La rappresentazione democratica del reale: Milo Rau, The Repetition. [Sara Baido]

Gent Manifesto
Milo Rau, 1 maggio 2018

UNO
Non si tratta più soltanto di ritrarre il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa. 
DUE
Il teatro non è un prodotto, è un processo di produzione. La ricerca, i casting, le prove e i relativi dibattiti devono essere resi accessibili al pubblico. 
TRE
L’autorialità spetta esclusivamente a coloro che sono coinvolti nelle prove e nelle performance, qualunque sia la loro funzione – e a nessun altro. 
QUATTRO
L’adattamento letterale dei classici sul palco è proibito. Se un testo sorgente – sia esso letteratura, cinema o teatro – è utilizzato all’inizio del progetto, può occupare solo al massimo il 20 per cento del tempo di esecuzione finale. 
CINQUE
Almeno un quarto del tempo di prova deve svolgersi al di fuori del teatro. Uno spazio teatrale è un qualsiasi spazio all’interno del quale sia stata provata o eseguita una rappresentazione teatrale. 
SEI
Almeno due lingue diverse devono essere parlate sul palco in ogni produzione. 
SETTE
Almeno due attori sul palco non devono essere attori professionisti. Gli animali non contano, ma sono i benvenuti. 
OTTO
Il volume totale del materiale di scena non deve superare i 20 metri cubici, cioè deve poter essere contenuto in un furgone che può essere guidato con una normale patente di guida. 
NOVE
Almeno una produzione per stagione deve essere ripetuta o eseguita in una zona di conflitto o di guerra, senza alcuna infrastruttura culturale. 
DIECI
Ogni produzione deve essere mostrata in almeno dieci località in almeno tre paesi. Nessuna produzione può essere rimossa dal repertorio NTGent prima che questo numero sia stato raggiunto. 


traduzione di Francesco Alberici
[si segnala la versione originale con nota preliminare https://www.ntgent.be/en/manifest]

Come si farebbe con un movimento artistico, per comprendere a fondo il più recente lavoro di Milo Rau è bene leggere il suo Manifesto, stilato per il NTGent, teatro della città belga, che egli stesso dirige. Queste poche righe sono capaci di racchiudere l’essenza di ciò che avviene sui palcoscenici guidati da uno dei più influenti e ambiziosi artisti contemporanei.
Nato nel 1977 in Svizzera, regista teatrale e giornalista, alle spalle studi sociologici e letterari, fonda nel 2007 l’International Institute of Political Murder (IIPM), compagnia che nacque con l’obiettivo di documentare le ultime ore di Elena e Nicolae Ceauşescu, due politici comunisti rumeni, giustiziati nel 1989. Nel corso del tempo, il progetto si è sviluppato in un’istituzione concentrata sulla documentazione di eventi storici rilevanti attraverso film, letteratura, documentari e saggi.
L’IIPM rappresenta quindi il punto di partenza fondamentale per capire come e quanto questo regista sia, agisca, nel presente; è qui, è ora, totalmente e consapevolmente inserito nel contesto in cui vive, ed è per questo che stare seduti in platea durante un suo spettacolo non è semplice.
Milo Rau sfonda prepotentemente la superficie delle cose, insinua dubbi e interrogativi senza delicatezza alcuna, tocca i nervi scoperti della nostra società, oltre che quelli del nostro “io” più inconscio. La sua arte è politica. Forse è poesia politica.


What’s at the beginning of a crime? Intention or coincidence? What role does the audience play? What is the collective’s fault? Can a crime be reconstructed at all? And who will be on stage? 

A partire da queste domande avvia le ricerche per costruire lo spettacolo The Repetition, introducendo la serie “Histoire(s) du théâtre”, un’investigazione tramite la più antica forma d’arte conosciuta dall’uomo, quella performativa del teatro. Con la ripetizione egli intende rappresentare ed indagare il meccanismo attraverso il quale l’attore rivive sulla scena un determinato momento.
Ma è davvero possibile la riproduzione e ripetizione della violenza in teatro? E se sì, è giusto che la morte poi rimanga fuori dalla scena? 
Questa è dunque la prima delle stori(e), racconta il crimine capitale: l’omicidio.

La cronaca: siamo a Liegi, piccola cittadina belga, una volta area industriale oggi ospita solo disoccupati, ad eccezione di chi “recita nei film dei Dardenne”. E’ il 22 aprile 2012, è notte, il giovane trentaduenne Ihsane Jarfi incrocia quattro sconosciuti ubriachi fuori da un locale gay; sale sulla loro Polo grigia. Scompare. Due settimane più tardi il suo corpo privo di vita è rinvenuto in un bosco; è stato picchiato, torturato per ore e lasciato agonizzante, nudo e derubato di tutto in mezzo ad un campo lontano dal centro abitato. I colpevoli di questa inspiegabile violenza sono stati individuati e processati per omicidio con aggravante omofoba e razzista.
Lo spettacolo si apre facendo fede a uno dei punti del Manifesto e dunque, dal momento che il teatro è “un processo di produzione e la ricerca, i casting, le prove e i relativi dibattiti devono essere resi accessibili al pubblico”, gli spettatori sono partecipi della scelta degli attori, non tutti professionisti, che mostrando le loro sfaccettature umane, fragili, a tratti divertenti, rendono leggeri questi primi minuti.
Un palcoscenico prevalentemente buio, quasi spoglio, ospita uno schermo che riproduce (raddoppia?) le azioni che già stanno avvenendo nella realtà a cui assistiamo, arricchendole di particolari, mostrando con assoluta semplicità la commistione e il dialogo, evidentemente possibile, tra teatro e cinema; Milo Rau ricostruisce l’intera storia elevando il costante equilibrio tra i due mezzi, la potenza dell’immagine registrata non sovrasta la forza dell’attore e viceversa.
La scena si sviluppa seguendo un filo narrativo specifico, suddiviso in cinque capitoli: La solitudine dei vivi, Il dolore altrui, La banalità del male, L’anatomia del crimine, Il coniglio.
Titoli evocativi che delimitano situazioni precise, capaci di ripercorrere le fila degli ultimi attimi di Ihsane, di coloro che lo hanno vissuto o solo incontrato. Appare chiaro come la ricostruzione precisa della vicenda sia resa possibile da una fitta indagine sul campo che il regista ha svolto anche raccogliendo numerose testimonianze dirette; così gli attori cominciano ad impersonificare queste figure chiave della sua vita, nei luoghi simbolo della vicenda: dalla stanza da letto dei genitori preoccupati in attesa di una telefonata, al bancone di quel bar, dove alcuni testimoni lo hanno visto per l’ultima volta.
Cinque atti, come sempre, più l’aggiunta di un sesto, in cui Sara De Bosschere recita senza celare emozione, la poesia Impressioni teatrali di Wisława Szymborska.

Tutto il complesso di movimenti scenici gravita attorno all’atto probabilmente più intenso e catartico, quello che racconta il crimine.
Una Polo grigia compare dalla penombra delle quinte, circondata da fumo e un fioco bagliore. Ho la fortuna di essere seduta tra le prime file e di avere un posto laterale, perché d’improvviso i fari si accendono e vengo completamente invasa dalla scia della loro luce.
La forza di questo momento è tutto.
Sono dentro lo spettacolo, sono davanti a quella macchina, sono sdraiata per terra insieme a Ihsane, sento quegli stessi colpi assordanti sul mio torace, e sto già perdonando Milo Rau per la sofferenza che mi causa ciò che vedo.

Complicato spiegare cosa è successo in sala dopo quel momento.
E’ stato disturbante, eppure ha fatto ciò che doveva.
Un susseguirsi continuo di rapidi cambiamenti emozionali e percettivi poiché nonostante la morte, l’amarezza e l’incredulità siano i temi ricorrenti e protagonisti, lo spettacolo regala anche momenti di estrema dolcezza e speranza verso la vita, come fa il racconto-testimonianza dell’ex fidanzato di Ihsane, che coglie nella visione di un coniglio in cima a una salita, il segnale per superare la tragedia.
Sulle note di una sinfonia del compositore Purcell Tom Adjibi, l’attore che interpreta Ihsane, dona a tutti un altro momento impetuoso, cantandone dal vivo le parole. E ammalia fino all’ultimo istante, istante in cui ormai si è svelato l’inesistente confine tra palcoscenico e platea creato dalla maestria di Milo Rau, quando lo stesso attore si mette un cappio al collo intimando aiuto ad un incredulo pubblico che ormai lo percepisce solo come un uomo in pericolo e non più un attore che recita una parte.

Il perché di questo dramma, comunque, non viene esplicitato. Per quanto si cerchi una causa, questo omicidio risulta essere caricato di una banalità disarmante, gli assassini vengono dipinti come persone normali, prive di una reale radice malvagia che forse avrebbe quasi dato un senso a ciò che è successo; niente di più emerge, oltre ai fatti così come sono, nella loro potente freddezza e realtà. Le domande di noi spettatori rimangono senza risposta, così come quelle delle persone che amavano Ihsane. E probabilmente è giusto che sia così.


E’ stato tutto violentemente vero.

Let me, let me,
let me, let me,
freeze again…




IDEATO E DIRETTO DA Milo Rau
RICERCA E DRAMMATURGIA Eva-Maria Bertschy, con la collaborazione di Stefan Bläske, Carmen Hornbostel
ATTORI Sara De Bosschere, Suzy Cocco, Sébastien Foucault, Fabian Leenders, Johan Leysen, Tom Adjibi
SET & COSTUME DESIGN Anton Lukas
VIDEO Maxime Jennes, Dimitri Petrovic
LIGHT DESIGN Jurgen Kolb
DIRETTORE TECNICO Jens Baudisch

Spettacolo in francese e fiammingo con sovratitoli in italiano
Durata 1 ora e 40 minuti


Visto a Milano, Piccolo Teatro Strehler
Maggio 2019




“The Repetition” è una produzione dell’International Institute of Political Murder (IIPM).

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