrapreso per arrivare a decidere di costruire un altro sé meccanico, robotizzato. La narrazione si intreccia con la vita di Alan Turing, matematico considerato il padre dell’informatica, in una riflessione su quanto il corpo dell’uomo possa essere agevolato, aiutato dalla meccanica e dalla tecnologia. Thomas Melle ci dà l’opportunità di scontrarci con il perturbante, di porci domande sull’autenticità di ciò a cui stiamo assistendo, di chiederci quanto dell’uomo risiede nel suo doppio e quanto possiamo trarre di positivo dall’uso dei robot.

“Che gesti ti aspetti da una persona che parla con te? Sei a tuo agio quando rispondono al tuo comportamento? Quali gesti appartengono al mio privato e quali sono stati scelti per voi?”

I Rimini Protokoll, tramite un tentativo di scardinare il ruolo dell’attore, ci portano a riflettere su cosa è per noi il mezzo comunicativo: privando l’attore della componente personale e soggettiva, rimuovendo la relazione che l’uomo crea con il suo ruolo, rimuoviamo anche l’empatia che possiamo provare per l’interprete che sul palco confronta se stesso con la psicologia di un personaggio. In scena questa volta ci troviamo a fronteggiare una macchina che è stata progettata per esprimere meccanicamente quello che noi ci aspettiamo di vedere, sentire e provare in un luogo come il teatro. Le azioni che compie non sono intenzionali, non hanno coscienza e non sono per questo condivisibili dallo spettatore, eppure ti coinvolgono, ti lasciano affascinato in un misto di interesse e distacco da ciò che si sta assistendo. Si può credere ad una finzione così fortemente dichiarata? Si può empatizzare con una macchina? Seppur siamo consapevoli che dietro il robot è un uomo in carne ed ossa a governarne le azioni, i movimenti, le parole, siamo comunque in grado di sentirci a nostro agio?

Queste e molte altre sono le problematiche che il collettivo porta alla luce con spettacoli come Uncanney Valley, a partire dal problema dell’incomunicabilità fino ad arrivare allo stretto rapporto che esiste fra attore e pubblico, fra spazio e pubblico, fra pubblico e pubblico. Al termine dello spettacolo l’automa ci invita ad applaudire ma ci spiega che “Lo staremo facendo per noi, per le persone accanto a noi, per la comunità che ha condiviso nell’arco della serata la stessa situazione, le stesse sensazioni” ed è questo il fulcro dello spettacolo: il rimarcare la valenza che un gesto come quello teatrale può avere nel porre domande, far nascere quesiti e creare relazioni.

Rimini Protokoll (Stefan Kaegi) Thomas Melle
Uncanny Valley

Ideazione, testo e regia: Stefan Kaegi

Testo / Corpo / Voce: Thomas Melle

Attrezzatura: Evi Bauer

Animatronic: Chiscreatures Filmeffects GmbH

Drammaturgia: Martin Valdés-Stauber

Video Design: Mikko Gaestel

Musica: Nicolas Neecke

Voce italiana: Giuseppe Lanino

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