“La Complessa Semplicità della Morte” [Maddalena Borghesi]

“The Repetition. Histoire(s) du thèâtre” ideato e diretto da Milo Rau.

Liegi, 2012. Una sera, uscendo da un bar gay, il giovane Ihsane Jarfi sale sulla macchina di quattro ragazzi appena conosciuti. Due settimane dopo, il suo cadavere viene ritrovato nelle vicinanze di un bosco. Ihsane è stato picchiato, spogliato e lasciato morire.

Milo Rau porta in scena l’omicidio di Jarfi attraverso le testimonianze rilevate durante il difficile processo. Ci racconta della città di Liegi e del lutto che le persone vicine a Ihsane hanno dovuto affrontare. Lo fa attraverso le prove dello spettacolo stesso, in cui vediamo attori professionisti e non entrare e uscire dai personaggi, accompagnati da immagini proiettate, una scenografia semplice e riflessioni sul ruolo dell’attore (paragonato a un fattorino che consegna una pizza-interpretazione) e sulla relazione tra finzione e realtà. 

foto Michiel Devijver

The Repetition è uno spettacolo in cui tutto torna: la narrazione si intervalla a discorsi sul teatro, i concetti si sedimentano, il ritmo cresce. Inizialmente si ride della goffaggine e semplicità degli attori amatoriali durante le prove. Le battute sono colloquiali, la recitazione anche. La narrazione si prende il suo tempo in una lenta discesa nell’orrore, dove l’omicidio di Ihsane ci viene continuamente raccontato da tanti punti di vista differenti e la vicenda sembra comporsi come un puzzle. I piani di realtà sono molteplici, ma si presentano semplicemente: c’è la scena teatrale e lo schermo, su cui vengono proiettate immagini in diretta e immagini pre-registrate. Con precisi movimenti di macchina il cinema e il teatro si fondono, dialogano e danzano con l’immaginario del pubblico, che è accompagnato in un viaggio oltre il palcoscenico.

Due: il teatro non è un prodotto, è un processo di produzione. La ricerca, i casting, le prove e i relativi dibattiti devono essere resi accessibili al pubblico.”

“Gent Manifesto”, Milo Rau

Il dramma è strutturato in 5 atti, come le tragedie antiche, ed è nel penultimo in cui la macchina scenica composta da telecamera e attori, a mio parere, trova la sua massima espressione. L’intera sequenza è rimasta impressa nella mia mente: un’automobile viene portata sul palco e Ihsane vi entra. Il pubblico sa già cosa accadrà. Non sappiamo invece cosa vedremo, quanto vedremo degli atti terribili di cui ci hanno raccontato. La telecamera entra in scena e il mio sguardo è attirato dallo schermo. Inizialmente penso sia una scena pre-registrata. Ihsane viene colpito un paio di volte, la telecamera si sposta e torna sul suo volto, ora coperto di sangue. Sullo schermo questa violenza appare normale (per quanto si possa definire tale). Terribile, ma normale, già vista. Tra me e Ihsane c’è uno schermo, del sangue finto. Poi la telecamera esce, la scena è stata ripresa in live. Il pubblico guarda il dolore inflitto a Ihsane senza nessun filtro cinematografico. I pugni, i calci e il sangue sono finzione, lo vedo. Eppure mi meraviglio di come, nonostante la violenza attraverso lo schermo sembrasse più vera, quella sul palco è la più difficile da guardare. È il “qui ed ora” che contraddistingue il teatro, è la vita sul palco che si fa morte senza artifici poetici. L’estrema simulazione del pestaggio avviene senza musiche, il dramma è tutto nella semplicità della scena, in quella banalità del male che lascia di più il segno.

Alla fine Ihsane viene spogliato e lasciato sotto un leggero getto d’acqua. Piove sul palco. Non succede più niente per diversi minuti e Ihsane, il personaggio, muore.  “Un attore si impicca a teatro. Se il pubblico si alza e lo salva, vive. Se nessuno interviene, muore.” Il discorso già formulato all’inizio dallo stesso attore che interpreta Ihsane, sembra riecheggiare per la sala. E mi ritrovo a pensare che qualcuno veramente possa alzarsi. Poi l’atto si conclude, il personaggio è morto ma l’attore è vivo e si alza, si copre ed esce.

foto Michiel Devijver

Quand’è che la riproduzione della violenza si fa gratuita? Quando invece ha uno scopo? Queste domande non hanno una risposta definitiva, ma in The Repetition è chiaro che per raccontare la storia di Ihsane occorra rivivere anche quei momenti. L’orrore della morte (quotidiana, violenta, sempre in onda in ogni media) troppo spesso ci scivola addosso senza lasciare nessun segno. In quegli attimi a teatro non abbiamo via di fuga, è la riproduzione (la “ripresa” che da’ nome allo spettacolo) che ridà forza e impatto a quei gesti.

La morte in scena torna anche nell’ultimo atto. L’attore prende una sedia e un cappio dondola sul proscenio. Non fingerà di impiccarsi, né si sentirà il rumore della sedia che cade. Il buio cala sull’eterna sospensione, che rappresenta ancora una volta le precise scelte di Milo Rau: Lo shock temporaneo non serve, The Repetition ci pone invece davanti una riflessione inevitabile. Secondo le stesse parole di Milo Rau:

 “(parlando della tragedia greca) c’è una finalità per cui tutto accade. Ma come possiamo trovare quello scopo al giorno d’oggi? Dov’è che si trascende oltre la miseria umana? Per me, questa è la domanda più importante di tutte: raccontiamo una storia per capirne gli eventi durante il processo narrativo, allo scopo di risolverla”.

 “AND#11”, the magazine of TANDEM Scène nationale, Hugues le Tanneur.

La fine dello spettacolo sembra così più un inizio: Il teatro di Milo Rau si apre alle molteplici possibilità della rappresentazione, e come il fattorino/attore descritto in scena, ci consegna una preziosa ricerca che è nostra da consumare, elaborare e raccontare una volta che lo spettacolo è concluso, i morti hanno preso i propri applausi e tutto è pronto a ricominciare di nuovo.

«Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto: il risorgere dalle battaglie della scena, l’aggiustare le parrucche, le vesti, l’estrarre il coltello dal petto, il togliere il cappio dal collo, l’allinearsi tra i vivi con la faccia al pubblico»

“Impressioni Teatrali”, Wisława Szymborska, da “Vista con granello di sabbia. Poesie (1957 – 1993)”

The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I)

Ideato e diretto da Milo Rau

Testo a cura di Milo Rau e della compagnia

Drammaturgia e ricerche Eva-Maria Bertschy

Scene e costumi Anton Lukas

Video Maxime Jennes, Dimitri Petrovic

Suono Jens Baudisch

Luci Jurgen Kolb

Con Sara de Bosschere, Sébastien Foucault, Johan Leysen, Tom Adjibi, Suzy Cocco, Fabian Leenders

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...