Se il teatro è un pugno allo stomaco [Francesca Martinelli]

E’ questo l’intento che caratterizza i lavori di Milo Rau, giovane regista Bernese, che con “The Repetition. Histoire(s) du thèâtre” è stato protagonista per tre serate al Piccolo Teatro Strehler di Milano. Osservando i volti degli spettatori che escono da teatro la sera del 9 maggio la sensazione è proprio quella di aver ricevuto un grande pugno allo stomaco, al quale si era pronti ma non si pensava così forte, che ha scosso e destabilizzato.

Belgio – 22 aprile 2012

E’ sera, davanti a un locale gay, Ihsane Jarfi, 32 anni, parla con un gruppo di ragazzi in una Polo grigia, all’angolo di una via della piccola città di Liegi.  Due settimane più tardi, il suo cadavere viene rinvenuto al limitare di un bosco. È stato massacrato di botte per ore e assassinato con una violenza inaudita. Una tragedia che ancora oggi è nella memoria dei cittadini; considerata banale, scaturita dal nulla della quotidianità e manifestatasi quasi per caso, senza cause o scopi, solo per la coincidenza di un incontro non premeditato. “The Repetition” ricrea quell’assassinio come se fosse una prova teatrale con attori professionisti e non.

Come rappresentare però questo crimine e la sua violenza sul palcoscenico? Se è possibile mettere in scena l’orrore, fino a che punto spingersi per rappresentarlo? Sono questi i quesiti che lo stesso Milo Rau si è posto e ai quali ha provato a dare un risposta, perché, come afferma il regista e drammaturgo stesso, “non si tratta più soltanto di ritrarre il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa.” Suddividendo lo spettacolo in cinque atti, come le più grandi tragedie, Milo Rau indaga l’esperienza teatrale e la interroga, mette in discussione la sua stessa forma e la rappresentabilità della violenza sul palcoscenico, fino a rivolgersi direttamente allo spettatore.

“…Io credo che tutto il mio teatro, e il teatro in generale, si ponga queste domande per portare gli spettatori a guardare, capire, sentire emozioni. Ecco perché parlo di “Storia del teatro”: “The Repetition” è il primo capitolo…”

In uno palcoscenico spoglio ed essenziale, con un’atmosfera semibuia e nebbiosa gli attori si incontrano durante dei casting. Lo spettacolo inizia con leggerezza e un po’ di ironia; si scava nelle vite dei protagonisti in quanto persone e attori, si ride smascherando alcuni aspetti nel cinema dei fratelli Dardenne, si parla della piccola città di Liegi, della sua vita industriale, della sua economia, dei suoi disoccupati e si ricorda la notizia di cronaca. Un continuo intersecarsi e sovrapporsi di filoni narrativi che lentamente trasformano gli attori in genitori, amici, assassini di Ihsane e trascinano il pubblico nel gelo della tragedia. Tutto quello che succede viene simultaneamente proiettato su uno schermo sovrastante. La scena diventa il luogo nel quale l’assassinio fu consumato; il reale si manifesta in tutta la sua violenza e il pubblico non ha più possibilità di fuga. Ciò che ha davanti ora è la Polo grigia e il corpo inerme di Ihsane lasciato nudo sul cemento. In sala non c’è più quella leggerezza iniziale, il pubblico è pietrificato e si sente solo il silenzio della pioggia in sottofondo. Nel semplice ruolo di osservatori ci si ritrova costretti a confrontarsi con questa tragedia e non c’è da stupirsi se qualcuno ha avuto l’istinto di togliere lo sguardo o di alzarsi per dire “basta”, perché, per qualche minuto, ci si dimentica di essere a teatro.

“…Il teatro deve ritrovare quella condizione di verità, di quando sei talmente preso da una storia, da un’emozione, che quello che vedi è per te vero…”

Milo Rau si è dovuto scontrare anche con un altro aspetto che caratterizza l’atto teatrale e cioè la sua riproducibilità, il meccanismo che porta gli attori a ripetere la stessa scena ogni sera. “The Repetition” non è solo il titolo dello spettacolo ma diventa una dichiarazione d’intenti; la ripetizione dell’atto teatrale altro non è che la ricostruzione della scena del crimine che prima è avvenuta nella sala del tribunale e ora sul palcoscenico. Se la banalità del male esiste, è accaduta e ha cambiato l’esistenza delle persone coinvolte, farla riaccadere nuovamente, replica dopo replica, significa accettare, assimilare, prendere coscienza della cruda realtà.

Ma l’attore, come può incarnare la violenza replicando ogni sera gli stessi eventi? Che ruolo svolge? Semplicemente quello di un fattorino della pizza perché, come viene ironicamente spiegato all’inizio, “a essere importante è la pizza, non chi te la consegna”. L’efficacia espressiva e comunicativa dei sei attori nasce proprio da questa loro consapevolezza. Nessuna esasperazione di linguaggio o enfatizzazione di gestualità; a essere importante è la cruda storia di Ihsane. Non solo la recitazione, ma anche le azioni, i movimento scenici, le proiezioni video, tutto viene gestito con chiarezza e funzionalità per consegnare al pubblico un prodotto efficace.

E il pubblico che posto occupa? Viene continuamente chiamato in causa, interrogato, provocato e, per il semplice fatto di esserci e di guardare, diventa complice e colpevole della tragedia. Nel finale un cappio scende dall’alto, l’attore vi infila il collo. Se la sedia cadrà ci sono solo due soluzioni: o il pubblico lo sosterrà o lui morirà.

Si spengono le luci sul palcoscenico.

Cosa fare?

ideato e diretto da Milo Rau

drammaturgia e ricerche Eva-Maria Bertschy

testo a cura di Milo Rau e la compagnia

scene e costumi Anton Lukas

video Maxime Jennes, Dimitri Petrovic

suono Jens Baudish

luci Jurgen Kold

con Sara de Bosschere, Sèbastian Foucault, Johan Leysen, Tom Adjibi, Suzy Cocco, Fabian Leenders

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