Tutto nel mondo è burla, l’uomo è nato burlone! [Samuele Giustone]

A cura di Samuele Cittadini

La scorsa stagione del Teatro Grande di Brescia ha offerto al pubblico melomane della leonessa d’Italia un buon repertorio di classici intramontabili, quali una fantastica Tosca d’apertura, la Cavalleria Rusticana e il nostro Falstaff, alternati a composizioni più recenti e poco note.

Il Falstaff è andato in scena il 16 e il 18 novembre. È l’ultima opera di Giuseppe Verdi e debuttò nel 1893: è un Verdi diverso, molto maturo e ricco di una cultura musicale europea che non disprezza la sperimentazione nell’organico musicale. Si tratta di una commedia lirica, genere poco affrontato dal Maestro di Busseto che, dopo l’insuccesso del melodramma giocoso “Un giorno di regno” del 1840 e l’opinione contraria di Rossini sui suoi tentativi comici, si dedicò a drammi e melodrammi piuttosto corposi. Il libretto viene dall’abile penna di Arrigo Boito, uomo di grande sensibilità che diede al Maestro il testo della seconda versione del “Simon Boccanegra” e dell’”Otello”, che spiluccando qua e là tra “Le allegre comari di Windsor”, “Enrico IV” e “Enrico V” di Shakespeare ottenne dei versi d’una leggerezza e poesia che musicati da Verdi crearono un capolavoro indiscusso.

Sir John Falstaff è un cavaliere corpulento e vanaglorioso che passa le giornate all’Osteria della Giarrettiera con i suoi tirapiedi Pistola e Bardolfo. Con le tasche perennemente vuote escogita un piano per riempirle di denaro che consiste nel conquistare due belle donne del paese, mogli di ricchi signori locali. Il tutto è però destinato a fallire: ricevute le lettere di invito le due donne, che sono amiche, organizzano un piano per beffarsi del vecchio che si crede tanto furbo da scrivere lo stesso messaggio ad entrambe sperando che la cosa passi inosservata. Come se non bastasse Pistola e Bardolfo, scacciati dal padrone perché contrari alle sue intenzioni, lo tradiscono parlando con Ford, marito della comare Alice, che vuole vendetta. Il tutto si evolve in un intreccio di storie che porterà il vecchio Falstaff a fare i conti con la realtà: non è più il giovane paggio così sottile da guizzare in un anello, e ormai il fascino della sua vecchia carne non è davvero così allettante. All’ombra di questo immenso personaggio e delle sue fantasie c’è una bellissima storia d’amore tra due ragazzi, Fenton e Nannetta­, che ostacolati dal padre di lei, Ford, riescono a coronare il loro sogno d’amore aiutati dalle comari.                                                                                                                               

Il Falstaff è un’opera lirica meravigliosa che permette agli scenografi ed ai registi di ambientarla in ogni tempo, perché attuale e soprattutto personale poiché affronta molti temi della vita che a seconda della nostra età possiamo aver vissuto o aver visto. L’allestimento al Grande è stato curato dalla regia di Roberto Catalano, dal direttore e maestro concertatore Marcello Mottadelli, con i costumi di Ilaria Ariemme e le scene di Emanuele Sinisi. La scenografia è qualcosa di carino, con pareti lisce e uniformi, oggetti ben curati e di gusto che occupano i vari locali, ma niente di nuovo o di sorprendente. La scena è moderna ed è quella delle classi agiate, con un centro benessere per le donne, una scena un po’ scomoda ma interessante per le diverse masse delle cantanti perché perpendicolari al pubblico indossano solo un asciugamano e spesso devono aprire e chiudere le gambe con risultati differenti, un circolo del tennis per gli uomini, casa Ford come un appartamento elegante e curato e un bar col biliardo per l’osteria. 

Scene e costumi color pastello, molto tenui che alleggeriscono certi oggetti di scena piuttosto ingombranti, come un sipario nel secondo quadro del secondo atto, e danno al tutto un’atmosfera bucolica.       

Molto bello il letto gigante dell’ultima scena con il lenzuolo a foglie di quercia: l’albero del luogo di ritrovo per il secondo appuntamento tra Alice e Falstaff è una vecchia quercia e in questo caso il letto fa da pavimento di foglie e fronde dell’albero.   

Falstaff è un nostalgico rockettaro, con occhi dal contorno nero e marcato, orecchini e capelli lunghi, che non si lava e mangia cibo spazzatura illuso di essere un grande conquistatore. In scena c’è un trenino giocattolo che passa qua e là, forse potrebbe ricordare la giovinezza di Falstaff che permane nonostante l’età, il bambino che è in tutti noi. Carino è il rimando a Shakespeare: a un certo punto il volto del celebre drammaturgo inglese compare stampato sulla maglietta indossata da Falstaff, come fosse una rockstar! Bello che per tutti ci siano numerosi cambi d’abito, spesso evitati in messe in scena di carattere storico: gli abiti eleganti delle uscite in pubblico e quelli nel privato delle proprie mura o del club di tennis. Un elemento che mi dà fastidio delle interpretazioni di questo tipo è la pancia di Falstaff: probabilmente chi fa la regia o il costume è anoressico, atletico e pieno di follower su Instagram, ma un obeso non è fatto così. Non pretendo tute in lattice e gomma piuma da commedia americana ma maggiore cura nel dettaglio: la pancia è spesso fatta da un cuscino o una sottospecie di protesi che però mantiene una forma geometrica e spigolosa che non ricorda quello che dovrebbe essere. Inoltre un uomo con una vita sedentaria, una certa età e una pancia del genere non può saltare come un giovane camoscio: non può salire su un tavolo con un balzo, e subito cantare senza alcun problema! Per questo apprezzo le interpretazioni di baritoni realmente in carne come Ambrogio Maestri, un omone grande e grosso e forse fin troppo lento che si sposta con affanno e paga le conseguenze di ogni suo sforzo eccessivo. In questo caso la pancia è buona, ma resta troppo atletico…  

Il baritono interpretante il nostro Falstaff è Alberto Gazale, definito dalla critica “il baritono verdiano erede della scuola italiana”. Ho avuto il piacere di apprezzarlo in ruoli come Amonasro, Rigoletto e tanti altri, ma non sono del tutto soddisfatto del suo Falstaff. Falstaff è un baritono dal timbro corposo, pastoso e non impostato: è quasi una voce naturale, di un uomo di sostanza dotato di voce possente. Gazale ha un timbro bellissimo, che mi ricorda nel registro medio grave il grande Piero Cappuccilli che di fatti non interpretò mai il ruolo di Falstaff ma quello di Ford. Sicuro della scelta sensata degli interpreti, tutti molto bravi anche nel recitare, mi permetto comunque di sottolineare l’iniziale tentennamento di Gazale: il primo atto non è il solito Verdi con la linea melodica ben definita e sottolineata dagli archi o da uno strumento solista, ma è fatto di tanti trilli e note sparse qua e là che creano l’atmosfera nella quale vivono i personaggi. Falstaff era spesso in ritardo e fuori tempo: forse errori minimi, a causa dell’acustica ma per chi conosce molto bene l’opera la cosa non è passata inosservata e persino chi non l’ha mai sentita ha notato quale incongruenza, come alcune parole sbagliate o invertite. Di fatto il primo atto mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca, con la paura che potesse risultare tutto così: invece mi sono ricreduto perché gli altri due atti sono stati bellissimi, ben eseguiti e molto soddisfacenti. Eccellente l’interpretazione del mezzosoprano Daniela Innamorati nel ruolo di Mrs. Quickly, donna elegante e sottile in un ruolo spesso affidato a donne corpulente e impacciate. Una bella interpretazione di Paolo Ingrasciotta nel ruolo di Ford e, in generale, di tutti gli artisti.                                          

In somma posso dire che questo mio primo Falstaff a teatro sia stato un bel Falstaff: ottimi interpreti, scena e costumi piacevoli ed orchestra fantastica!

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