La stand up comedy di Francesco De Carlo

Progetto di Luca Ravenna, Giuseppe Sapienza e Raphael Tobia Vogel con Francesco De Carlo, Carmine Del Grosso, Daniela Delle Foglie, Nicolò Falcone, Edoardo Ferrario, Francesco Frasca, Michela Giraud, Stefano Gorno, Renato Minutolo, Giuseppe Sapienza, Saverio Raimondo, Stefano Rapone, Luca Ravenna, David Shushan, Daniele Tinti. 

Un microfono e uno sgabello sotto l’impietoso raggio dell’occhio di bue, undici comici che si susseguono in sette serate distribuite sapientemente – una al mese, dal 22 novembre 2018 al 17 maggio 2019. Lo striminzito palcoscenico del Café Rouge ha visto esibirsi per ultimo Francesco De Carlo e io sono andata a vedere se, come vuole il proverbio, è vero che nella botte piccola c’è vino buono.

Sarei dovuta andare in bagno prima. Ecco cosa pensavo mentre, artigliata alla poltroncina lisa del Café Rouge, mi dimenavo in lunghe risate convulse. Sarei dovuta andare in bagno prima; non mi aspettavo di divertirmi così tanto; perché cavolo ho indossato questa impraticabile tuta pantalone?

E menomale che non avevo grandi aspettative, non sulla stand up comedy in scena al Franco Parenti il 17 maggio 2019. A mia discolpa, questa idea era ben giustificata dalla disorganizzazione generale che aveva preceduto la serata. Per cominciare, non ho saputo il nome del comico finché non è stato introdotto sul palco: nessuno si era degnato di aggiornare il sito e io, milanese poco propensa alle care vecchie cose alla carlona, non riuscivo a farmelo andare giù. Il fatto che piovesse e che avessi dovuto mollare la punto a uno di quegli usurai noti come parcheggiatori non aveva contribuito a farmi arrivare nello spazio legnoso del Teatro con l’animo meglio disposto di sempre.

Se non ci siete mai stati, entrare nel teatro Franco Parenti è un po’ come rivedere l’esposizione alla Biennale di Venezia del padiglione francese. Legno chiaro ovunque, con in più qualche drappo rosso qua e là e dei vecchi mosaici sulle pareti. Magari piacevole esteticamente, ma con l’odore della sezione cucina e living dell’Ikea. Si entra, si giunge a un isolotto prismatico che funge da biglietteria e si viene indirizzati presso un angolo in fondo. Qui il bancone di un bar e delle tende rosse, che introducono al Café Rouge, un ambiente non tanto più ampio di un aula di liceo, che forse aspirava a un minimalismo chic ma che evidentemente non ci ha creduto abbastanza. Una stanza lunga e rettangolare, con degli spartani tavoli in legno in fondo e una manata di file di poltroncine rosse, quattro per lato. Un piccolo palco troppo a destra, troppo stretto, con gli arlecchini non abbastanza elevati dal livello del mare.

Mi sedetti, migliore amica al seguito, rassegnata a ritrovarmi in una sala pregna di silenzio imbarazzato o, peggio, riempita da coppie che si scambiavano effusioni. Dopo circa un quarto d’ora trascorso in attesa del tecnico delle luci inspiegabilmente perduto, un tipetto nervoso che ogni tanto si era affacciato da dietro le quinte calca il palco. Il signore in questione, tutto palmi sudati e maglione a v, non si presenta, lancia qualche battuta al pubblico disorientato, tra cui un esitante “bambola” che affonda ingloriosamente tra dei sorrisi di cortesia poco convinti, e ci fa temere di essere lui il tremebondo protagonista della stand up. Proprio quando temevo che fosse così, si schiarisce la voce e, finalmente, presenta Francesco De Carlo.

Tutta. Un’altra. Storia.

Francesco sale, sorride e, in pochi secondi, l’atmosfera del Café Rouge cambia. Con abilità riesce a placare una signora agitata che interveniva troppo spesso, scherza sulle condizioni del palco pur con i fari sparati dritti nelle pupille, ride e si diverte con noi. Accento romanaccio arricchito da qualche anacoluto, Francesco recita in briosa scioltezza. Frasi come “non ridete… mo’ questa battuta non ‘a faccio più” danno l’impressione di assistere a un flow in progress e l’atmosfera si fa rilassata e ufficiosa, facile al riso. Niente fastidiosi intercalari come “aah” ed “eeeh” che guastano il ritmo, il che conferma un’abilità recitativa innata visto che Francesco non proviene da scuole di teatro, bensì ha fatto la sua fortuna quando, sfiduciato dopo cinque anni di esperienza lavorativa al parlamento europeo, ha prodotto un video parodia di Berlusconi subito diventato virale. Un enfant prodige del palco che, sarà anche per la tipica gestualità italiana, si muove bene nel ridotto spazio offerto, senza sembrarvi costretto ma anzi arricchendolo con la sua presenza – e qui ricordo che l’arlecchino a momenti gli sfiorava la fronte.

È difficile immaginare uno spettacolo più impietosamente individuale della stand up comedy, dove solo uno sgabello e una bottiglietta d’acqua riempiono il vuoto assordante del palcoscenico. Poche esibizioni vantano lo stesso esito ferocemente immediato: se il pubblico è annoiato, l’artista si ritrova in una fossa dei leoni turpe e silenziosa, dove l’insoddisfazione dilaga a macchia d’olio. Niente effetti scenici o colonna sonora ex machina a salvarlo, se egli non è bravo, spiritoso, se non dispone di ritmo e presenza: nella catalessi generale, il comico può tranquillamente dire addio alla sua carriera.

Ma il personaggio di Francesco regge, risulta credibile e simpatico. Lui, classe ’79 e nativo di Roma, parla e si muove con l’inconfondibile charme del popolo della Città Eterna. Dimostrando grande abilità di lettura della sala, sapeva quando ridere assieme agli spettatori senza inficiare l’effetto delle sue stesse battute, sapeva quando calcare su un concetto (magari con un versaccio gutturale) o quando liquidare un dettaglio non troppo spiritoso (ad esempio, aveva fatto tre volte la battuta su un burattinaio ripetendo la parola “messere” e, resosene conto, si è preso in giro da solo). La cadenza, per quanto forte, non è mai fastidiosa, anzi, contribuisce a dipingere il ritratto di un ragazzo italiano come tanti, espatriato a Londra per necessità, ma con il cuore che batte ai piedi della colonna Traiana. Mentre parla di sé e delle sue disavventure, Francesco prende in giro la collettività ma non si erge a materia differente da essa, bensì a capofila dei suoi componenti. Affronta temi come società e social, rapporti amorosi, millennials, rapporti tra uomo e donna, ma accenna anche ad aneddoti che appetiscono palati più sofisticati, come una spigliata narrazione del carambolesco ingravidamento di Pasifae. Non cinico ma neanche naif, conia termini riferiti ad argomenti molto dissacranti come “mi sale la Franzoni” per esprimere il montare della rabbia, e non si tira indietro dal commento politico, con un accenno neanche troppo velato ad un humour più dark. Eppure non parla mai da giudice morale, che punta un determinato bacino, ma disserta in quanto individuo tipo, paziente 0 dell’incubatrice sforna fenomeni italiana.

Una cosa che a me ha colpito infatti è stata che invece di far girare il discorso attorno al solito topos di critica della società ed elenco dei danni da essa fatti a nostre spese, De Carlo ha invece compiuto un’autocritica. Ha definito quella in cui viviamo “era dell’egoismo”, sia per i rapporti interpersonali sia per le reazioni politiche. Immagino che a una settimana dalle elezioni europee non fosse un argomento facile, ma Francesco De Carlo lo affronta senza mezzi termini e anzi, utilizzando con forza proprio quelle espressioni che adesso iniziano sul serio a fare paura: razzista, fascista, estrema destra… “xilofono” al posto di “xenofobo”, parole di uno spettatore in un ilare intervento durante un precedente spettacolo ad Ostia.

Con la stand up comedy di Francesco De Carlo si assiste a una preziosa ora di filosofia in pillole, facili e piacevoli da buttar giù e che lasciano il desiderio di averne ancora ma anche di ritirarsi a riflettere. Non so se è l’effetto dei neuroni a specchio o di qualche altro istinto primordiale, ma vedere una persona che si pone una profonda autocritica ti dispone per fare lo stesso, vederglielo fare con il sorriso ti impedisce il malumore e la conseguente crisi esistenziale. 

In conclusione, suggerisco fortemente di andare a vedere uno spettacolo dal vivo di Francesco De Carlo. Penso che sia adatto a tutti a partire dai giovani adulti in poi, ma principalmente alla fascia di età tra i venti e i quarant’anni. Verrete ricompensati da un personaggio convincente, coerente, che regge l’implacabile raggio dell’occhio di bue per tutta l’ora / ora e venti necessaria a dimostrare che, aver speso 12 euro per vedere un tizio parlare dal vivo quando internet rigurgita di contenuti che supplicano di essere riprodotti, non è stata una scelta stupida. Verrete ricompensati da qualcuno che con voi ride di sé, ride di noi, ride della società e poi di nuovo di sé. Verrete ricompensati dal generoso, scanzonato e limpido Francesco De Carlo.

“Hitler c’aveva ‘na fidanzata e io no. Te ‘o immagini?”

No, non me ‘o immagino popo penniente.

Benedetta Rosalba Fanelli

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