PQ19: tre esperienze alla Quadriennale di Praga 2019

La Quadriennale di Praga, fiera internazionale di Stage Design e Theatre Stage, è un grande evento che permette di esplorare nuovi o diversi approcci alle arti che si esprimono intorno al sipario, dalla scenografia ai costumi, dall’illuminotecnica al sound design, fino alle arti performative e ai nuovi modi di fare teatro. Alla PQ19 hanno esposto in diversi padiglioni artisti affermati, emergenti e studenti delle Accademie d’arte da tutto il mondo. Erano in programma anche conferenze e spettacoli, cui non ho potuto assistere per mancanza di tempo. Il tema della Quadriennale di quest’anno è immaginazione, trasformazione, memoria; le tre istallazioni che mi hanno più colpito sono state quelle degli studenti Catalani, Finlandesi e Milanesi. In linea generale, ho apprezzato di più i lavori degli studenti perché li ho trovati schietti, ma anche stratificati e poetici, generati forse da una più autentica necessità espressiva e di giudizio sul contemporaneo. Ho apprezzato il loro uso disinvolto della tecnologia sia come strumento che come spunto di riflessione, mai forzato o antagonista. Le scenografie più interessanti erano progettate in modo che l’estetica e l’atmosfera si fondesse in modo imprescendibile alla funzione dell’istallazione, con una cura rivolta più alla costruzione e ai materiali che alla spettacolarità.

KOLO

Theatre Accademy, University of the Arts Helsinki – Aalto Yliopisto

Kolo è una parola finlandese che significa nascondiglio, o posto dove nascondere i propri beni. È un luogo/spazio vuoto in un volume, o una nicchia su una superfice. Può anche significare angolino, o tana per piccoli animali

Kolo si presenta come un grosso meteorite sui toni dell’arancione e del viola, con dei piccolissimi oblò di silicone blu e rossi. Nell’attesa di entrare (un massimo di 3 persone ogni 8 minuti), una persona del team finlandese invita a esplorare Kolo, vale a dire a sentire la superfice esterna dell’installazione, a tastare, schiacciare, spingere, ascoltare. Il materiale sembra poliuretano, è rigido ma morbido al tatto e ha delle spaccature, delle crepe, da cui di tanto in tanto fuoriescono dei suoni come brontolii o echi profondi che provengono dall’interno.

Dentro ci sono alcune palle da pilates tenute insieme da una rete, che occupano il pavimento e che invitano il visitatore a sdraiarsi. La luce è soffusa ma colorata. Sopra di me vedo la struttura portante di Kolo, uno scheletro di legno dalla sagoma organica. Le pareti interne sono foderate mollemente da un tessuto che pare carnoso e che al tatto definisco come morbido cotone.

Dentro a Kolo per otto minuti ci si sente protetti dal modo esterno; l’impressione è quella di essere nel grembo materno o nella pancia del leviatano. Si sentono dei suoni bassi gorgoglianti, piacevoli, come echi a frequenza bassa, provenienti dalle profondità dell’oceano; talvolta, un brusio  come di una folla silenziosa fa quasi dormire. Anche le luci cambiano, in maniera un po’ brusca ma efficace: a volte rosa, a volte blu, a volte momenti di buio assoluto. I cambiamenti di luce e suono sembrano casuali; la suggestione è quella di essere in una grotta e sentire i rumori del mondo esterno, lontani, che le pareti rocciose portano fino a noi come echi e ricordi.

Una volta fuori da Kolo, vedo la responsabile che, chiusa la porta dietro un altro gruppo, comincia ad accarezzare e a tamburellare con le dita la parete esterna. Fa dei lenti giri, sfiorandola con la mano, e allora associo il gesto a un suono acuto che ho sentito poco prima lì dentro. Ci viene infatti spiegato che, grazie a dei sensori posti lungo tutta la superfice, kolo elabora i suoni, la vicinanza e il contatto dei corpi esterni, e li proietta all’interno.

L’elaborazione del rumore e dell’affollamento esterno quindi propone allo spazio interno una ritrovata dimensione di intimità e connessione con i nostri sensi e con la nostra percezione, mettendo in conflitto (o in simbiosi?) un momento privato e un ambiente affollato. Un ottimo esperimento di come le nostre sensazioni possano essere modellate attraverso l’interazione con lo spazio.

THEÁOMAI

Desputaciò di Barcelona, Institut del Teatre

Theomai, dal greco antico: guardare, osservare. Dal verbo theomai deriva theatron, teatro.

L’installazione Theáomai si presenta come un cubo di qualche metro di dimensione in legno chiaro e ardesia. Ci si entra uno per volta e si può restare dentro per quanto tempo si desidera (fino al massimo di un’ora); c’è quindi da aspettare parecchio, ma l’espressione delle persone che escono promette che ne varrà la pena. Un corridoio in lieve pendenza abbraccia due lati del cubo, ponendolo in una posizione un po’ sopraelevata, con una parete che cresce insieme alla pendenza e nasconde ai passanti l’entrata misteriosa.

È il mio turno; come mi è stato detto all’ingresso, percorro con le scarpe in mano pochi metri, svolto, e le lascio sopra una striscia di specchio nel pavimento, che mi sembra fare da confine tra quello che c’è fuori e quello a cui assisterò. Mi colpisce molto questo espediente, mi trovo a passare una soglia lasciandomi dietro oltre alle scarpe, i miei pregiudizi. Apro la porta invisibile, vale a dire scorrevole, e mi trovo in una piccola stanza dalle pareti bianche, cubica. Nell’angolo opposto a quello dove mi trovo io c’è una giovane donna seduta su uno sgabello, che lavora a maglia. Ha due grossi aghi di legno e grosso è anche il filato, giallo zafferano, che si snoda in una lunga striscia per terra. Lei non bada a me, fa la maglia e pensa.

È un incontro commovente in una maniera strana: mi trovo in un posto piccolo, accogliente e straniero allo stesso tempo, e, nonostante la curiosità, sento una grande calma calare piano sopra di me, come una nuvola. Guardo il fiume giallo davanti ai miei piedi, e mi sembra la storia del mondo che viene tessuta pazientemente, senza sosta, sempre lo stesso movimento ripetuto all’infinito e immutabile. Il materiale, il colore e il gesto mi ricordano l’infanzia di tutti, mi fanno venire in mente immagini di popoli bambini. Non mi sento a disagio, guardo la donna che cuce, la sua treccia nera, e non mi sembra una persona, ma una presenza sospesa nel tempo e forse nello spazio. La guardo ancora, e penso a mia madre che d’inverno ripete come lei gli stessi gesti, e a me che ogni anno cerco la pazienza per ricominciare, perché durante l’estate mi scordo come si fa. Un rituale magico e infinito, ciclico e simbolico, che apre anche a delle considerazioni interessanti: alla fine della quadriennale la maglia avrà occupato tutto la stanza, avrà trasformato lo spazio.

Il padiglione catalano mi ha stimolato e commosso. Un contatto intimo, che dà allo sguardo dello spettatore la libertà di costruire una propria narrazione, secondo il vissuto personale e la sensibilità di ognuno. La scenografia, semplice e al tempo stesso molto efficace, pone il visitatore in una dimensione diversa da quella del quotidiano, sospesa, onirica.

Questa performance è stata una prova del fatto che non servono per forza un palco e una storia per fare teatro: sono bastati un cubo e una lunga trama gialla.

imaginometric society: THE PRAGUE EXPERIMENT

Accademia di Belle Arti di Brera – Conservatorio di Milano

La Imaginometric Society si pone come un’equipe di scienziati che, con L’esperimento di Praga, vuole studiare la differenza di immaginazione attraverso una serie di dati biometrici sonificati.

Per rendere tutto ciò possibile, è stato necessario costruire un immaginometro, una stanza sterile e neutra che genera degli spunti performativi in maniera casuale, sempre diversi. All’interno della “cleanroom” si trovano cinque performer e un visitatore che, condividendo due minuti di improvvisazione, proveranno o smentiranno i principi dell’Imaginometric Society:

  • l’immaginazione può esistere solo attraverso la relazione tra esseri umani
  • l’immaginazione aumenta nel suo riflettersi
  • l’immaginazione può soltanto essere ri-creata, mai rivissuta uguale a sé stessa.

Per partecipare all’esperimento è necessario farsi misurare i dati biometrici (ossigenazione del sangue, pressione, pulsazioni per minuto,…) attraverso uno speciale guanto. Questi parametri vengono subito elaborati in una traccia audio di due minuti, che il visitatore ascolterà durante l’atto creativo tramite degli auricolari a conduzione ossea posti sulle tempie, che non precludono quindi l’ascolto dell’ambiente circostante. Nella seconda e più importante fase dell’esperimento, il visitatore entra nella stanza ignaro di cosa potrebbe succedere, così come lo sono i performer. Un tablet posto alle spalle del visitatore genera uno spunto performativo, una traccia, che gli artisti seguiranno coinvolgendo con le loro azioni l’immaginazione del visitatore. Io, per esempio, mi sono trovata a rincorrere una ragazza che con fare dispettoso mi aveva rubato il badge. Inizialmente non capivo cosa potevo o dovevo fare, ma dopo pochi secondi mi sono davvero lasciata andare, la stanza e le persone fuori sono sparite, come un gioco di bambini di cui né io né gli altri conoscevamo le regole. Terminato il tempo nella cleanroom, i dati biometrici sono misurati un’altra volta;poi si stampa un biglietto con un codice numerico che, inserito nel loro sito web, permette di ascoltare la differenza tra la prima e la seconda traccia sonora, e determinare così il differenziale di immaginazione.

Sul sito ci sono anche le osservazioni di alcuni visitatori che, grazie a una tavoletta grafica posta sotto il foglio degli appunti, sono riportate nel web senza variazioni, come una scansione simultanea.Il sito web è parte integrante del progetto, che forse vivrebbe anche nel solo atto performativo, ma che trova la sua completezza nell’esperimento e nella conservazione di materiali digitali; in questo modo è anche coerente al tema della quadriennale: il ciclo immaginazione, trasformazione, memoria. L’Esperimento di Praga è inoltre una performance che aderisce al Ghent Manifesto, ovvero un decalogo di regole per fare teatro necessario e contemporaneo secondo Milo Rau.

La finzione/pretesa del rigore scientifico, e in qualche modo la riuscita dell’intento sperimentale, pone questo lavoro in un’ottica di stratificazione che funziona alla perfezione. L’installazione vive con e grazie alla tecnologia, eppure questa non è strettamente necessaria all’atto immaginativo, ma solo alla sua misurazione. I miei dati sono cambiati perché ho immaginato, o perché ho corso? Che traccia lascia la mia immaginazione? E soprattutto, serve misurare l’immaginazione o è solo un pretesto drammaturgico?

Nonostante il disagio iniziale che può esserci, i performer riescono benissimo a coinvolgere anche il visitatore più timido, tant’è che non tutti si rendono conto subito di quando la traccia audio -e quindi la performance- è finita. Da visitatore, forse ci si aspetterebbe una conclusione alle azioni che avvengono nella stanza, che invece sono solamente una finestra di finzione; la Society però sostiene che “tutto ciò che si immagina è reale” e allora ci si può interrogare sulle capacità dell’atto teatrale come fenomeno antropologico di coinvolgimento e di sospensione dell’incredulità.

Il mio parere è che il vero scopo dell’immaginometro non fosse quello di misurare l’immaginazione, ma di stimolarla; anche in questo caso, l’esperimento è riuscito.

Nota: The imaginometric society ha vinto il premio Imagnation Student’s Exibition della Quadriennale di Praga 2019.

www.imaginometricsociety.com/thepragueexperiment

https://www.ntgent.be/en/manifest

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