Atlantico Tour 2019

È il nome dato da Mengoni al suo quinto album in studio. Atlantico.
Come l’oceano omonimo, naturalmente, e debbo dire che è azzeccato.

Lo avete sentito? È un album completo. Atlantico perché tocca, come le acque del mare, più punti del globo: le Americhe, l’Africa, l’Europa. E nel disco si sentono riverberare tutti gli stili provenienti da questo angolo di mondo, tutti gli stili che, almeno per quanto riguarda la storia della musica, rientrano sotto la categoria della Popular Music.

Perché Popular Music è un termine ombrello.

Insieme alla Musica Colta ed alla Musica Etnica, forma il triangolo assiomatico dei macrogeneri musicali, e raccoglie in esso una grande quantità di stili: il blues, tanto per cominciare, da cui ha origine quasi tutta la musica moderna; perciò il rythm ‘n’ blues, il jazz, il rock, il funk, la disco e tutti i figli nati dai rapporti creatisi tra generi e generi, fino ad arrivare alla musica elettronica e le scene contemporanee.

Sì, Atlantico ci sta, dico io.

Il tour di Mengoni fa tappa anche a Milano, al Forum di Assago, ed è immancabile la presenza di mia sorella e me al suo concerto.

Il Forum è pieno di gente, un collettivo eterogeneo: ci sono donne e uomini attempati, regazzini e regazzine, madri e padri più giovani con figli anche piccolissimi, e signorine/i che urlano “Marco ti amo, sei bellissimo!”. L’atmosfera di un concerto è qualcosa che ancora non so descrivere a parole, ma ti fa sentire bene e ti fa sentire meglio.

Il palco è coperto da una altissima tenda in quella che potrebbe essere seta tempesta bianca, è retroilluminato ed attraverso questo sottile e leggero tessuto si percepiscono figure muoversi dietro di esso: ci sono gli strumentisti e i tecnici che trafficano ancora, e del via vai. Sono leggermente in ritardo, ma posso capire che imbastire uno spettacolo comporti anche il rischio di non stare pienamente nei tempi prestabiliti (e comunque chi se ne frega!).

Il trambusto generale si smorza quando si spengono la maggior parte delle luci di scena e rimangono accese solo quelle che illuminano da dietro il palcoscenico, proiettando strumentisti e coro sul velo di seta e lasciando intravedere che ognuno ha preso posizione.

Il concerto si apre con un coro, che sosterrà Mengoni con armonie vocali lungo tutto il concerto, di voci nere formato da tre componenti (Barbari Comi, Moris Pradella e Yvonne Park), accompagnato ritmicamente da una batteria che riverbera per tutto il Forum e trascina in un moderato tempo ballabile tutto il pubblico. Dopo un paio di minuti buoni ecco che spunta, da una botola e con tanto di fumo di scena, il buon Marco. Le entrate in scena o si fanno bene o non si fanno affatto, insomma, e rimane fermo e statuario per qualche secondo.

Veste un zoot suit bianco, un completo maschile composto da una giacca doppiopetto a spalle larghe e pantaloni a vita alta che cadono morbidi sulle gambe, un taglio che si diffuse nelle comunità afroamericane ed italoamericane negli anni Quaranta.

Attacca con Muhammad Ali e il pubblico lo segue prontamente, canta e quasi lo anticipa sulle parole. Già ci dà prova della sua bravura vocale raggiungendo note del suo registro più alto e potenziandone il suono col twang (un suono moderno, molto black, Anastacia, Stevie Wonder ed altri grandi ne sanno qualcosa). È preciso, ha un tono molto pulito e non sporca la voce, quasi mai, se non aggiungendo una piccola quantità di aria per “soffiarla” e raccontare meglio le sfumature più delicate.

Si balla con Voglio, singolo elettropop che trascina frenetico con un buon ritmo, e che noi tutti abbiamo conosciuto, poi, anche con la pubblicità di Alexa. Anche con questa canzone Marco ci dimostra essere molto a suo agio con un registro medio-alto, sul quale poi ha un grande controllo.

Con Ti ho voluto bene veramente smorza l’agitata energia dei presenti: ci dona una parte del suo grande e sensibile cuore, della sua emotività, riposa per un attimo anche la voce. Continua con In un giorno qualunque, che è un salto nel passato ed una ballad che condensa l’attimo sentimentale iniziato qualche minuto prima.

Dove si vola ridona energia e vigore all’esibizione: nonostante un tempo moderato, la linea vocale è carica, e Mengoni fluttua tra un parlato, note acute in belting (una tecnica privilegiata da Whitney Houston e Mina, per citarne due) ed un falsetto sporcato da un leggero restringimento della gola. Prosegue con Sai che, con una voce sottile, soffiata ed in seguito piena e ricca, ti racconta di un amore finito e di un tornare in luoghi dove è stato felice con la sua metà ma nei quali non c’è più traccia del loro amore.

Continua con Atlantico, torna una strumentazione elettronica, tornano i synths, si percepisce anche un basso vagamente funky, ed una linea vocale più povera di abbellimenti e più lineare. Si balla di nuovo. Segue Pronto a correre, atmosfera pop rock con note lunghe (che alla musica leggera italiana strizzano l’occhiolino), vibrati naturali, ed una voce che batte precisa sulla batteria. Marco ha un orecchio attento ed un senso del ritmo particolarmente accentuato.

La ragione del mondo è eseguita con strumentazione elettroacustica (strumenti acustici amplificati elettricamente), con un tono parlato, ad eccezione dei ritornelli, nei quali sono presenti armonie vocali già ben più ricercate, ed un testo esistenziale che descrive dello stupore provato guardando piccole cose, come oggetti a cui è stata data nuova vita solo bagnandoli con una luce diversa. Atmosfera totalmente opposta, sia per colori che strumentazione, è Buona vita, che nasconde, dietro un allegro tono caraibico ed un breve assolo di chitarra acustica, parole di buon auspicio per tutti i cuori irrequieti.

Parole in circolo gli permette di riposarsi: la linea vocale è piuttosto lineare e priva di abbellimenti, ha molto del parlato ma è comunque una canzone dinamica (avete presente Daniele Silvestri? Parla intonando note e mantenendo un ritmo abbastanza serrato per la maggior parte delle volte); anche la parte strumentale contribuisce all’andamento: il basso è più presente, e troviamo una sezione di fiati che sicuramente dona brillantezza alla composizione. Proseguiamo con l’atmosfera ricca di sentimentalità con Proteggiti da me, dalla quale spicca nuovamente un registro medio-alto ben sostenuto e spinto, contrastato dal veloce cambio in falsetto che alleggerisce un poco la linea vocale e impedisce alla composizione di essere una power ballad.

Dialogo tra due pazzi comincia cantato a cappella, con la parte di Marco sostenuta da un coro di voci molto calde, tra le quali si distinguono soprattutto quelle del coro di black voices che avevano introdotto il concerto, in pieno contrasto col timbro chiaro e fresco del cantante. Con La casa Azul torniamo ad una atmosfera centroamericana particolarmente festosa, un abito leggero ad un più profondo contenuto: il testo riflette la dolorosa e travagliata vita di Frida Kahlo, divenuta poi simbolo di femminismo ed invito, per tutti, a trasformare la sofferenza in forza. E tutta la scenografia, finora abbastanza regolare, tra laser sparati nello spazio aereo e luce e faretti che seguono ritmicamente la musica, si trasforma: sui tanti ledwall che, come carta da parati, foderano il palcoscenico vengono proiettate rielaborazioni degli autoritratti di Frida e Calaveras, e compaiono sul palco anche due costruzioni che riproducono in sintesi delle casette con una finestrella illuminata da dentro.

I brividi sono molti, tanti quanti lo sono anche le lacrime. La scena è sublime.

Questo velo di tristezza permea e rimane nell’aria anche con Onde, che nasconde parole infelici dietro il bel ritmo elettropop ed una strumentazione prettamente elettronica. Ti alzi a ballare, ma se ascolti il testo probabilmente ti parte una lacrimuccia.

Mengoni prosegue con Amalia, canzone che dedica ad Amália Rodrigues, attrice e cantante, diva du fado, un genere di musica popolare portoghese divenuto particolarmente famoso soprattutto dopo un’estrema nazionalizzazione dello stesso ad opera del dittatore António de Oliveira Salazar (che ha guidato il Portogallo dal 1933 al 1968). Il ritmo è frenetico, si continua a ballare incessantemente, ma forse è meglio reidratarsi con una bottiglia d’acqua costata come tre grammi di oro 24k. È giunto il momento di risedersi sul seggiolino, siamo giusto un poco stanchi.

Fortunatamente, e non so, forse perché lo stesso Marco ha intuito che a questo punto dello spettacolo sia lui che noi saremmo stati stanchi, attacca con Guerriero. La conosciamo tutti, molto bene, e praticamente la fa cantare solo a noi. Mi sembra giusto buttarci lacrime anche qui: vuoi che il testo mi tocchi la parte più profonda del cuore, vuoi che io abbia una emotività instabile, who cares?, questa canzone è una dichiarazione d’amore tra le più belle e pure che abbia sentito in 23 anni. La batteria simula il battito di un cuore, tra l’altro, cosa che trascina maggiormente il corpo in uno stato sinestetico.

Il momento è spezzato da Mille lire, che è un riuscito sposalizio tra il ritmo della rumba (Davide Sollazzi alla batteria, versatile ed eclettico) e musica elettronica, con una linea vocale in un registro medio e ricca di abbellimenti cromatici (eh, questo non so spiegarvelo); il testo riflette sul cambiamento di una persona, in questo caso di Marco stesso, mentre gli anni passano.

Mi chiedo come mai ancora Marco non si sia accompagnato da solo in una canzone. So bene che sa suonare, e suona anche in maniera discreta. Dico, “Hey, prima che finisca il concerto deve assolutamente farlo, perché ogni musicista o frontman ha il suo momento personale ed intimo, sai, quello dove tutte le luci sono spente e il seguipersona ti illumina mentre tu stai seduto di fronte al piano o su uno sgabello con la chitarra in mano e canti, tu, solo, col pubblico”. Taaaac, direi, eccolo.

Per l’appunto, dopo uno scambio di battute col pubblico e delle quali non ho minimamente ricordo, decide di sedersi di fronte al pianoforte, che nel mentre viene portato leggermente avanti per “staccarsi” dal resto degli strumenti, e, come predetto, tutte le luci vengono spente, mentre Marco ed il pianoforte vengono illuminati dal potente seguipersona.

Bastano due note, due accordi suonati senza cantare per riconoscere L’Essenziale, ed il pubblico riversa un boato di voci nell’aria:

«Mentre il mondo cade a pezzi
Mi allontano dagli eccessi e dalle cattive abitudini
Tornerò all’origine
E torno a te, che sei per me l’essenziale
».

Anche con questa canzone Mengoni ci dona il suo cuore.

Il concerto prosegue con un medley tra 20 Sigarette, Le cose che non ho e Non passerai, che fa un poco il verso ad un’atmosfera coldplayana (passatemi il termine), diciamocelo, ma ci sta anche un poco prendere la tristezza ed alleggerirla. A cuor leggero, insomma…

Momento di alto fermento lo otteniamo con Esseri umani: inno alla vita, inno all’unione tra popoli ed invito a riversare la fiducia nella diversità e nella salvaguardia di essa. È anche una delle poche canzoni che canta con un sorriso stampato sulla bocca e sugli occhi, al che mi chiedo se sia la sua preferita o se sia veramente veramente convinto del testo che sta cantando. O entrambe le cose.

Torniamo alle prime atmosfere mengoniane, quelle di Re Matto, con Credimi ancora, a quando in lui vi era una venatura rock più ingombrante anche vocalmente parlando. Il basso spacca, trascina, ed esiste, per un battito di ciglio (troppo breve rispetto agli assoli a cui sono abituato), anche un guitar solo, l’unico elemento che porta il brano ad essere leggermente rock, oltre ad una linea vocale delicatamente sforzata.

Io ti aspetto rompe col pop rock della precedente canzone, riportandoci ad un ritmo serrato da una batteria con grancassa su ogni quarto, un tappeto di archi e di tastiere, ed una voce leggera che s’impienisce nel corso della composizione.

Dopo un bis de L’Essenziale, stavolta cantato più da lui che dal pubblico, Mengoni chiude lo spettacolo con Hola: il testo non è drammatico come La casa Azul, che ti spezza il cuore narrandoti di Frida, ma ha una intensa delicatezza nel raccontare una storia finita (immagino anche piuttosto male), della quale sono rimasti frammenti come schegge di vetro dentro a lui ed a chi ha molto amato.

Su Mengoni mi esprimo bene: è uno dei miei cantanti italiani preferiti, forse uno tra i più internazionali ma che torna sempre a casa col cuore. È uno dei nostri cantanti migliori, uno dei pochi che veramente ha studiato musica e si sente: è padrone del suo strumento vocale su tutta l’estensione, è particolarmente preciso ed intonato ed ha un buonissimo sostegno, tanto da reggere ancora canzoni difficili dopo due ore di concerto; predilige il registro medio-alto o acuto perché è un tenore (leggero, se non sbaglio, ma ammetto di non esserne particolarmente sicuro), di cui tra l’altro ha ottima conoscenza. Possiede anche un’eccellente tecnica vocale che gli permette di scivolare di registro in registro con buona fluidità e mascherandone i passaggi; è particolarmente attento anche al timing (ritmica della voce sul brano) e nei live ci gioca abbastanza: ogni tanto precede gli accenti forti (come nel funk), ogni tanto è in ritardo su di essi (come nel blues o nel reggae), ma sono comunque questioni puramente stilistiche ed estetiche.

Io qui concludo e mi congedo.

«Quindi buonanotte a tutti voi
Regalatemi un applauso, amici miei
E Puck a tutti i danni rimedierà
».

NBM

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