Quel ragazzo all’ultimo banco [Valeria Dalla Pozza]

Il ragazzo dell’ultimo banco
di Juan Mayorga
traduzione Antonella Caron
regia Jacopo Gassmann
scene Guido Buganza, costumi Giada Masi
luci Gianni Staropoli, movimenti Alessio Maria Romano
sound designer Lorenzo Danesin, video a cura di Stefano Teodori
con (in ordine alfabetico) Pierluigi Corallo, Alfonso De Vreese, Fabrizio Falco, Pia Lanciotti, Danilo Nigrelli, Mariángeles Torres
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Euro

Lo spettacolo è incentrato principalmente su due personaggi, uno studente e il suo professore di letteratura. Quest’ultimo esasperato dalla scarsa preparazione e attenzione degli studenti decide di provare qualcosa di nuovo, chiede di raccontare in un semplice tema cosa si aveva fatto nel weekend appena trascorso.
Il risultato non tarda a deluderlo, gli studenti svogliati scrivono per lo più testi di poche righe e senza contenuti, tranne uno, che salta agli occhi del professore, che non solo tratta di qualcosa e supera le tre righe ma sopratutto sembra scritto “decentemente”.
Lo studente in questione è Claudio, e siede all’ultimo banco, un ragazzo che viene da una situazione familiare difficile e complicata.
Il primo tema di Claudio intriga inizialmente il professore non tanto per l’ambiguo e forse preoccupante contenuto, quanto più per la forma e il modo in cui è scritto. Claudio racconta di essere stato finalmente invitato a casa del suo compagno Rafa per studiare, in quella casa che era stata oggetto della sua attenzione per tutta l’estate, fuori dalla quale si era appostato incuriosito da quello che vi poteva accadere all’interno…
I temi dello studente hanno una particolarità: sono come un romanzo a puntate, tanto che ognuno termina con una sola parola “CONTINUA…”
Uno spettacolo frizzante e ricco di tensione,pieno di insidie e doppi significati.
Ciò che Claudio racconta è vero o frutto della sua immaginazione?

L’autore, Juan Mayorga ha voluto scrivere un testo molto vicino al suo mondo. Laureato in matematica e filosofia ha alle spalle un lungo periodo di docenza che lo ha affascinato e ispirato.
Il regista, Jacopo Gassman ha molto apprezzato il testo e il suo artista, con cui si era già confrontato.
In un’intervista per il piccolo teatro Gassman dice: “Oltre ad essere ricchi di intelligenza e di eleganza formale, i testi di Moyorga hanno il pregio di essere densi di domande ma volutamente privi di risposte (…) il teatro, proprio perchè composto di simboli, metafore, allusioni, di pieni e di vuoti, quando è buon teatro ci consente di rielaborare uno spettacolo dentro di noi, nel tempo.”
Infatti il testo e lo spettacolo sono pieni di rimandi, di simboli spesso anche difficili da trovare o interpretare.
«È un testo da leggere a più livelli – spiega Gassmann – Sempre in bilico sul crinale che separa realtà e finzione, gioca su una narrazione del tempo ricca di ellissi e su un climax di sottesa violenza psicologica fra i due protagonisti. Il rapporto fra il professore e Claudio, sui doppi binari di quello padre/figlio e docente/discepolo, si trasforma via via in un’appassionante lotta emotiva e intellettuale, fino a posizionarsi sull’orlo di uno strapiombo. Ogni personaggio fa i conti con i propri fallimenti e con un profondo senso di solitudine. Tutti si trovano a vivere la propria esistenza per procura: il professore attraverso il talento del misterioso ragazzo; lo studente nei mondi, forse immaginari, che costruisce. La domanda che prende vita sul palco è: fino a che punto arte e scrittura hanno il diritto di addentrarsi nelle vite degli altri?»

La scenografia è stata essenziale e funzionale, lo scenografo Guido Buganza ha raccontato che inizialmente la sua idea era totalmente diversa. Man mano che lo spettacolo prendeva forma, sotto la supervisione di autore e regista, lo spazio veniva modificato fino ad ottenere una scenografia che calzasse alla perfezione al testo. Infatti ogni elemento che si trovava nello spazio scenico era funzionale.
Ricordiamo che lo spettacolo è stato proposto al Piccolo Teatro Studio Melato che ha un’impianto un po’ anomalo rispetto ai teatri classici. La particolarità di questo teatro è che non esiste un palco rialzato “tradizionale” con il suo boccascena ma lo spazio scenico arriva fino alla platea, che lo avvolge.
La bellezza di questo tipo di impianto è che il pubblico vedendo svolgere lo spettacolo di fronte a sé, alla propria altezza, si trova inevitabilmente più coinvolto.
La scena era caratterizzata da una piattaforma, usata principalmente per nascondere i binari su cui viaggiava la scenografia. Sopra di essa, nella parte più prossima al pubblico troviamo un tavolo. Quest’ultimo, composto in realtà da tre parti, veniva usato nello spettacolo per separare vari luoghi e scandire i momenti, ad esempio la parte posteriore veniva usata quando il professore era a scuola, mentre la parte anteriore era usata come se fosse il tavolo di casa sua.
Vi erano poi due elementi in plexiglas e ferro che a seconda del momento potevano fungere da portafinestra o lavagna.
La parte del “palco” retrostante è stata principalmente usata come casa del compagno di classe Rafa, anch’essa a seconda delle esigenze cambiava.
Gli unici elementi esterni alla piattaforma erano dei semplici cubi appoggiati per terra, che ospitavano i vari attori nel momento in cui non erano di scena.

Un altro elemento da citare sono le luci, come ci spiega il light designer Gianni Staropoli l’idea era quella di associare un colore e quindi una luce ad ogni spazio. Ad esempio i cubi “extra palco” di cui parlavo prima erano soggetti ad una luce marroncina, terrosa, appunto perché il designer voleva rimandare ad una sensazione della terra. Oltre al fatto che essendo fuori scena pur essendo inevitabilmente in scena, voleva dare la sensazione che gli attori fossero come “in stand-by”.

Lo spettacolo, che dura due ore, ti intriga e tiene in sospeso fino all’ultimo. Quest’idea di realizzare i temi come un romanzo a puntate, dove come in un flashback noi vediamo accadere ciò che nel tema viene scritto, suscita nello spettatore suspense e voglia di sapere cosa avviene dopo e dopo ancora.
Ogni elemento, dalla recitazione, alle luci, agli elementi scenici e i movimenti hanno un ruolo fondamentale, devono muoversi all’unisono come gli ingranaggi di un orologio così che il risultato sia pulito e armonico, questo spettacolo ne è sicuramente la prova.

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