Suggestioni dall’antica Russia [Sofia Conforti]

Opuscolo dell’opera

Adoro Musorgskij. La prima volta che l’ho ascoltato avevo su per giù quattordici anni e frequentavo il Conservatorio. Durante una lezione il mio professore aveva nominato Musorgskij e avevo sorriso con i miei compagni: che strano nome! Così strano che mi è rimasto impresso e che mi ha portata, una volta in camera mia, a cercarlo, con le cuffie già infilate nelle orecchie, sul PC. Che meraviglia… Per iniziare ho ascoltato il suo pezzo più noto, Una notte sul Monte Calvo e poi l’opera Chovanščina.

L’opera fu composta nell’ultimo ventennio dell’Ottocento da Modest Petrovič Musorgskij, oggi considerato uno dei più grandi compositori russi, sebbene in vita abbia faticato a emergere nel mondo musicale. Non era infatti un musicista di professione ma un impiegato della corte zarista e doveva ritagliarsi il tempo da dedicare alla musica. Lavorò alla creazione di Chovanščina per quasi nove anni e non riuscì a completarla. Non esiste una sola versione dell’opera, ma proprio per la sua incompiutezza lascia aperte tante domande che impongono ai direttori importanti scelte interpretative. L’opera fu ripresa da un amico del compositore, Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, che fece alcuni tagli e intervenne nell’orchestrazione. Anni dopo, un altro musicista russo, Dmitrij Šostakovič, lavorò ancora sull’opera apportando qualche cambiamento nel finale. Questa versione, la più nota, è stata presentata in stagione dal Teatro alla Scala, dal 27 febbraio al 29 marzo 2019.

Lo spunto è un episodio storico: la Rivolta di Mosca del 1682, guidata dal principe Chovanskij e delle sue guardie (gli strel’cy) nei confronti dello zar Pietro il Grande, considerato portatore di idee troppo innovative. Lo stesso Musorgskij curò il libretto. Non partì da una fonte letteraria, ma compì un lavoro di ricerca e ricostruzione storica. Collezionò molto materiale (articoli di cronaca e lettere) dell’epoca in cui l’opera è ambientata. Alla vicenda storica si intrecciano altri temi come la religione, la politica, l’amore non corrisposto, il dolore dei personaggi davanti alle difficoltà, alla violenza e alla crudeltà della Russia del Seicento.

Quando ho visto che il Teatro alla Scala avrebbe presentato quest’opera in stagione, ho subito cercato un biglietto per vederla finalmente dal vivo. Sono arrivata in Scala, un luogo per me magico, dove ho avuto la fortuna di passare tante ore della mia vita con gli occhi incollati sul palcoscenico e dove mi sono innamorata del teatro e dell’opera (e forse anche un po’ del balletto). Ho trovato un biglietto fortunato: un palchetto centrale nel primo ordine.  Dopo pochi minuti, le luci si sono spente per dare spazio alla musica.

È entrato Valery Gergiev, il direttore d’orchestra, uno dei protagonisti nel mondo musicale del nostro tempo. Anche lui è russo, come Musorgskij. Penso sia particolarmente emozionante dirigere in un paese straniero un’opera composta da un proprio connazionale. Forse si sente una pressione in più: si vogliono restituire al meglio atmosfere proprie, legate all’infanzia o alla quotidianità. E forse si vuole mettere in risalto la bellezza della propria cultura musicale, nella quale far immergere e innamorare le persone in sala. Gergiev l’ha fatto con grande efficacia, grazie a un’orchestra e a un coro che non smettono mai di stupire; e grazie soprattutto alla presenza in scena di due star internazionali, Ekaterina Semenchuk (Marfa) e Mikhail Petrenko (Principe Chovanskij), che sono riuscite a governare la scena perfettamente e a magnetizzare l’attenzione del pubblico grazie a un controllo vocale solido e corposo, arricchito da fraseggi e sfumature emozionanti.

La Russia emergeva dal golfo mistico e si spargeva in tutto il teatro fino ad arrivare nelle nostre orecchie. E in questa musica, suonata da strumenti dal suono duro come gli ottoni e gli archi nei registri gravi, emergeva una dolcissima malinconia. In queste melodie si racchiude perfettamente tutta l’idea di Russia che avevo in mente: un paese freddo, cupo, pesante, nostalgico. Ma c’era anche qualcos’altro che colpiva: la lingua. Una lingua dal suono duro, anche questo, ma che, rivestita da quel mantello musicale, sembra delicatissima.

Il Preludio, morbido, è un pianissimo poetico che evoca l’alba sulla Moscova. È un esempio interessante di pittura musicale in cui, tramite effetti di timbro e colore, si richiamano i suoni e le atmosfere del mattino: il canto di un gallo, le campane lontane, la nebbia, raggi di luce.

https://www.youtube.com/watch?v=IWNkqwB9_dg.

(Preludio di Chovanščina)

Dopo l’ouverture si è aperto il sipario. La regia è stata curata da Mario Martone, la scenografia da Margherita Palli, i costumi da Ursula Patzak: i tre avevano già collaborato un anno fa, con la riuscita prima della stagione scaligera, Andrea Chénier. Anche in Chovanščina questo gruppo è riuscito a creare uno spettacolo che rappresentava pienamente la Russia descritta da Musorgskij. In tutti questi “quadri” scenografici coesistevano elementi architettonici plastici e imponenti ed elementi legati alla multimedialità, negli sfondi proiettati. L’atmosfera richiamava immagini distopiche, fantascientifiche (il mondo cyberpunk e post apocalittico) con tanto metallo, cemento, rovine, dai colori freddi e grigi, che si prestavano bene a rappresentare l’idea di guerra, di dolore e di solitudine che l’opera necessita.

Lo spettacolo è scandito da quattro cambi scena:

  • Il primo atto, ambientato nella Piazza Rossa, presenta sul palco un ponte che taglia diagonalmente la scena. Un ponte in rovina, decadente. Contemporaneamente sullo sfondo compare la trama della città, fatta di grattacieli, lontana e nascosta dal buio e dalla nebbia.
  • Il secondo atto prende vita interamente dentro il padiglione estivo di Golicyn. La stanza è fatta di pareti di vetro; è una struttura leggera, che si staglia su un fondale buio della notte.
  • Il terzo e il quarto atto sono ambientati in un luogo senza tempo, in cui domina una strada in prospettiva, delimitata da ghiaccio, che va a perdersi in lontananza. Sul palco sono disposti detriti metallici e tre strutture imponenti fatte di scale di ferro, cemento, viti e bulloni. È il campo base degli strel’cy. Compare, in primo piano, una gabbia, in cui verrà imprigionata Marfa e dove canterà la sua aria più celebre e intima, dedicata al suo amore non corrisposto (“Una fanciulla vagava”). Nel fondale multimediale compare un cielo bianco su cui si stagliano sagome lontane di città, circondate di nebbia.
  • Nel quinto e ultimo atto la scenografia rimane più spoglia. Tutto il dramma prende vita in un eremo nella foresta, in cui si nascondono i ribelli. Ricompare la strada in prospettiva e il ghiaccio dei due atti precedenti, con l’aggiunta in scena di alcuni alberi. Vero protagonista di questo atto è il fondale multimediale, in cui compare una gigantesca luna. All’arrivo delle guardie dello zar, dalla luna si accende un fuoco, che si propaga per tutto il fondale, fino al compimento del dramma.

Mi è piaciuto ascoltare Chovanščina, ho ritrovato suoni familiari, intimi, legati al mio passato; è stato molto toccante. Consiglio vivamente di vedere questo spettacolo e mi permetto di consigliare questa esperienza anche con uno scopo “didattico”: imparare ad apprezzare una partitura che, per il nostro gusto operistico, caratterizzato da una forte influenza dello stile italiano ed europeo, potrebbe sembrare strana, forse anche “brutta”. Ma è una musica che racchiude in sé le migliori idee di una mente geniale che riuscì a mettere in scena il passato del suo paese, onorandolo ed elevandolo con un linguaggio musicale fuori dal comune.

S.C.

Teatro alla Scala (Via Filodrammatici, 2)

27 febbraio; 3, 6, 13, 19, 24, 29 marzo 2019

Direttore                            Valery Gergiev

Regia                                  Mario Martone

Scene                                 Margherita Palli

Costumi                             Ursula Patzak

Luci                                     Pasquale Mari

Video designer                Umberto Saraceni per Italvideo Service

Coreografia                      Daniela Schiavone

CAST

Ivan Chovanskij              Mikhail Petrenko

Andrej Chovanskij          Sergey Skorokhodov

Vasilij Golicyn                  Evgeny Akimov

Šaklovityj                          Alexey Markov

Dosifej  Stanislav             Trofimov

Marfa                                 Ekaterina Semenchuk

Susanna                            Irina Vashchenko

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