La scrittura come luogo di incontro e di scontro (Il ragazzo dell’ultimo banco) [Cecilia Strozzi]

“ Ma perché il destino mi ha portato a fare questo lavoro?

C’è qualcosa di più triste che insegnare letteratura alle superiori?

Ho scelto questa professione pensando che avrei vissuto a contatto con i grandi libri.

Sono solo a contatto con l’orrore, e quel che è peggio è immaginare il domani.

Quei ragazzi sono il futuro.

I catastrofisti pronosticano l’invasione dei barbari, e io dico sono qui i barbari, sono già qui nelle nostre aule.” (cit. “Il ragazzo dell’ultimo banco” Juan Mayorga)

E’ con queste parole che il professore di letteratura Germàn (Danilo Nigrelli) apre lo spettacolo: Il ragazzo dell’ultimo banco . Tratta dall’omonimo testo di Juan Mayorga, la vicenda viene portata dal 22 marzo al 19 aprile sulla scena del Piccolo Teatro Studio Melato di Milano dal regista Jacopo Gassman.

Dopo Animali Notturni e La pace perpetua, Il ragazzo dell’ultimo banco è il terzo testo che Jacopo Gassman mette in scena di Juan Mayorga, autore che considera un maestro.

Mayorga nasce nel 1965 a Madrid, laurato in matematica e con un dottorato in filosofia, ha insegnato per lungo tempo nei licei della città natale in cui ancora adesso vive.

È proprio dalla sua esperienza di professore che prende vita Il ragazzo dell’ultimo banco.

Germàn, ogni giorno si sente sommerso dall’ignoranza e dalla superficialità dei ragazzi a cui insegna letteratura. Temi aridi e pieni di errori grammaticali che gli hanno fatto perdere non solo la passione per il suo lavoro, ma anche la fiducia nella possibilità di un futuro per l’arte della scrittura che tanto ama.

Ma tutto cambia quando si imbatte nel tema di Claudio (Fabrizio Falco), un ragazzo silenzioso e solitario che siede sempre all’ultimo banco.

Da questo momento la narrazione dello spettacolo prosegue su due piani.

Il primo è giocato sulla consegna dei temi di Claudio al professore, i quali diventano capitoli di un romanzo a puntate, e la loro successiva lettura da parte del professore in compagnia della moglie, Juana (Mariàngeles Torres), la quale conosce Claudio solo attraverso la sua scrittura.

Contenuto del romanzo a puntate è l’esperienza di Claudio in casa della famiglia del compagno di classe Rafa (Alfonso De Vreese). Viene a formarsi così una sorta di relazione triangolare fra i personaggi di Juana, Claudio e il professore, che ne è il perno.

Claudio narratore diventa un vero e proprio personaggio qunado il professore legge i suoi temi, nasce così una seconda triangolazione tra Germàn e casa di Rafa che ha come perno la voce narrante di Claudio.

Il ritmo dello spettacolo è incalzante, si passa da dialoghi intensi e concitati a momenti più riflessivi e introspettivi.

Siamo immersi in uno spazio delimitato solo dalla parola e dalla relazione di sguardi che intercorrono fra i personaggi. I loro movimenti sulla scena sono costruiti in modo da creare cambi di luoghi e di narrazione.

La scena di Guido Buganza è una lunga pedana con un paio di tavoli e delle sedie, ai lati della pedana alcuni cubi.

Sul fondo del teatro lo spazio inizialmente occupato dalla casa borghese della Famiglia di Rafa appare e scompare a seconda del momento della narrazione.

Delle strutture metalliche rettangolari incorniciano i locali della casa, le stesse strutture diventano tutt’altro quando avanzano per mezzo di alcuni binari sulla pedana: sono per esempio la lavagna sulla quale Claudio scrive gli esercizi di matematica per Rafa.

Video e immagini fungono da sfondo per alcune scene dello spettacolo: le partite di pallacanestro che Rafa e Rafa padre (Pierluigi Corallo) guardano assieme, la casa che Ester, madre di Rafa (Pia Lanciotti), sogna di avere un giorno, e ancora formule matematiche che diventano una sorta di cielo stellato.

Le visite di Claudio a casa di Rafa diventeranno presto incursioni e il ragazzo cercherà di catturare quante più informazioni possibili per rendere i personaggi del suo romanzo e le loro vicende sempre più interessanti e articolate.

Così Claudio entra più a fondo nell’intimità di Rafa e la sua famiglia.

Il muro che separa lui e la loro privacy è talmente sottile che non si riesce più a comprendere cosa sia lecito scrivere e cosa non lo sia, cosa sia fantasia e cosa non lo sia.

E così le strutture metalliche che incorniciano i locali della casa diventano delle finestre attraverso le quali coloro che leggono il romanzo, il professore, Juana e noi spettatori, possono intravedere e origliare, guardare e sentire ciò che accade nella casa filtrato dallo sguardo o dalla fantasia del ragazzo dell’ultimo banco.

Intanto, la relazione fra Claudio e Germàn diventa un rapporto di stima e di manipolazione reciproca: il professore tenta in ogni modo di influenzare lo stile di scrittura del ragazzo e il ragazzo si serve del professore per scrivere il suo romanzo.

Gassman nel portare in scena questo testo vuole fare emergere l’ambiguità del rapporto fra professore e alunno, padre e figlio, fra chi cerca una guida e chi è guida.

La difficoltà di questo rapporto sta nelle aspettative di quello che si cerca nell’altro, German vede nel ragazzo il futuro che aveva desiderato per sè, e tenta in ogni modo di indirizzarlo facendogli dono degli strumenti che ha.

Il ragazzo cerca una guida, ma allo stesso tempo sente la necessità di capire se stesso.

La vicenda diventa una sorta di thriller. Lo spettatore osserva questa intricata rete di relazioni farsi sempre più complessa e pericolosa. Lo sguardo che il pubblico ha nei confronti di ciò che accade in scena è senza dubbio condizionato dalla struttura dello Studio Melato, ogni spettatore osserva la vicenda da un punto di vista diverso, e al contempo si sente sempre parte di essa e in continua relazione con quello che accade.

Lo spettacolo ci regala più di una volta una risata ma anche dei momenti di angoscia.

L’apice della tensione emotiva viene raggiunto nel momento in cui i personaggi del professore e dell’ alunno devono fronteggiare le conseguenze delle loro azioni.

E così un buio assoluto avvolge il ragazzo ed è pura magia quando il fondo della scena diventa uno specchio, lo specchio dell’anima del professore.

Poco a poco scopriamo che ogni personaggio ha un proprio mondo interiore di inquietudini, preoccupazioni, desideri, dove la solitudine è compagna di vita e i fallimenti si accumulano uno sopra l’altro.

Questo esplorazione del loro mondo interiore ci fa comprendere da dove nascono i loro sbagli, le loro ragioni e le loro reazioni.

Ogni attore riesce a raccontare i pensieri anche complessi del proprio personaggio.

Proprio perché complessi, e molto simili a quelli reali, questi pensieri possono essere punto di partenza di un’indagine per lo spettatore che viene invitato a riflettere sulle motivazioni interiori dei personaggi in maniera approfondita.

Fabrizio Falco nei panni di Claudio si sdoppia nello spettacolo è al tempo stesso narratore e personaggio.

Il Claudio narrante ci fa ripercorrere le sue sensazioni nella casa di Rafa.

Attraverso la sua voce veniamo a conoscenza dei suoi pensieri e delle sue intenzioni, ma anche delle caratteristiche dei personaggi della casa che da stereotipate diventano sempre più complesse, ogni personaggio guadagna una sua identità fino a che il livello della narrazione e della finzione arriva ad essere parallelo a quello della realtà.

La realtà è il punto di scontro, i personaggi del romanzo di Claudio sfuggono dalle sue mani e lo travolgono affermandosi come “persone” vere con una propria volontà.

Quando Claudio non è narratore il personaggio con cui si trova a interagire più spesso è il professore, i loro dialoghi sono intensi, cercano di farsi ascoltare e capire senza riuscirci davvero. Questi scontri nascono dal desiderio di incontrarsi. La stima fra i due non è dichiarata, non ci sono complimenti o gratitudine, ma la continua ricerca l’uno dell’altro fa comprendere a noi spettatori quanto in realtà questi due personaggi si sentano legati.

Al centro del mondo di questi personaggi c’è la ricerca di qualcuno in grado di ascoltare, ma anche la difficoltà di farsi comprendere.

Ed è questo che Gassman riesce a portare in scena: la solitudine dell’individuo che si scontra con un mondo in cui le relazioni sono ambigue e difficili da costruire, la difficoltà nel comunicare con gli altri e nel capire se stessi.

Per chi scrive Claudio? Per il professore? Per sé? Questo rapporto li rende migliori?

Cercare un riscatto attraverso la scrittura, attraverso la costruzione di un proprio mondo in cui ci si riesce a dare un ruolo può essere d’aiuto? E i desideri, le creazioni di Claudio come condizionano il suo modo di vivere il mondo reale? Quando scrittura e realtà coincidono, e quando invece no?

E ancora, quanto è difficile comunicare, farsi capire, se il mezzo usato sono le parole?

Quando le parole sono manipolatorie, e quando sono travisate?

…Ma sono le stesse parole che Claudio usa per raccontarci la sia storia e quelle che usiamo per l’arte.

Tutti siamo finzione. Siamo creature immaginarie dei nostri racconti. Ma lo siamo anche delle storie degli altri, dei racconti scaturiti dal desiderio o dalle paure altrui.

Siamo personaggi nei sogni degli altri- mi fa pena chi non è un personaggio del sogno di nessuno.

Sospetto, sì, che “Il ragazzo dell’ultimo banco” tratti, sopratutto, di sogni.” (cit. Juan Mayorga)

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